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Ancora nuove birre italiane con Opperbacco, Barley, Brewfist e altri

duenna

violent_sharedLa panoramica sulle nuove birre italiane dello scorso giovedì non era che una visione parziale delle tante novità che stanno sfornando i nostri birrai, quindi oggi riprendiamo e concludiamo il discorso rimasto aperto. La prima produzione inedita da annunciare è la Violent Shared, ultima creazione del sodalizio tra il birrificio Opperbacco, Iumbe e Loreto. Si tratta di una “Session IPA”, dalla gradazione alcolica contenuta (3,7%), ma con una luppolatura generosa (Mosaic e Chinook, anche in dry hopping). Per i meno esperti Session IPA non si riferisce a un preciso stile birrario, ma è piuttosto una definizione (molto in voga al momento) per indicare produzioni riconducibili alle IPA moderne, ma dal contenuto alcolico assai ridotto – e dunque, almeno sulla carta, più bevibili.

La particolarità della Violent Shared risiede nell’impiego di pompelmi e limoni freschi: gli agrumi sono stati frullati (con tutta la buccia) e quindi uniti al mosto in bollitura affinché donassero non solo i sapori tipici delle scorze, ma anche un amaro agrumato non riconducibile esclusivamente ai luppoli utilizzati. Per gli amanti delle statistiche (e dell’amaro), la birra tocca la bellezza dei 120 IBU.

duennaCome annunciato da Fermento Birra, il sardo Barley ha finalmente lanciato una novità assoluta, che il birraio Nicola Perra ha battezzato Duenna (6,5% alc.). Può essere definita una Saison di stampo americano, dove tuttavia la personalizzazione di Nicola si avverte distintamente. Molto interessante il mix di luppoli impiegato: due americani, due europei e un pizzico di Nelson Sauvin a regalare sfumature esotiche. È una Saison equilibrata, ricca e complessa, con un gusto fruttato evidente e una chiusura amara e secca. Il nome significa “fantasma” in dialetto cagliaritano e più precisamente indica lo spiritello addetto agli scherzi. Invece sappiamo che Nicola fa le cose molto sul serio, quindi non vedo l’ora di assaggiare questa sua nuova creazione.

heimdallNon so se si tratta di una primizia assoluta, ma in questa carrellata segnalo anche la Heimdall, collaboration brew tra l’italiano Brewfist e il tedesco Freigeist. È una Saison abbondantemente luppolata, con un tenore alcolico non indifferente (7,5%) e prodotta con malto d’avena e segale in aggiunta a quello d’orzo. I luppoli scelti sono delle qualità Galaxy e Saphir, che le donano un gusto fruttato ed erbaceo, bilanciato dallo speziato del lievito Saison. Il finale è deciso, ma la parte amara rimane tutto sommato gentile (35 IBU), evitando una caratterizzazione monocorde a livello organolettico.

la-tonda-birraSeguendo un trend in forte ascesa in Italia, anche il Panino Tondo di Firenze ha oggi la sua birra in esclusiva, chiamata La Tonda e prodotta da MOA – curiosamente questo produttore è a sua volta una beer firm. Come si può leggere sul sito de La Pinta Medicea, La Tonda nasce dalla fusione tra due delle maggiori culture birrerie d’Europa, quella tedesca (Lager) e quella anglosassone (Ale). Il lievito è inglese, ma gli altri ingredienti (malto e luppolo) arrivano da entrambe le nazioni. Il risultato è una birra bilanciata e facile da bere, con un corpo leggero, un amaro contenuto (25 IBU) e una gradazione alcolica piuttosto bassa (4,5%). È disponibile nei formati da 33 cl e 75 cl.

upE concludiamo con UP – The Dreamers Beer, nuova birra/marchio nata da un progetto privo di impianto di produzione. Non ho trovato molte informazioni al riguardo, se non che la prima uscita ufficiale è stata durante il recente Maltodissidenti e che è disponibile in formato da 33 cl. Bella l’etichetta, che ricorda in parte la bellissima illustrazione della Atlantic IPA di Brewdog.

 

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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15 Commenti

  1. Niente male la saison di Brewfist, che credo esisteva già qualche mese fa ma solo in fusto.
    Come loro prima birra in stile non anglosassone, davvero interessante, luppolatura neanche esagerata, bell’equilibrio e naso importante.

  2. non so se l’etichetta della Duenna voglia essere un’omaggio alla Fantome, croce e delizia del genere saison. se lo fosse, un applauso

  3. Accidenti, considerando che le 120 IBU risultano da quanti alfa e beta acidi lascia il solo luppolo (come da definizione), con la frullatura di pompelmo siamo nella categoria fiele … 🙂

  4. posso inaugurare un nuova polemica che avrebbe molto, moltissimo senso approfondire a mio vedere?

    come vengono calcolati gli IBU delle birre messe in commercio? analisi con spettrocromatografo in laboratorio? o approssimazione con le solite formule? nel secondo caso, quale delle tre o quattro comunemente utilizzate e che danno risultati parecchio diversi l’una dall’altra? andrebbero specificate, un po’ come i gradi C° e F°. qualcuno controlla i dati reali? (no ovviamente)

    il sospetto, su birre che fanno della luppolatura il loro punto di forza, è che il numero diventi puro strumento di marketing (oltre al fatto che sopra i 100 è fisiologicamente difficile cogliere le differenze). qualsiasi homebrewer sa che su una birra di circa 1.036 di OG bilanciare 120 IBU è un’impresa disumana… siamo su un rapporto BU/OG bel oltre il valore di 3…

    pregherei di andare oltre il singolo caso nell’articolo: ce ne sono a palate in tutto il mondo di numeri che mi lasciano sempre perplesso… poi magari sono dei draghi e ci riescono eh… io però mi chiedo se quegli IBU sono EFFETTIVI come ci riescano…

    • gli ibu sono calcolati in approssimazione con le solite formule, quindi sono ibu prettamente teorici… Mi permetto di dissentire sul “numero che diventa puro strumento di marketing” se sulla etichetta fosse riportato il numero di ibu avresti pure ragione ma non è che la andiamo a spinge in giro dicendo “la birra da 120ibu”, anzi, per noi è la birra agli agrumi; come si suol dire “a domanda rispondo”, ovvero se mi chiedono in amaro come sta messa rispondo che i 120ibu teorici li belli che supera…. Il sodalizio “Luigi-Iumbe-Loreto” è una storia di sinergie che poco ha a che fare col marketing, abbiamo la fortuna di avere un birraio che ci asseconda e ci sta dietro migliorando e rielaborando le nostre malsane idee…della serie “me la canto e me la suono (perchè l’ho fumata già)”
      🙂

      • come dicevo, andavo oltre il caso singolo. e voglio proseguire andando oltre il caso singolo, ma ti faccio alcuni casi

        se tu in etichetta dichiari 8% e ce ne sono 7% o 9%, i controlli magari sono rari, ma ci possono essere e se ci sono, sono dolori… chi controlla gli IBU dichiarati, se uno li dichiara? manco sanno cosa sono gli IBU gli uffici preposti… eppure tecnicamente sarebbe sofisticazione alimentare, anche se non muore nessuno eh… quindi io potrei realizzare una birra amara, mettiamo da 70 IBU e con un rapporto BU/OG di 1.4 (che è tanto) e poi dichiararla da 100 per fare più scalpore, perché è innegabile che l’amaro va di moda ed esiste il pubblico “aò famme la più amara checciai”. posso metterlo in etichetta. ma se non lo metto, mi tolgo anche la remota possibilità di sanzioni e lo uso solo come “marketing” per gli annunci, tipo questo

        in più, gli IBU teorici sono funzione dell’approssimazione che usi, e per formule diverse a volte ci ballano anche 20 punti. per dire Tinseth, Rager, Garetz, Daniels… sarebbe corretto (e anche figo dal punto di vista del marketing) se è una proxy scrivere chessò 120 IBU Tinseth o 120 IBU T°…

        io sospetto:

        1) che per IBU molto alte queste proxy possano diventare piuttosto imprecise. a me è capitato tante volte di trovare molto amara (a parità di gradazione alcolica) una birra da 40 IBU e invece di trovarne da 70 IBU più bilanciate mentre mi aspettavo qualcosa di amaro come il tossico. lo so che gli IBU sono solo una fetta della storia e che c’entra anche l’attenuazione e la quantità di malti speciali… però insomma certi numeri mi lasciano perplesso: coi calcoli che uso io una birra da 3.7% e 120 IBU non saprei davvero come bilanciarla, manco forse usando il 20% di crystal e attenuando il 70%… sarei curioso di assaggiarla

        2) che tanti birrifici in giro per il mondo tarocchino al rialzo gli IBU: la birra ha il suo equlibrio come deve essere e il bevitore hop-addicted che non beve birra con meno di 70 IBU si sente gratificato, anche se magari poi sono 50

        ripeto: è un discorso generale, non ho ragione di mettere in discussione la vostra birra poiché né l’ho assaggiata né conosco i dettagli produttivi e il metodo di calcolo

        • Andrea Turco

          Nella fattispecie ci tengo a precisare tra l’altro che l’utente WW mi aveva citato i 120 IBU solo per la cronaca, non come nozione all’interno della descrizione della birra, del tipo “se vuoi scriverlo in aggiunta, fa 120 IBU” (o qualcosa del genere). L’ho scritto solo per completare un periodo che altrimenti mi sembrava incompleto. Era un’informazione superflua anche per lui insomma.

          • io cmq ho solo colto la palla al balzo per dire una cosa che mi frulla in testa da un pezzo. nulla contro Opperbacco, che peraltro nei miei pochi assaggi ho sempre trovato come uno dei migliori birrifici del centro-sud. però 3.7% e 120 IBU ha lasciato perplesso non solo me ma anche San Paolo che è un birraio… tutto qua

          • qualcuno, lodevolmente, comincia a farlo http://img542.imageshack.us/img542/5602/7h.jpg

  5. La UP credo possa essere inquadrata come Pale ale. ha una buona bevibilità… ma non si lascia particolarmente ricordare… esattamente come l’evento in cui è stata presentata…
    E’ stata prodotta nell’impianto del Birrificio Sant’Andrea.

  6. @SR
    Anch’io ho pensato immediatamente alla Fantome, quindi siamo in due 😉

    Vogliamo parlare dell’etichetta della Heimdall? Mi piace un sacco!

    • a me per nulla, ma son gusti… conta il contenuto e la birra è interessante, anche continuo a preferire le interpretazioni meno moderne dello stile

  7. La Up dovrebbe essere una Apa l’ho trovata molto interessante nel panorama delle Pale Ale in stile americano

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