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Assaggi di… Kashmir, Vecchia Orsa, Opperbacco e Brùton

nuitblanche_brochure_rit-793x1024Nell’ormai frequente “rubrica” di Cronache in cui parlo dei miei assaggi fino a oggi mi sono concentrato sui prodotti di singoli birrifici. Tuttavia talvolta accade che un produttore mi invii giusto una o due birre, perché ha una gamma limitata o perché vuole farmi assaggiare qualche nuova produzione. In certe situazioni ho difficoltà a trovare il pretesto per scriverne, perché il materiale è troppo limitato per giustificare un intero post. Allora ho deciso di riunire questi assaggi “estemporanei” in post collettivi, come quello di oggi. Beh, direi che dopo tutta questa lunga introduzione è il caso di passare alla birra bevuta…

Partiamo allora dalla Nuit Blanche di Kashmir, un birrificio che abbiamo già incontrato nella serie “Assaggi di…” quando parlai de La Fucina: con quest’ultimo marchio (e con Sannita) ha infatti collaborato alla creazione della BSide, un’APA che all’epoca trovai discreta. Come il nome suggerisce, la Nuit Blanche appartiene allo stile delle birre di frumento belghe e di conseguenza si presenta molto opalescente, con un colore giallo pallido e sfumature arancio. La schiuma, bianchissima, è abbondante e molto persistente. A livello olfattivo non è molto intensa, ma nel complesso piacevole. Gli agrumi sono in primo piano, mentre come previsto non manca il tocco speziato del coriandolo, più in lontananza. L’ingresso in bocca è subito dolce, ma nel giro di qualche istante è la speziatura a prendere il sopravvento; poi tornano di nuovo gli agrumi, che caratterizzano il resto della corsa anche nel finale amaro, lungo e astringente.

La Nuit Blanche si dimostra una birra validissima, con tante luci e qualche ombra. Ottima fino al naso (anche se non esplosiva nei profumi), in bocca pecca di mancanza di equilibrio, dove gli agrumi e l’amaro tendono a coprire il dolce e lo speziato. Il finale astringente ci sta, anche se è un po’ troppo marcato. Aggiungo che la bevuta risale a qualche tempo fa, nel frattempo i ragazzi di Kashmir avranno sicuramente apportato le giuste correzioni visto che il loro marchio è uno dei più emergenti tra quelli del meridione brassicolo nazionale.

Vecchia-Orsa-Magnitudo-BlondeSi chiama Magnitudo Blonde invece la collaboration beer che Vecchia Orsa produsse dopo il terremoto emiliano per cercare di riprendersi (in parte) dai danni che ne conseguirono. La cotta fu ospitata negli impianti di Amarcord, permettendo allo staff di Vecchia Orsa di confrontarsi con una realtà diversa e decisamente più grande. La Magnitudo si presenta di colore dorato chiaro con una netta opalescenza, una schiuma bianca e abbondante, ma non propriamente ordinata e di media persistenza. Al naso è molto gradevole: evidente frutta gialla, che dona sensazioni di freschezza, e un leggero tocco pepato proveniente dal lievito. In bocca parte con la dolcezza del frutta, che si sposa con un tocco spieziato (qui più deciso che al naso), prima che a emergere sia la parte amara, con l’erbaceo del luppolo. Il finale è moderatamente amaro e molto persistente, con una leggerissima astringenza.

La Magnitudo mi è piaciuta parecchio, rivelandosi una birra equilibrata e gradevolissima, con un bel finale acidulo. È una Blonde che non punta certo agli effetti speciali, ma anzi fa della solidità un suo punto fermo, riuscendoci davvero molto bene.

deep_undergroundDella Deep Underground avrete sicuramente sentito parlare in questi mesi e anche questa birra può essere considerata collaborativa, nascendo dall’incontro brassicolo tra Opperbacco, Iumbe e Loreto (ve ne parlai un po’ di tempo fa). Può essere considerata una Robust Porter straluppolata, che si presenta di colore nero quasi impenetrabile, con una schiuma beige compatta e persistente. Al naso si nota un ottimo equilibrio tra le caratteristiche dei malti scuri e l’abbondante luppolatura: c’è cioccolato, caffè, creme brulée, poi a seguire una fresca nota di luppolo (erbacea e agrumata) insieme a un leggero speziato, che punge delicatamente il naso. L’ingresso è tostato e appena dolce, sebbene non manchi l’astringenza dei malti scuri. L’amaro subentra ben presto, aggressivo ma ben dosato, insieme a un ritorno dolce, prima del finale lunghissimo.

Di questa Deep Underground ho apprezzato il naso equilibratissimo e l’ottima armonia derivante dalla doppia anima della birra (Porter + amaro tipico da IIPA americane). La ricetta è pensata per esaltare al massimo il luppolo e il suo contributo amaro, tuttavia in alcuni passaggi è quasi esagerato – tipo nel finale, dove “allappa” un po’. In verità nella sua ultima incarnazione, assaggiata allo Spring Beer Festival, mi è apparsa più morbida, aspetto che ha valorizzato un’intelaiatura ottima. In questa versione è senza dubbio un grandissimo prodotto.

def etich limes-fConcludiamo questo excursus con la Limes, prima birra al mosto d’uva (Vermentino) di Brùton, di cui ho scritto qualche mese fa. Questa produzione colpisce subito per l’aspetto intrigante: colore dorato chiaro, semi trasparente con un perlage che ricorda quasi uno spumante; schiuma bianca, non molto abbondante e poco persistente, ma in linea con la tipologia. All’analisi olfattiva si distinguono profumi tenui ed eleganti di frutta, con una nota fresca e acidula, ma anche “masticabile”: c’è un’idea del nocciolo dell’albicocca e dell’uva. Lo stesso fruttato si ritrova in bocca a lungo, prima del finale dove emerge una netta ma delicata acidità, che ne svela il carattere vinoso. Il corpo è esile, mentre la fine carbonazione solletica il palato e valorizza la bevuta.

La Limes è dunque una birra-spumante riuscita molto bene, che si mantiene elegante dall’inizio alla fine. L’acidità è sempre sotto controllo e non disturba, anzi contribuisce a rendere questo prodotto insolito e decisamente appagante.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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4 Commenti

  1. Deep Underground: ho messo un appunto in agenda. Bellissima anche l’etichetta della Nuit Blanche!

  2. La Nuit Blanche di Kashmir io l’ho bevuta il 21 aprile 2013 in bottiglia da 0,5, mi era stata presentata come un’American Wit. Servita in flute è stata fantastica, soprattutto nell’aspetto e nella bevuta, bel colore, gran perlage, assomigliava ad un vino spumante.

  3. Grazie Andrea per la fiducia sul marchio emergente 😉
    Per tornare alla Nuit Blanche, noi la definiamo un American Wheat, poi gusti delle persone e sfumature fanno il resto…

  4. A me la Magnitudo Blond è piaciuta senza travolgere. Comunque prima vecchia orsa mi faceva impazzire, le varie collaborazioni post-terremoto le ho trovate così così ed adesso aspetto che si assetino con il nuovo impianto perchè per ora mi sanno un po’ banali e poco incisivi.

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