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Gli storici marchi di birra italiani (parte II): Peroni, Wuhrer, Pedavena e altri

Negli ultimi venti anni in Italia hanno aperto tantissimi birrifici. Affermazione inconfutabile, sebbene qualcosa di molto simile sia accaduto tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del ‘900, quando la birra improvvisamente non fu più un prodotto d’importazione, ma cominciò a essere prodotta anche nel nostro paese. Come abbiamo visto nella precedente puntata di questo excursus storico, alcuni dei marchi presenti all’epoca sono arrivati fino ai giorni nostri, seppur stravolti rispetto al passato: in diversi casi sono passati sotto il controllo dell’industria, in altri sono stati rilanciati in chiave artigianale. Altri invece sono semplicemente scomparsi. Dopo aver raccontato la storia di cinque importanti fabbriche storiche di birra, ora è il momento di ripercorrere quella di altre cinque. E vedrete che i nomi importanti non mancano!

Birra Pedavena

Vi ricordate del Gruppo Luciani, che nel 1944 acquistò Birra Metzger? Ebbene i fratelli Sante, Luigi e Giovanni Luciani nel 1897 fondarono Birra Pedavena, battezzata come la località della provincia di Belluno in cui sorse lo stabilimento produttivo. L’ascesa del marchio fu repentino, ma si arrestò con l’avvento della Grande Guerra, che fu devastante: il birrificio fu saccheggiato totalmente e rimasero integri solo i muri dell’edificio. Dopo il conflitto i fratelli Luciani tornarono a Pedavena e iniziarono la ricostruzione, che permise di raggiungere i 20.000 hl annui nel 1920. Nel 1922 fu aperta una malteria e sette anni più tardi venne attivata una centrale idroelettrica. L’evoluzione del marchio continuò con acquisizioni e altre innovazioni, nonostante i problemi portati dalla Seconda Guerra Mondiale. Nel dopoguerra fu inaugurata la splendida sala cottura, fornita di mosaici e pregevoli stucchi.

Dall’inizio degli anni ’60 la crescita di Birra Padavena incontrò problemi gestionali che prima portarono a un ridimensionamento dell’azienda, poi alla scelta di vendere alla multinazionale Heineken (era il 1974). Il controllo dell’industria permise al marchio di rilanciarsi grazie a numerosi investimenti, i cui risultati tuttavia non si protrassero a lungo. Nel 2004 Heineken annunciò l’intenzione di chiudere lo stabilimento di Pedavena, provocando una vera e propria mobilitazione popolare amplificata dagli strumenti forniti dalle nuove tecnologie. Nonostante i tentativi di trovare un acquirente, il 30 settembre 2005 la fabbrica chiuse dopo oltre un secolo di attività. A inizio 2006 però il destino fu riscritto: Birra Castello acquistò il marchio da Heineken e permise la riapertura dello stabilimento veneto.

Birra Peroni

Il marchio italiano di birra probabilmente più importante in assoluto fu fondato nel 1846 a Vigevano da Francesco Peroni, che diciotto anni più tardi aprì un secondo stabilimento a Roma, in pieno centro storico. Nel 1867 l’azienda passò nelle mani del figlio Giovanni, che contribuì alla sua espansione: dismise la fabbrica lombarda per concentrarsi sul mercato della Capitale e promosse la fusione con la Società Romana della fabbricazione del ghiaccio e della neve artificiale (1901). Quest’ultima mossa rese la distribuzione del marchio più capillare e fu suggerita dalle nuove tecniche di produzione a bassa fermentazione, che il fratello Cesare aveva studiato in alcuni viaggi in Germania. Nel 1924 fu inaugurato un nuovo stabilimento a Bari, con una capacità di 25.000 hl annui (portando la produzione totale a 150.000 hl annui). Fu un periodo di acquisizioni in tutta Italia, con l’obiettivo di espandersi soprattutto nel Meridione. Il Peroncino, che molti avranno imparato a conoscere solo in tempi recenti (per la precisione dal 2015, quando è stato riproposto sul mercato), fu in realtà lanciato proprio in quel periodo e rimase in commercio fino agli anni ’60.

Il boom economico del secondo dopoguerra fu supportato da campagne pubblicitarie e testimonial passati alla storia. Nel 1963 fu lanciata la Nastro Azzurro, tuttora uno dei marchi di birra “italiana” più celebri al mondo. Continuarono le acquisizioni di produttori italiani, come Birra Itala Pilsen di Padova e Birra Raffo di Taranto. La politica di riorganizzazione iniziata negli anni ’70 portò, durante i due decenni successivi, alla chiusura degli impianti di Livorno, Savigliano, Taranto e Udine. Nel 1988 l’azienda acquistò il birrificio Wuhrer (all’epoca controllato dal gruppo Danone), ma nel 2003 accadde un evento fondamentale: Peroni fu ceduta alla multinazionale SABMiller per la somma di 400 milioni di euro. Le ultime evoluzioni sono storia recente: nel 2015 AB Inbev ha acquistato SABMiller e l’anno successiva è stata costretta dall’Antitrust a cedere Peroni alla giapponese Asahi. Attualmente quindi Peroni è un marchio di proprietà giapponese.

Wuhrer

Wuhrer è considerata la più antica fabbrica di birra italiana, essendo stata fondata nel 1829 nel centro di Brescia dall’austriaco Franz Xaver Wuhrer. Nel 1870 l’azienda passò in mano al figlio Pietro, che progettò lo spostamento della produzione in un grande polo nella periferica zona de La Bornata. La costruzione terminò nel 1889 e contribuì alla crescita del marchio, ampliandosi costantemente fino alla forma attuale, raggiunta nel 1946. Oltre alla birra, per un certo periodo fu sperimentata la produzione di diversi prodotti, compresi dadi da cucina in glutammato. Una delle conseguenze dell’avvento della Grande Guerra – comune a tutti i birrifici italiani – fu la confisca dell’orzo affinché fosse destinato all’alimentazione primaria: una difficoltà che Wuhrer cercò di superare investendo in una propria coltivazione del cereale. L’espansione continuò per tutta la prima metà del 1900: fu aperta una birreria attigua allo stabilimento di fabbricazione e vennero acquistate quote di diversi birrifici italiani (Birra Ronzani e Birra Bologna).

La svolta avvenne nel 1981, quando il 30% di Wuhrer fu acquistata dalla multinazionale alimentare Danone. Credo sia stato l’unico caso di un marchio birrario italiano ceduto a un’industria non direttamente operante nel mercato della birra. Successivamente Danone assunse il controllo totale del marchio, che nel 1988 fu acquistato da Peroni. Quest’ultima decise di chiudere lo stabilimento di brescia e mantenere solo il marchio. Anche in questo caso la fine della storia acquista una sfumatura artigianale: nel 2014 Federico Wuhrer, uno degli ultimi discendenti della dinastia, ha lanciato il marchio WCesar (una beer firm), che tuttavia non dovrebbe più essere attivo.

Birra Venezia

La storia di Birra Venezia è stata caratterizzata da continui cambi di nome. Fondata  nel 1835 in zona Santa Chiara come Ditta Biliotti, nel 1902 assunse la denominazione Distilleria Veneziana in concomitanza con l’apertura del moderno stabilimento (l’architetto fu il tedesco Wullekopf) nei pressi di Fondamenta San Biagio. Nel 1908 ci fu un ulteriore cambio di nome e l’azienda divenne Birra San Marco, fino al definitivo Birra Venezia del 1913. Nel 1928 venne acquisita da Padavena e la fabbrica cessò di operare. Anche in questo caso il marchio è stato recuperato in tempi moderni: nel 2007 è stata fondata la beer firm Birra Venezia, che produce tre birre a proprio marchio, oltre a una Pils e a una Strong Ale battezzata Birra San Marco.

Birra Raffo

La storica birra di Taranto fu creata nel 1919 dal’imprenditore Vitantonio Raffo e rimase di proprietà della famiglia fino al 1961, quando fu ceduta al Gruppo Peroni. Quest’ultimo mantenne tutto: ricetta originale, stabilimento e maestranze. Negli anni ’70 la produzione raggiunse i 48.000 hl annui, con una diffusione che raggiunse anche la Basilicata, il Lazio, la Campania e, naturalmente, tutta la Puglia. Un cambiamento traumatico avvenne nel 1987, quando Peroni decise di chiudere la fabbrica tarantina (con un grosso contraccolpo per la storia industriale della città) e di spostare la produzione a Bari, dove viene attualmente realizzata. Oggi anche Birra Raffo è di proprietà giapponese, così come Peroni che la possiede direttamente.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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5 Commenti

  1. Spero ci sia una terza parte, perché i marchi erano davvero tanti. Ritengo che questi articoli, oltre che interessanti, servano a comprendere, che il ritorno all’artigianale, non sia ne una novità, ne una rivoluzione, ma rientra nei normali corsi e ricorsi della storia. Prova ne sono i numerosi birrifici famigliari presenti da sempre nel mitteleuropa, qualcuno parla erroneamente di rinascita, ma resta vero il detto: non c’è niente di nuovo sotto il sole.

    • Andrea Turco

      È il punto che mi ha sempre incuriosito di quel periodo. In base alle mie ricerche, oltre alle eventuali differenze quantitative, rispetto all’epoca c’era una sostanziale differenza qualitativa: tutti quei birrifici infatti producevano semplici Lager, tutte di stampo tedesco. Ci sarà almeno un’altra puntata 😉

      • Producevano Lager e quindi qualitativamente inferiori? Perché esistono tipologie qualitativamente superiori ad altre? Sinceramente non capisco la tua affermazione.

        • Andrea Turco

          Non la capisci perché intendi “qualitativa” solo in quel senso. Intendo che non c’era una varietà di tipologie come quelle che puoi incontrare oggi: l’unica cultura brassicola di riferimento era quella tedesca, nei suoi stili più diffusi. Niente Belgio, né Regno Unito, né altre interpretazioni.

  2. Bell’articolo oltre che interessante.Avete ragione…aggiungo che l’italia di quell’epoca era sovrana,aveva un proprio mercato(al contrario di oggi) ed un economia in salita…conseguenza : vi erano moltissime fabbriche di birra gran parte delle quali,ad oggi,non ne conosciamo i nomi. Alcune distribuivano il proprio prodotto localmente ,e altre ,grazie alla qualità e alla propaganda futurista e autarchica(esempio le locandine) arrivarono ai massimi livelli facendosi conoscere in tutta la nazione(anche oltre). Si ,si producevano Lager. Le birre citate nell’articolo , un tempo prodotte con tecniche artigianali ma vendute su scale industriale ,credo fossero superiori qualitativamente rispetto a quelle odierne! Sarebbe stupendo se attraverso studi,ricerche ,imprenditori,homebrewer o appassionati riprendessero e riconvertissero,in chiave artigianale, con coraggio e volontà(col sostegno dello stato attraverso bandi,finanziamenti ecc..) le birre storiche restituendo la giusta dignità a quest’ultime mantenendone l’identità! 🙂

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