Buon lunedì a tutti, come avete passato lo scorso fine settimana? Personalmente ho fatto una bella gitarella a Firenze, per un week-end immerso in una delle città più belle d’Italia ma alla quale – e qui faccio mea culpa – non avevo ancora dedicato il tempo che meritava. Ovviamente sto parlando solo degli aspetti turistici del posto, perché dal punto di vista birrario avevo così poche aspettative che ho deciso di saltare a piè pari questo aspetto. Prima di partire avevo chiesto a qualche amico toscano conferma della pochezza birraria di Firenze, ricevendo sempre la stessa deludente risposta. Al punto che mi sono domandato come mai in una città tanto importante sia ancora così difficile trovare locali con birra di qualità. E mentre cercavo un motivo, mi sono reso conto che non è l’unico caso in Italia. Tutt’altro…
nov
7
'11La birra artigianale italiana è un fenomeno di provincia
ott
20
'11Black IPA, o di come non chiamare le Cascadian Dark Ale
Nella vivace scena americana a volte trovano anche spazio alcune riflessioni sul mondo della birra artigianale locale. Una delle dispute più interessanti degli ultimi tempi – almeno per me, per altri sarà una questione irrilevante – riguarda il nome da usare per le incarnazioni di un recente stile birrario. Alcuni lo conoscono con l’appellativo di Black IPA, altri con quello di Cascadian Dark Ale. In entrambi i casi si tratta della stessa tipologia di birra, basata su una ricetta che fonde le caratteristiche dei malti scuri (tostato, cioccolato, bruciato) con le luppolature tipiche delle India Pale Ale (o meglio, American IPA). Il risultato, ancorché di difficile bilanciamento, può essere molto intrigante: questo spiega il successo che sta avendo questo nuovo stile in patria e all’estero. Così mentre l’interesse degli appassionati cresce costantemente, di tanto in tanto torna d’attualità la questione del nome. CDA o Black IPA? Un dilemma mica da poco…
ott
18
'11Delle sottili analogie tra Pumpkin Ale e birre alle castagne
Con il mese di novembre all’orizzonte, negli Stati Uniti si ricomincia a parlare di Pumpkin Ale. Per quanto possa sembrare strano, questa tipologia di birre appartiene alla storia del movimento americano, in particolare al suo periodo pionieristico, quando i primi immigrati erano costretti a birrificare con ingredienti di fortuna in mancanza di orzo maltato. La zucca era uno di questi surrogati, il cui utilizzo si perse con il miglioramento delle tecniche produttive locali. Con la renaissance birraria del paese, la zucca tornò protagonista, impiegata per aromatizzare birre stagionali. E ovviamente l’occasione ghiotta è rappresentata dalla festa di Halloween, capace di smuovere un giro d’affari paragonabile solo a poche altre ricorrenze. Ma perché questa lunga introduzione sulle Pumpkin Ale? Per il semplice fatto che ho trovato alcune curiose analogie con uno stile (l’unico?) prettamente italiano: le birre alle castagne.
set
29
'11Dal Regno Unito dieci consigli su come massimizzare i profitti nei pub
Esattamente come ieri, anche oggi torno su una recente pubblicazione riguardante il mercato della birra. Probabilmente avrete capito che mi riferisco a quel The Cask Report che ho sviscerato giusto qualche giorno fa e che annualmente esamina lo stato della birra in cask nel Regno Unito. Tranquilli però, non voglio analizzare nuovamente quei dati, bensì porre l’attenzione su un capitolo secondario che trovo molto interessante. Si tratta di una serie di suggerimenti, emersi da un’attenta analisi del settore, rivolta a quei gestori di pub che propongono o vorrebbero proporre birre tradizionali nei loro locali. Una sorta di prontuario da tenere in grande considerazione e che forse può tornare utile anche ai publican italiani.
set
28
'11Care donne, berreste una birra solo perché rosa?
Quando a fine luglio vi ho parlato dei dati emersi dall’immancabile Annual Report di Assobirra, ho citato la crescita del segmento femminile tra i consumatori di birra. Esse rappresentano addirittura il 44% dei bevitori italiani, per un totale di 16 milioni di individui. In poche parole il gentil sesso copre quasi la metà dei consumi, ma se pensiamo alle pubblicità di birra, notiamo che sono quasi sempre destinate a un pubblico maschile. Dalla famosa “bionda” della Peroni fino ai tanti spot italiani e stranieri di oggi, il modo di comunicare la birra è stato sempre fallocentrico. Un fenomeno curioso, di cui gli esperti di marketing sembrano essersi accorti solo recentemente e che adesso stanno cercando di correggere. Ma nel modo peggiore…
lug
11
'11C’era una volta il pub, o dell’ibridazione di locale birrario
Nella recente rassegna degli ultimi beershop aperti nella Capitale ho sottolineato come alcuni tra gli ultimi arrivati abbiano iniziato a differenziare la propria offerta, sia proponendo articoli completamente diversi dalla birra (piercing, biciclette, libri), sia accompagnandola con street food e proposte simili (eclatante il caso del franchising Beerland). Insomma, sembrerebbe in atto un’ibridazione del concetto di beershop, non più incentrato quasi esclusivamente sulla birra, ma anche su prodotti più o meno distanti anni luce da essa. Credo si possa affermare che la stessa ibridazione - decisamente in maniera più evidente – sta riguardando anche i locali: il pub non è più la casa della birra in modo esclusivo, bensì stanno aprendo posti dalla natura promiscua, in cui i prodotti dei microbirrifici sono protagonisti, ma non in modo assoluto.
giu
27
'11Manifesto di un appassionato bevitore
Lunedì scorso ho aperto la settimana con un articolo che criticava alcune degenerazioni nate dal grande successo ottenuto dalla birra artigianale. A sette giorni di distanza tiro nuovamente in ballo l’argomento, perché nel frattempo ho riflettuto a lungo su quel post e ritengo che io debba fare qualche passo indietro, o quantomeno qualche correzione. Non ho mai nascosto il mio augurio che la birra artigianale possa diventare un bene sempre più accessibile – in termini di prezzo e reperibilità – dunque sarebbe un antipatico controsenso fare certi auspici e intanto inorridire di fronte ad alcune evoluzioni dell’ambiente. Mai nella vita vorrei apparire come un classico ipocrita benpensante…
giu
20
'11Fermate questa cavolo di birra artigianale!
Che la birra artigianale in Italia sia un fenomeno emergente è ormai risaputo anche dal cane della mia portiera. E come tutti i fenomeni emergenti, anche quello della birra artigianale mostra di tanto in tanto evoluzioni “particolari”, situazioni che potremmo definire “aberrazioni” o “degenerazioni” rispetto alle quali l’appassionato di turno (soprattutto se con qualche anno di carriera sulle spalle) non può che rimanere esterrefatto. Come porsi nei confronti di queste deviazioni dall’ortodossia di un fenomeno? E’ giusto restare indifferenti – o magari sorridere al loro cospetto – in quanto inevitabili in un settore in ascesa, oppure è giusto sottolinearne i pericoli, perché contrari all’approccio tradizionale? Recentemente di cose strane ne ho viste parecchie…
giu
8
'11Quanto conta una birra di successo nell’ascesa di un birrificio?
Tra i tanti blog birrari che seguo, devo ammettere che uno dei miei preferiti è quello di Tyrser. Magari non vanterà una costanza di aggiornamento paragonabile ad altri (sebbene negli ultimi tempi la frequenza di nuovi post sia aumentata sensibilmente), ma difficilmente ogni nuovo intervento non stuzzica nel lettore qualche tipo di riflessione. Ad esempio un recente articolo su Montegioco e il suo birraio Riccardo Franzosi si apre con una frase illuminante:
Ci sono birre che fanno la fortuna di un birrificio; “imbroccare” il cavallo vincente, studiare e costruire una birra ad effetto o avere la grazia divina di ritrovarsela nei maturatori senza sapere perché è l’Eldorado del birraio.
Affermazione che può sembrare banale, ma che non lo è, e che può offrire la giusta chiave di lettura per spiegare come nasce un birrificio di successo. La fortuna di un birrificio è quasi sempre legata a quella di una sua birra nello specifico. E’ questa una regola valida o una semplice congettura? Scopriamolo insieme analizzando la scena italiana…
mag
27
'11In verità vi dico: le lattine sconfiggeranno la birra industriale
Twitter è un brutta bestia. Molti lo amano, molti altri lo odiano, moltissimi non sanno cosa sia. Personalmente lo uso da – quanto sarà? – un anno e ancora non ho ben capito se è una grande invenzione o il frutto della moda del momento. Fatto sta che nel flusso di pensieri globale che il sito fornisce, ogni tanto capita di leggere un tweet particolarmente interessante. E’ quello che mi è capitato stamattina, quando AlepazaHB ha “retweettato” un pensiero di Lee Williams (autore del sito Hoptopia), che riporto fedelmente:
I predict that the increased availability of good craft beer in cans will eat macro beer market share faster than termites in a log cabin
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Secondo la sua previsione, la birra artigianale in lattina sottrarrà in pochissimo tempo quote di mercato ai prodotti industriali. Ma sarà veramente così?














