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Hai detto IBU? Quegli strani acronimi del mondo della birra

Foto: A Pour Thought

Noi appassionati solitamente lodiamo quei birrifici che in etichetta inseriscono informazioni utili oltre a quelle obbligatorie (ingredienti, grado alcolico, ecc.), perché le riteniamo fondamentali per guidare il consumatore medio all’acquisto. Ma, come non smetterò mai di sottolineare, la percezione della birra da parte di un beer lover è ben diversa da quella della gente comune, anche quando è già entrata in contatto con le produzioni artigianali. Noi siamo bevitori “evoluti”, che ormai hanno acquisito così tante nozioni e competenze da considerarle scontate. Ma è normale che la maggior parte degli acquirenti non sappia cosa significhi IBU, EBC, ABV e via dicendo. Affinché tali informazioni non rimangano un vezzo a uso e consumo di noi nerd della birra, bisognerebbe anche spiegare il senso di certe sigle. È quello che faremo oggi: ecco gli acronimi del mondo birrario e il loro rispettivo significato.

EBC (European Brewers’ Convention) – Partiamo dalla sigla che ieri ha attirato l’attenzione di alcuni giovani acquirenti mentre ero al Beer Stop. È semplicemente il nome dei una delle scale utilizzate per misurare il colore dei malti e delle birre, in particolare quello in uso in Europa. Più bassi sono i valori, più la birra è chiara: una blanda Lager commerciale può misurare tra i 4 e gli 8 EBC, mentre un’impenetrabile Stout fino a 100 EBC e oltre. In America si usa invece il metodo SRM (Standard Reference Method) e i valori di una scala possono essere convertiti in quelli dell’altra secondo la formula EBC = SRM x 1,97.

IBU (International Bitterness Units) – È uno degli acronimi birrari che ha acquisito maggiore fama negli ultimi anni, soprattutto grazie al successo delle birre luppolate. Il motivo è semplice: rappresenta la scala internazionale per misurare l’amaro di una birra. Valori più alti indicano birre più amare, tuttavia il discorso non è così semplice, perché nella percezione del gusto entrano in gioco altre componenti. Così se una birra è molto maltata (dolce), la parte amara risulterà meno evidente anche a fronte di un valore di IBU molto alto. Inoltre il valore è teorico e non sempre indicativo al 100%, anche perché esistono diversi metodi per calcolarlo. Infine, oltre un certo valore il nostro palato non riconosce IBU diverse: saranno tutte birre ugualmente (super) amare, anche se in etichetta sono indicate 1.000 IBU – cosa realmente accaduta con Mikkeller. È chiaro quindi che le IBU possono essere utilizzate più come strumento di marketing che come informazione utile per il consumatore, soprattutto quando sono sbandierate ai quattro venti.

AA (Alfa acidi) – Continuiamo a parlare di amaro. Quando trovate questa sigla accanto a un luppolo sappiate che – in termini generali – indica il suo potere amaricante. In realtà i responsabili della parte amara della birra sono gli iso-alfa-acidi, cioè la versione isomerizzata degli alfa acidi, che a seguito di questa trasformazione diventano solubili. In base alla percentuale di alfa acidi che possiedono, i luppoli si dividono in luppoli da amaro o da aroma.

ABV (Alcohol by volume) – Altra sigla con cui avrete avuto spesso a che fare se siete bevitori seriali. L’acronimo è la definizione convenzionalmente adottata in ambito internazionale per indicare la percentuale in volume del contenuto di etanolo in una bevanda alcolica. In Italia prende il nome di titolo alcolometrico o di gradazione alcolica e si esprime col simbolo “% vol.”.

BJCP (Beer Judge Certification Program)L’abbiamo citata spesso su Cronache di Birra: è un’associazione internazionale per la promozione della cultura birraria e per la definizione degli standard di valutazione delle birre. Il suo documento più importante è quello con cui definisce le linee guida degli stili birrari (Style Guidelines).

Camra (Campaign for Real Ale) – Probabilmente la più importante associazione mondiale di promozione birraria, è responsabile della rinascita del movimento artigianale nel Regno Unito e della salvaguardia delle tradizionali birre anglosassoni (Real Ale). Tra le tante attività che porta avanti ricordiamo l’organizzazione del GBBF (Great British Beer Festival) e di altre manifestazioni a tema, la pubblicazione di preziose guide birrarie, il coordinamento di iniziative a favore dei consumatori. Vanta anche un certo peso a livello politico.

DMS (Dimetilsolfuro) – È uno dei primi difetti che si imparano assaggiando birre e in generale corrisponde al gusto (sgradevole) di verdura cotta.

EKG (East Kent Goldings) – Uno dei luppoli più famosi del Regno Unito, originario dell’East Kent. Insieme al Fuggle rappresenta una delle varietà anglosassoni considerate “nobili”.

ESB (Extra Special Bitter) – Classico stile anglosassone, corrisponde alla versione più muscolare di Bitter.

OG – FG (Original Gravity – Final Gravity) – Sigle molto care agli homebrewer ancor prima che ai birrai, indicano la densità del mosto rispettivamente all’inizio e alla fine della fermentazione.

IPA – C’è davvero bisogno di spiegarlo questo? 🙂

Altri acronimi da aggiungere?

 

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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6 Commenti

  1. Bitterness Andrea non Bittering! =)

  2. in giro ho letto anche EBU (european bitterness unit), ma esiste?

  3. Fico questo articolo
    Molto interessante di sicuro…
    E molto tecnico….
    Magari semplificandolo sarebbe comprensibile anche ad altre persone meno… Avezze. E Nerd pensaci un po prima di dirlo a tutti.

  4. Ultimamente va di moda il BU/GU, ossia IBU/OG (credo!). Misurando il rapporto tra unità di amaro e densità zuccherina del mosto prima della fermentazione, dovrebbe misurare il bilanciamento tra amaro e dolce in una birra! Un po’ più sensato dell’IBU insomma 😉

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