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Proprio così, anche la birra ha i suoi club esclusivi

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Il mondo della birra, lo sapete, ha una sua storia millenaria, che si è sviluppata nel tempo seguendo consuetudini e leggi ben precise. Come in tutti i settori produttivi, i protagonisti hanno sempre cercato di comunicare il valore del proprio lavoro, affidandosi a criteri qualitativi di volta in volta diversi. La continua ricerca di un’eccellenza produttiva contribuisce alla nascita di “club” esclusivi, ai quali possono accedere solo pochi fortunati. Questo è vero anche per la birra, che nonostante sia la bevanda più socializzante del mondo, in alcune sue espressioni non sempre sembra tendere la mano. Tranquilli, non parleremo per l’ennesima volta dei prezzi delle bottiglie italiane, né dell’immagine modaiola che la birra sta acquistando nel nostro paese. Oggi invece scopriremo alcune elite birrarie che hanno segnato la storia e le convenzioni produttive della nostra bevanda.

Le sei sorelle di Monaco

Poiché sabato prossimo inizierà l’Oktoberfest 2011, mi sembrava opportuno partire dalla più famosa festa della birra del mondo. Ogni anno per l’occasione Monaco di Baviera è invasa da milioni di visitatori, desiderosi soltanto di divertirsi a suon di classici boccali tedeschi. Un evento simile sarebbe una vera manna per qualsiasi produttore di birra, che avrebbe la possibilità di garantirsi un giro d’affari non indifferente. Peccato che all’Oktoberfest siano ammessi solo sei birrifici, quelli tradizionalmente legati alla festa: Hofbrau, Paulaner, Augustiner, Lowenbrau, Spaten e Hacker-Pschorr. Sono loro le “sei sorelle”, le sei birrerie che costituiscono uno dei club più esclusivi del mondo birrario. A loro è concesso vendere birra all’Oktoberfest, tutti gli altri produttori della città possono solo rimanere a guardare, sperando che qualche beer hunter dell’ultima ora si prenda una sosta dalla manifestazione per assaggiare le creazioni dei microbirrifici locali.

I luppoli nobili

Tra le sconfinate nozioni legate alla birra, esiste anche quella di “luppoli nobili”, che denota una serie di varietà di luppolo accomunate da caratteristiche comuni. In particolare si distinguono per contribuire poco all’amaro di una birra e molto al suo aroma. Tradizionalmente con l’espressione ci si riferisce a quattro varietà appartenenti al centro Europa: gli storici Hallertau, Saaz, Tettnanger e Spalt. Secondo alcuni a questo elenco andrebbero aggiunti anche il Fuggle e l’East Kent Goldings, originari dell’Inghilterra. In tutti i casi comunque si tratta di luppoli dal profilo aromatico elegante e fine, le cui peculiarità sono evidenti in alcune birre (come le Bohemian Pils). Come detto il loro apporto in termini di amaro è piuttosto contenuto, quindi in diversi casi sono impiegati insieme ad altre qualità che invece esaltano quell’aspetto nella birra. In un periodo in cui si è ormai diffusa la moda per luppoli esotici (americani, giapponesi, neozelandesi), secondo me è opportuno riscoprire e sottolineare i pregi dei luppoli nobili. Se sono considerati l’elite della specie, un motivo ci sarà, non pensate?

I birrifici trappisti

Molte volte su queste pagine abbiamo parlato dei birrifici trappisti e delle ferree leggi che regolano questo particolarissimo club birrario. Non è un caso che l’argomento torni con una certa frequenza: alcune birre trappiste sono tra le migliori incarnazioni dell’arte brassicola internazionale, prodotte secondo ricette tramandate nei secoli. E comunque è impossibile negare che certe produzioni posseggano un fascino tutto particolare: l’idea che una birra sia prodotta da monaci all’interno delle abbazie cistercensi ha una forza evocativa non indifferenti, al punto che tante aziende “laiche” vi hanno puntato. In realtà i birrifici che possono apporre il logo Authentic Trappist Product sulle loro bottiglie sono solo sette in tutto il mondo, di cui sei situati in Belgio: Chimay, Rochefort, Achel, Westmalle, Westvleteren, Orval, oltre all’olandese La Trappe. Questo gruppo elitario negli anni ha visto cambiare spesso la propria struttura interna, con alcuni birrifici che sono usciti e poi rientrati nel club. Dalle ultime notizie, sembrerebbe che in futuro dovremmo aspettarci altri cambiamenti.

Questi sono le tre elite birrarie definite dalla storia della bevanda che mi sono venute in mente. Voi avete qualche idea per integrare l’elenco? Cosa ne pensate di questi “club”?

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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12 Commenti

  1. Busch InBev, SAB Miller, Heineken, Carlsberg

  2. HORAL i produttori di lambic.

  3. Credo si possano aggiungere anche i produttori di kölsch.
    E direi che, così come nel caso delle trappiste e delle oktoberfestbier, l’esclusività sia sfociata nella costituzione di uno stile di fatto.

  4. Andrea Turco

    In realtà nell’articolo non mi riferisco a marchi di qualità o di indicazione geografica (a cui dedicherò un altro post), ma a “club” trasversali diciamo… Certo, in questo senso i trappisti sono quasi a cavallo tra i due concetti, me il famoso esagono non può essere certo considerato un marchio di tipicità regionale.

    Occhio che le trappiste non costituiscono uno stile 😉

  5. “CAMRA says this is Real Ale” conta?

    • Andrea Turco

      Mah, il problema è che poi si riapre la solita questione sulla definizione di “birra artigianale” e compagnia 😛

      • però non è mica banale la cosa. almeno il termine Real Ale l’ha coniato il CAMRA, di fatto un marchio. se loro decidono che è una Real Ale, è una Real Ale e basta… non che abbia importanza in termini di qualità, ma ne ha in termini di riconoscibilità. e almeno (cosa più importante) si conoscono le regole per stabilire il requisito

  6. Meno male che non si tratta di club vip o modaioli, ma di luppoli e produttori 🙂

  7. Io avrei da elencare una serie di club esclusivi, dunque:
    [CENSURA] artigianale [CENSURA], quando tali club saranno disfatti dalla consapevolezza del consumatore allora saremo all’alba di una nuova era birraria.

    Ciao. Eraldo.

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