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Anche per la birra ci vuole orecchio!

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2Sicuramente saprete che la valutazione di una birra è un’attività molto interessante e divertente, che coinvolge tutti i sensi. O meglio, quasi tutti: tradizionalmente possiamo immaginare un percorso analitico che inizia con la vista, successivamente coinvolge l’olfatto, infine chiama in causa il gusto e il tatto. Tutte le sensazioni che ne derivano sono fondamentali per definire un giudizio, poiché ci restituiscono percezioni più o meno piacevoli per quanto riguarda colore, schiuma, profumi, corpo, aromi, retrogusto e altri aspetti della birra. È un gioco al quale prendono parte tutti i sensi umani, tranne uno: l’udito. L’orecchio non è semplicemente considerato: in effetti quali informazioni ci può restituire riguardo a una birra? Domanda lecita, alla quale saremmo propensi a rispondere con un “nessuna”; tuttavia la soluzione al quesito non è così semplice.

Sia chiaro, con il post di oggi non voglio sostenere l’irrinunciabile importanza dell’udito nella valutazione della birra. Tuttavia, benché il suo contributo sia praticamente irrilevante nella formazione del giudizio finale, è fuorviante sostenere che la sua presenza sia del tutto inutile. Con questo articolo voglio soffermarmi sul senso più trascurato dal mondo birrario e capire se è effettivamente inutile come sembra, oppure se può essere rivalutato entro certi limiti. Immagino che il tema sia stato già trattato in passato, soprattutto all’estero, eppure non mi è mai capitato di leggere nulla al riguardo, se non brevi considerazioni estemporanee.

Tra di voi probabilmente c’è chi, con una certa continuità, si diletta a valutare delle birre in sessioni di degustazione. Avete mai provato a usare anche l’udito? Quasi sicuramente no. Eppure c’è un momento in cui questo senso può aggiungere importanti dettagli e che si accompagna all’analisi visiva. Se avvicinate l’orecchio alla birra appena versata, infatti, sentirete lo “scoppiettare” della schiuma e potrete farvi un’idea sulla persistenza della stessa e sui livelli di carbonazione. Se la schiuma è molto “rumorosa”, saprete con ragionevole certezza che la carbonazione sarà piuttosto evidente e che la schiuma stessa tenderà a scomporsi in tempi relativamente brevi. Viceversa la situazione risulterà meno “tumultuosa”.

Chiaramente si tratta di informazioni accessorie, che non aggiungono nulla di decisivo al giudizio finale. L’udito è in grado di descrivere elementi che saranno registrabili anche con gli altri sensi (vista e tatto), risultando quindi superfluo. Semmai può confermare – se ce ne fosse bisogno – percezioni rilevate in modo diverso. Da questo punto di vista il suo contributo appare quindi del tutto inutile.

Se però talvolta vi è capitato di avvicinare una birra all’orecchio – prima di fare questa operazione assicuratevi di essere da soli a casa, in caso contrario amici e parenti si preoccuperanno delle vostra condizioni mentali 🙂 – avrete scoperto un mondo di suoni che non immaginavate esistesse. È ciò che è accaduto a me: non avevo mai considerato la birra dal punto di vista “musicale”, pensandola piuttosto come un qualcosa di completamente “muto”. In pratica l’avevo sempre esclusa dalle percezioni udite, perché non evidenti. Eppure i suoni ci sono e chiedono solo di concentrarsi su di essi: il risultato è un senso di vitalità che nessun altro senso è in grado di offrirci.

Inoltre c’è almeno un altro momento uditivo importante, che coincide con l’azione di aprire e versare la birra nel bicchiere. Si tratta di un frangente che non trasmette molte informazioni utili per la valutazione – certo, se sentite un botto clamoroso quando togliete il tappo potete cominciare a preoccuparvi… – ma che è estremamente importante a livello psicologico, perché anticipa la successiva bevuta. I pubblicitari, che sono i più fini psicologi della nostra era, lo sanno bene: sono diversi gli spot televisivi e radiofonici che enfatizzano il momento in cui si apre e si versa una birra. I suoni che accompagnano certi gesti valgono probabilmente più della visione degli stessi. Sono un marchio di fabbrica della nostra bevanda, rappresentano uno stimolo condizionato per i bevitori al pari del campanello per i cani di Pavlov.

Ascoltare il rumore di una birra prima stappata e poi versata nel bicchiere ci mette di buon umore. In alcuni casi – direi talvolta anche nel mio 🙂 – provoca persino l’aumento della salivazione. Sono gesti di una musicalità unica, a cui associamo sensazioni positive. Sono suoni democratici: valgono allo stesso modo per prodotti industriali e artigianali, buoni o cattivi. Se non ci fossero – se quindi l’udito non avesse importanza – bere una birra perderebbe un suo fattore di piacere importante, seppur marginale.

In conclusione non dimentichiamoci completamente dell’udito. È il senso meno coinvolto quando beviamo o giudichiamo una birra, ma proprio per questo è in grado di offrirci le sensazioni più sorprendenti. Non troverete mai schede di valutazione con una sezione dedicata all’analisi uditiva, ma non per questo l’orecchio va completamente escluso dalle tante soddisfazioni sensoriali che è capace di regalare una birra.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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7 Commenti

  1. Mi ricordo la Weiss di San Biagio che friccicava peggio di un bicchiere di fanta…
    Vabbè poi faceva pure schifo ma so dettagli….

  2. Verissimo. La pubblicità enfatizza certi suoni anche in spot di bevande diverse dalla birra. Mi è venuto in mente questo: Se fa Schhh… è Schweppes Tonica 🙂 !

  3. Sì, questo è vero, però con certe attenzioni al dettaglio estremo rasentiamo un po’ il campo della “sega mentale”

  4. ahhh, le sinestesie! 😉

  5. “I pubblicitari, che sono i più fini psicologi della nostra era”

    oddio, questa è un’esagerazione. però si, è un rumore carino ed ogni tanto anche io mi sono soffermato ad ascoltarlo. anche quello dell’acqua gassata, che è un po’ più “grossolano”

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