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Westvleteren obbligata a etichettare, Palm si autodefinisce “craft”

5haul

5haulQuesta mattina il sempre ottimo Bere Birra ha rilanciato sulla sua pagina Facebook due notizie provenienti dal Belgio, che ho trovato molto interessanti. In entrambe il concetto centrale è quello di “sacralità” della birra artigianale, che purtroppo sta lentamente lasciando il passo alle logiche di mercato e di marketing. La prima notizia riguarda il più leggendario tra i pochi birrifici trappisti esistenti al mondo: Westvleteren. La sua fama deriva da piccoli dettagli, come l’assenza totale di etichette sulle sue bottiglie. Peculiarità che per l’Unione Europea non sarà più permessa e che obbligherà i frati a etichettare le loro bottiglie. La seconda notizia riguarda il gruppo Palm, che a breve cambierà nome in Palm Belgian Craft Brewers. A stonare è ovviamente quel “craft” (cioè “artigianale”), difficile da associare mentalmente a un’azienda che produce in totale 65 milioni di litri all’anno. Ma andiamo con ordine e partiamo dall’abbazia di St. Sixtus.

La novità per i monaci delle Fiandre arriva addirittura dal sito del Telegraph e comprometterà l’ultimo segno distintivo rimasto per le birre di Westvleteren. Dal 1945 a oggi il birrificio ha potuto evitare di etichettare le sue bottiglie perché riporta sui tappi a corona tutte le informazioni obbligatorie, ingredienti compresi. Come accennato, questa è una delle tante piccole caratteristiche che hanno contribuito a creare il mito di Westvleteren: l’unico modo per distinguere le tre birre prodotte presso il monastero è il colore del tappo – giallo per la Westvleteren 12, blu per la Westvleteren 8 e verde per la Westvleteren Blonde. Ma l’Unione Europea ha deciso che dal prossimo anno ogni prodotto alimentare dovrà riportare anche la provenienza degli ingredienti: una mole di informazioni aggiuntive che non potranno certo trovare posto sui tappi delle bottiglie. Da qui la necessità di iniziare ad etichettare le proprie produzioni, come spiegato da un portavoce del birrificio.

La notizia non è certo stata accolta con entusiasmo dalla comunità dei monaci, tanto che Manu Van Hecke, abate di Westvleteren, si è scagliato senza mezzi termini contro le pressioni continue che i frati stanno subendo dal mondo del commercio:

Nella società di oggi la crescita è il mantra. La gente mi dice: “Se c’è così tanta domanda per la vostra birra, allora dovreste produrne di più”. Potremmo anche farlo, ma poi entreremmo in un circolo vizioso, con laici all’interno del birrificio e maggiori responsabilità commerciali. A quel punto il processo non sarebbe più nelle nostre mani.

Ma considerazioni a parte, sembra ormai inevitabile che a breve le birre di Westvleteren dovranno essere “vestite”. In questo modo si completerebbe quel processo di “normalizzazione” che negli ultimi anni ha fatto decadere tutte le caratteristiche leggendarie del birrificio. In passato vi parlai ad esempio dell’ingresso delle bottiglie nei canali della grande distribuzione, dopo che per anni le birre furono difficili da acquistare persino presso il birrificio. Ma anche in quel caso fu una scelta obbligata, suggerita per recuperare fondi per la ristrutturazione dell’abbazia. Difficile però pensare che la novità fermi i collezionisti: se come me avete qualche bottiglia di Westvletern in cantina, ci penserete una volta di più prima di stapparla 🙂 .

Jan_ToyeSe un birrificio perde uno dei suoi aspetti più “artigianali”, un altro se ne appropria in modo del tutto arbitrario. Il riferimento è ovviamente a Palm, che, come detto, cambierà il suo nome in Palm Belgian Craft Breweries. Palm nacque nel 1686 come birrificio e oggi consiste in un gruppo brassicolo che controlla altri importanti marchi, come Rodenbach e Boon. Sommando i vari brand, il totale di birra prodotta all’anno tocca i 650.000 ettolitri, una cifra che a una prima lettura si fatica ad associare al concetto di artigianale. Dietro una scelta del genere c’è ovviamente una valutazione di tipo commerciale e comunicativa, soprattutto in un momento in cui la birra di qualità sta ottenendo crescente attenzione.

A mio modo di vedere però il problema non è tanto nella mossa di Palm, quanto nella totale libertà che un’azienda detiene nel compiere una scelta del genere. Mi spiego meglio. Secondo me, entro certi limiti, la quantità di birra prodotta non è un vincolo per definirsi artigianali o meno. In America, dove il termine “craft” è disciplinato da regole, la produzione di Palm rientrerebbe tranquillamente nei limiti imposti. E non ho problemi a considerare artigianali marchi come Rodenbach e Boon, che mantengono un fortissimo legame con le tradizioni brassicole del passato. Quindi da un certo punto di vista Palm è un gruppo di birre craft, almeno in parte.

Il problema semmai è la possibilità per un birrificio di appropriarsi inopinatamente del termine “craft” o “artigianale”. In teoria anche un produttore industriale potrebbe farlo, senza violare alcuna regola. Questo è quello che accade in Belgio e nella gran parte dei paesi in cui esiste il concetto di birra artigianale – Italia compresa, ça va sans dire. Una delle poche eccezioni è rappresentata dagli Stati Uniti, dove, come accennato, esiste un disciplinare in merito.

In definitiva siamo al cospetto di due notizie che non stravolgeranno il mondo della nostra bevanda, ma che indicano in modo chiaro come la modernità possa rappresentare un pericolo per alcune sue caratteristiche. Sia chiaro, non voglio scagliarmi a priori contro qualsiasi segno di progresso. È però importante che ogni decisione sia valutata anche nell’ottica della salvaguardia delle tradizioni. Brassicole o meno.

 

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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Un commento

  1. alexander_douglas

    Questione Westvleteren: ecco come la burocrazia ti ammazza la poesia di alcune storie come quella della piccola azienda delle Fiandre….ora chi avrà in cantina vecchie bottiglie non etichettare ci penserà due volte come dici tu prima di aprirle sapendo che diventano pezzi da collezione XD
    Discorso Palm….questa è una questione curiosa: essendo Palm sia un marchio singolo che un gruppo che racchiude diverse aziende brassicole bisogna vedere se loro intendono che tutto il gruppo Palm si fregerà della dicitura ” craft” o se intendono dire che il singolo marchio Palm diventa “craft”….in ogni caso ottima mossima commerciale, ma da un punto di vista etico….bah

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