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Unionbirrai, le novità sulle etichette delle birre e le beer firm in Italia

unionbirrai newublogo

unionbirrai newublogoCome alcuni di voi sapranno a fine 2014 la normativa sulle etichette alimentari cambierà profondamente, con ripercussioni anche su quelle delle birre. Saranno modifiche importanti, che, come abbiamo visto, ad esempio costringeranno Westvleteren a compiere lo storico passo di “vestire” le proprie bottiglie. Anche per questo motivo nell’ambiente birrario italiano (e non solo) c’è molta curiosità e qualche timore riguardo le nuove leggi in materia e non è un caso che a Fermentazioni abbiamo ospitato un importante seminario sull’argomento a cura di Unionbirrai, CNA Alimentare e FARE (Food and Agriculture Requirements). Con il post di oggi cerchiamo di fare un po’ di ordine sull’argomento, riprendendo anche alcuni concetti espressi durante il grande festival dello scorso fine settimana.

Partiamo allora dalla genesi della nuova normativa, che è tutt’altro che recente. Si tratta infatti della ricezione del Regolamento Comunitario 1169, stilato addirittura nel 2011. Come accade spesso questi atti vengono però accolti dai singoli Stati solo anni dopo e quindi l’entrata in vigore delle rispettive norme è previsto per il 13 dicembre 2014, a esclusione di quelle relative all’obbligo delle indicazioni nutrizionali (slittata a esattamente due anni dopo). Per quanto riguarda la legge italiana, in termini di informazioni obbligatorie da riportare in etichetta il nuovo regolamento sostituirà il D. Lgs. 109/92 art.3. Alcune informazioni obbligatorie rimarranno le stesse, altre saranno totalmente nuove, altre ancora passeranno da obbligatorie a facoltative.

Una delle novità più interessanti riguarda l’obbligo di dichiarazione nutrizionale, anche perché le relative tabelle sono destinate a occupare uno spazio di tutto rispetto sulle ridotte superfici delle etichette alimentari. Come accennato l’obbligo entrerà in vigore solo a fine 2016, ma i nostri birrai potranno dormire sogni tranquilli perché le bevande alcoliche con più di 1,2% alcol in volume saranno totalmente esentate. A proposito di titolo alcolometrico, la nuova regolamentazione non richiede più che questo dato sia presente nello stesso campo visivo del TMC (termine minimo di conservazione) e della denominazione di vendita. Fino al 13 dicembre 2014 però le cose non cambieranno, quindi è bene che fino ad allora tutti rimangano allineati con l’attuale norma.

In quanto alla denominazione dell’alimento, per la birra resteranno validi gli articoli della legge 1354/62, sostituiti dal D.P.R. 272/98. Quindi possiamo dimenticare di dire addio alla famigerata “doppio malto” e a tutte le altre denominazioni attualmente in vigore. Per quanto il TMC, esso non sarà obbligatorio per bevande con contenuto alcolico superiore a 10% in volume.

Restando in tema di informazioni che diventeranno facoltative, una delle novità più importanti sarà il venir meno dell’obbligo di riportare la sede di produzione della birra (e di qualsiasi altro bene alimentare). Questa novità farà storcere la bocca ai più, soprattutto a chi si occupa di birra artigianale. Se infatti uno dei fenomeni più discussi del momento è quello delle beer firm, la prossima normativa andrà in una direzione diametralmente opposta rispetto alle richieste di trasparenza che provengono da più parti. La ratio è che per il consumatore non è importante dove viene realizzata la birra, ma chi ne è il responsabile della messa in commercio. Logica a mio parere non del tutto condivisibile, che da un lato potrebbe esporre l’acquirente a una comunicazione quantomeno ambigua, dall’altra carica la beer firm di importanti responsabilità nei confronti del primo – sebbene in questo caso mi sembri perfettamente giusto.

Il dado è tratto e ovviamente non possiamo fare altro che prendere atto della situazione, sapendo che da domani qualsiasi beer firm potrebbe deliberatamente decidere di rimuovere (o continuare a non riportare) tutte le informazioni riguardanti il sito di produzione (cioè il birrificio proprietario dell’impianto presso cui si appoggia). Sarà una scelta che deciderà di compiere ogni azienda, ma almeno lo sapremo tutti: così potremo acquistare solo quelle birre che saranno trasparenti fino in fondo. Non dimentichiamoci il grande potere in mano ai consumatori…

A proposito di beer firm, l’intervento di Unionbirrai a Fermentazioni si è concentrato molto su questa fattispecie, surrogato dai dati in anteprima del nuovo studio compiuto in collaborazione con Altis. Dalla relazione risulta che è un fenomeno in forte crescita e che si inserisce perfettamente nel periodo di difficoltà economica per il nostro paese – oltre che nella difficoltà di crescita imprenditoriale. Così risulta che nel 57% dei casi le beer firm sono imprese individuali o società semplici e che solo nel 20% dei casi sono in grado di sostenere da 1 a 3 dipendenti. Interessanti le cifre relative al fatturato, che per il 62% dei casi deriva dalla mescita o distribuzione diretta e dalla vendita online e nel 38%  alla distribuzione indiretta tramite distributori di bevande. L’85% di tali realtà non supera una produzione di 250 hl e la gamma prevede un numero massimo di 5 birre prodotte; eccezion fatta per un buon 7% che supera i 700 hl annui (pari a 100.000 bottiglie).

Come spiega Claudio Cerullo di UB:

Dietro questi numeri si celano aziende vitivinicole o agricole o gruppi distributivi che cercano in modo opportunistico di investire su un proprio marchio per allargare il giro di affari o supplire ai segni negativi della crisi con prodotti che invece nel mercato nazionale rappresentano sì una nicchia non superiore al 2%, ma con un segno di crescita positivo.

Secondo Simone Monetti, direttore di Unionbirrai:

I motivi di tale fenomeno si radicano sul trend positivo della birra artigianale in Italia, su una maggiore cautela nel fare impresa, cercando di procrastinare l’investimento sull’impianto produttivo a quando ci sarà un volume di vendite tale da consentirne l’ammortamento; ma anche su un più difficile accesso al credito, che ha impedito a chi volesse acquistare il proprio impianto, di farlo.

Tornando al Regolamento Comunitario 1169/2001, Unionbirrai ha deciso di istituire uno sportello di orientamento alla stesura delle etichette, mettendolo a disposizione dei soci birrai e a tutti coloro che, producendo birra, hanno bisogno di comprendere pro e contro del testo unico. L’attivazione dello sportello – che funzionerà anche come help-desk interno all’associazione – è solo questione di settimane e sicuramente verrà annunciato a breve sul sito web di Unionbirrai.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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13 Commenti

  1. “Come accennato l’obbligo entrerà in vigore solo a fine 2016, ma i nostri birrai potranno dormire sogni tranquilli perché le bevande alcoliche con meno di 1,2% alcol in volume saranno totalmente esentate.”

    Non mi torna quest’affermazione. Praticamente nessuno sarà esentato dal produrre le tabelle nutrizionali, o sbaglio?

  2. Una cosa non ho capito…. Se io beerfirm faccio fare una birra e poi grado alcolico o ingredienti non rispettano quanto scritto in etichetta chi è responsabile, io o il birrificio che produce? E sull’etichetta se escludo il produttore devo mettere la mia ragione sociale e/o partita IVA?

    • Andrea Turco

      Il consumatore si rivarrà su di te e tu di conseguenza sul birrificio. In etichetta devi comunque mettere la tua ragione sociale.

    • Beh il produttore o ‘venditore’ dovrà esserci, sostanzialmente credo sia venuto meno l’obbligo della dicitura “prodotto nello stabilimento di…….per…….”,
      e questo, anche per i prodotti alimentari, mi sembra un inutile aumento della mancanza di trasparenza..quali grandissimi impedimenti burocratici-grafici dava?

  3. Rispondo come consulente e come beer Firm ad andrea e paolo per evitare rivalse su di te basta che ti fai fare la dichiarazione che applicano quanto contrattualizzato oltre alla dichiarazione di fornitore qualificato ai sensi del sistema haccp reg 852 /2004

    • Andrea Turco

      Scusa Roberto, ma quella è una soluzione per tutelarsi in caso di rivalse, non per evitare le stesse. O sbaglio? Io consumatore dovrò comunque rivalermi sull’azienda che commercia il prodotto, poi il resto verrà di conseguenza.

  4. Una Domanda l´etichetta della bottiglia di birra deve essere obbligatoriamente in lingua italiana? Se io esporto dalla Germania in Italia birre tedesche con etichetta tedesca non e´piu a norma? o se vendo tramite il mio sito internet birre tedesche?

  5. Che cosa si intende esattamente per “stesso campo visivo”? Tutto concentrato su uno spazio dell’etichetta o può anche essere scritto in punti diversi purché sulla stessa etichetta? Grazie

  6. Ciao Andrea, leggo questo blog e mi chiedo se sapresti darmi delle delucidazioni in merito alla etichettatura del retro della mia produzione, in sostanza un mio cliente mi dice che nella quantità di prodotto per intenderci 330 ML ci deve essere anche il disegno della ” e ” di netto…

    secondo te è obbligatorio che ci sia questa benedetta ” e ” oppure è una discrezionalità ?.

    Saluti
    Giancarlo

    • Andrea Turco

      Ciao Giancarlo, non sono certo un esperto in materia ma ti posso dire che su molte birre artigianali il simbolo di stima (e) non è presente. Questo però non significa che non sia obbligatorio. L’unica cosa certa è che quando è presente il produttore non può sforare determinati limiti in termini di quantità di birra presente nella bottiglia.

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