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Le risposte del mondo craft (e non solo) allo spot di Budweiser

firestone

firestoneCome prevedibile – e probabilmente come auspicato dagli stessi autori – lo spot della Budweiser trasmesso in tv durante il Super Bowl ha alzato un polverone. Il motivo ormai lo conoscerete: per promuovere la propria birra, il marchio americano non ha trovato di meglio che ridicolizzare il mondo dei prodotti artigianali, dipingendo i suoi consumatori come dei nerd che invece di godersi la bevanda pensano solo a dissezionare il contenuto dei loro bicchieri. Un’uscita allo scoperto senza precedenti per un’industria, che per la prima volta ha attaccato in modo esplicito un segmento che in America sta conquistando costantemente fette di mercato. La pubblicità è stata criticata da più parti e in molti si sono chiesti se per Budweiser non abbia rappresentato un autogol, o quantomeno un assist involontario ai birrifici craft. La cosa certa è che dopo poche ore già non si contano più le risposte allo spot, con toni che vanno dall’adirato fino all’ironico.

Uno dei primi birrifici ad aver risposto a Budweiser è stato il danese Mikkeller, che rispetto ai suoi colleghi statunitensi ha potuto sfruttare il fuso orario favorevole. La sua replica è stata piuttosto concisa, riassumibile nell’immagine che segue (l’illustratore è lo stesso di molte etichette della beer firm):

mikkeller

Alcune aziende hanno invece ribaltato le critiche di Budweiser al mondo delle birre craft sottolineando l’aspetto positivo di alcuni concetti. Se così la multinazionale si è presa gioco di chi “coccola” le sue birre o le analizza in profondità, il birrificio Firestone Walker ha riutilizzato gli stessi termini elevandoli a virtù che l’industria non potrà mai garantire. Ecco che allora l’immagine di un birraio artigiano intento ad assaggiare il frutto del proprio lavoro si sposa alla perfezione con la frase: “Andiamo avanti, coccoliamola e dissezioniamola; la nostra birra sì che è brassata nel modo più duro”.

firestone

Il sito Hopstories ha invece realizzato un filmato molto simile allo spot di Budweiser, ma esaltando il mondo della birra artigianale e le sue caratteristiche. La birra craft nasce per essere buona, ha un gusto pieno e gratificante e offre una miriade di stili differenti. Belle le immagini, un po’ meno la musica, quasi peggiore di quella di Budweiser 🙂 .

Curiosamente però la stoccata più pesante è arrivata dalla stessa industria. MillerCoors ha sfruttato l’occasione per realizzare una pubblicità nella quale afferma che a suo parere tutte le birre dovrebbero essere coccolate. In totale contrapposizione con il concorrente diretto, MillerCoors porge una mano nei confronti del settore artigianale.

millercoors

Tuttavia il risultato è così stridente che sembra quasi chiedere un aiuto ai birrifici craft, con una serie di sviolinate non richieste:

Qui in MillerCoors crediamo che ogni stile birrario meriti di essere coccolato. Infatti è solo in questo modo che i nostri birrai posso ricreare in CoorsLight la freschezza delle pure Montagne Rocciose o lo straordinario gusto della pluripremiata Miller Lite. […]

La qualità non è qualcosa che appartiene solo a uno stile di birra o a un singolo birrificio. Appartiene a tutti coloro che mantengono la promessa di brassare e fornire in modo consistente le migliori birre al mondo.

Infatti, in MillerCoors riteniamo di mantenere questa promessa per ognuno dei nostri marchi e ognuna delle nostre birre. Sappiamo anche non siamo certamente gli unici appassionati che producono birre di grande qualità. Ogni modo di fare la birra è “craft”. E quando è fatta bene, dovrebbe essere rispettata.

Dichiarazioni che ci saremmo aspettati da un birrificio craft e mai dal marchio di una multinazionale. Ecco che allora, così come accaduto con Budweiser, lo spot di MillerCoors racconta una realtà così lontana dalla verità da risultare risibile e priva di qualsiasi velleità di autorevolezza. Se c’è una cosa che questa vicenda ci sta insegnando è che l’industria non sa più che pesci prendere. Sia che attacchi i birrifici artigianali, sia che strizzi loro l’occhio, il risultato è sempre lo stesso: un senso di inadeguatezza e tanta compassione. E così il quarantanovesimo Super Bowl rischia di passare alla storia non solo per la vittoria dei Patriots all’ultimo respiro, ma anche per quella della birra craft negli Stati Uniti.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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76 Commenti

  1. alexander_douglas

    Certo però pure la Coors con che faccia parla di qualità…

    • Andrea Turco

      Se hai la faccia per brassare certa roba, hai la faccia per fare qualsiasi cosa 😛

    • Credo che loro per qualitá non intendano quello che pensi tu,come ho scritto in un altro post,hanno dei controlli qualitá rigidissimi su materie prime,acqua e prodotto finito,quello che finisce in bottiglia é proprio quello che volevano fare…poi i gusti sono gusti. Un pó come il Lambic,per quasi tutti gli appassionati di birra artigianale se non bevi acido vuol dire che di birra non ne capisci nulla…..oh a me la roba acida non piace,che ci devo fare? 🙂

      • Andrea Turco

        No aspetta però non mischiamo il sacro col profano. I gusti sono gusti ma la qualità ha ampi margini di oggettività. Se tu usi materie prime di scarso valore per contenere i costi produttivi, se tu aggiungi additivi chimici, se tu fai una sola cotta per 5 o 6 diversi marchi, diluendo il mosto in base all’occorrenza, stai facendo uno schifo. Poi non nego che a qualcuno quello schifo possa piacere, ma per le caratteristiche descritte rimane oggettivamente uno schifo.

        • Lungi da me il voler difendere Budweiser e affini,il mio era un discorso di qualitá intesa come controllo del ciclo produttivo. Io sul modo in cui producono sono d’accordo con te ma sulla definizione di schifo bisogna discutere:il caffé considerato il migliore al modo lo pescano dalla cacca di un animaletto !!

          • Prima il lambic, ora il caffè. Ma smettila di fare paragoni che non c’entrano una mazza… 😉

          • @Michele
            Il paragone con il lambic era per dire che i gusti a volte sono dettati da tradizioni e(nel caso Italiano) anche dall’influenza di alcuni personaggi.
            Quello con il caffé era per dire che il concetto di “schifo” é molto soggettivo.
            Se c’é altro che non hai capito fammi sapere che te lo rispiego!!

          • Non t’ho ancora capito, ma va bene lo stesso 😀

  2. Sull’argomento “beechwood aged” la AB-Inbev, padrona di Budweiser, fa sapere che i chip di faggio vengono usati in maturatori orizzontali dopo essere stati fatti bollire per 7 ore nella soda. Lo scopo è quello di “eliminare qualsiasi sentore di legno dalla birra” (sic!).

  3. Ma, e se é tutta una mossa di Ambev per sacrificare la Bud e far guadagnare mercato alle proprie craft?
    La sparo lì

    • Pagare una barcata di dollari per trasmettere uno spot il cui obiettivo è affossare la loro birra + venduta ? Non sta proprio in piedi…

  4. Mikkeller ha invitato l’AB al Copenaghen Beer Celebration e postato la lettera su facebook https://www.facebook.com/mikkeller
    Tra le righe si legge una “velata” presa per i fondelli, ad esempio quando gli consiglia di portare una o due botti della loro Peach Pumpkin Amber 🙂

  5. Sinceramente, e lo dico da consumatore di birra artigianale, la reazione del mondo del microbrewing di là e di qua dell’oceano dai portali più o meno specializzati ai commenti sui social indirettamente va a favore proprio di Budweiser… 😀 …lo dico senza alcuno spirito polemico ma solo con un distacco da osservatore o se volete da consumatore consapevole, le reazioni isteriche, i sproloqui da apocalisse della fine delle birre industriali, ma soprattutto la (solita) supponenza di chi detiene la sacra Fiamma della Qualità mentre le masse (eh si perchè i numeri assoluti sono ovviamente dalla parte dei prodotti industriali) bevono solo “merda qua e merda là”.
    Esattamente questo. Lo spot Budweiser ha solo puntato un faro su un certo tipo di personaggi quello dei puristi che lo sappiamo tutti esistono eccome nel mondo della birra artigianale come in ogni altro contesto, poi però vi ci siete messi tutti sotto in fila…beer snob con il mignoletto alzato che “degustano” mentre i poveracci “bevono” sereni, tutti a inveire contro chi ha osato attaccare la Birra Artigianale…mentre invece quella merda di Birra Industriale beh certo quella è lecito che sia svilita sempre e comunque.

    A priori oggettivamente non conoscessi il settore della microbirrificazione, mi schierei già subito con i poveracci che bevono “merda”, almeno sono sereni e tranquilli e la loro Bud insipida, chimica, industriale quanto vogliamo se la bevono felici e contenti…in tutti questi anni c’è stata una sola occasione in cui nel mondo delle birre artigianali si è persa una sola anche minuscola occasione per svilire e sminuire le produzioni artigianali? eppure avete mai visto qualcuno incazzarsi perchè gli dici che la sua Peroni fa cagare tiè bevete sta IPA con 758 luppoli…lui se la beve e ti dice – che schifo non mi piace…ridamme la mia Nastro… – e buonanotte.
    Eppure nessuno ci ha perso il sonno, ne i consumatori abituali che la birra la comprano in lattina al supermercato, ne pub e ristoranti che continuano indisturbati a servire Peroni e Heineken.
    Il sonno ce lo perdono solo gli integralisti delle Crociate per l’ Unica Vera Birra.

    Ma per una volta che si tocca, si osa, criticare la produzione artigianale…apriti cielo, quale orrore e blasfemità.
    Ecco qua che quell’immagine dello beersnob estremista che da caricatura diventa invece un fatto reale e statistico. Tutti la a frignare e battere i piedini come bambini di tredici anni.
    Rega…diamoci e datevi un contegno & una calmata.
    La produttività artigianale non è un’invenzione del mondo brassicolo. Esiste in qualsiasi comparto commerciale dai tempi del cucco, e convive con le logiche produttive seriali e industriali.
    Cos’è a qualcuno risulta che McDonald’s e Burger King abbiano fatto sparire gli hamburger di qualità? O vi sembra particolarmente brillante confrontare una Fiat Panda con una Ferrari F40 solo perchè hanno entrambe 4 ruote e servono per muoversi da un punto A ad un punto B?

    Budweiser ho idea che tutto sommato abbia fatto un bel centro a livello di comunicazione, perchè state tranquilli che qualunque poveraccio che voleva farsi solo una birra e che non ha particolari cognizioni di causa in materia, alla prima occhiata ad una pagina YouTube uscirà con la convinzione (evidentemente corretta almeno statisticamente) che ste birre artigianali so’ una roba per deliranti sette di fanatici religiosi che dormono un giorno con il culo scoperto e l’altro pure. Insomma come dire che il beer-snob prima esisteva come archetipo del purista delle birre artigianali, adesso invece è pure censito e qualificato da una presenza statistica 😀 Cheers!

    • Andrea Turco

      Mah, sperando di non offenderti, secondo me invece sei tu che stai facendo lo snob al contrario.
      Il bellissimo discorso sulla relatività dei gusti non regge. Qui non c’è una discussione su chi detiene la sacra fiamma della qualità, perché semplicemente c’è poco da controbattere. Per usare una tua espressione, in senso generale la birra industriale è merda. E lo è oggettivamente, stop. Nessuno ti vieta di bere merda per carità, magari ti piace pure. Anche io non mi faccio problemi a farmi di Peroni o Heineken a un concerto, allo stadio o a una festa, ma sono consapevole di quello che sto bevendo.

      L’avversione che alcuni conoscitori della birra artigianale hanno contro i cosiddetti beersnob è uno dei comportamenti più fighetti che esistano, perché dimostrano la necessità di ragionare per fazioni, anche quando queste non esistono. Sfido infatti a indicarmi chi tra i tuoi conoscenti appassionati di birra è uno dei beersnob dipinti da Budweiser. Io che di appassionati ne ho incontrati tanti, non ho mai conosciuto un nerd che ama soltanto fare la vivisezione della sua birra e che coccola il suo bicchiere come fosse un cucciolo di cane. Ci sono anche momenti del genere per carità, ma anche il più talebano tra gli appassionati che conosco riesce a godersi la birra, a considerarla come una bevanda di piacere. Dedicandogli certo qualche istante di attenzione in più, ma come si può fare per una carbonara particolarmente buona mentre si cena tra amici. In questi anni avrò conosciuto al massimo un paio di persone che non si godono la birra nel senso più generale dell’espressione, cioè nel modo in cui tu (e Budweiser) dicono che fanno i bevitori di industriale.

      Il problema della risposta del mondo craft, che ho trovato tutt’altro che isterica, nasce proprio da questa generalizzazione. Cioè da quella che fa Budweiser e che fai tu. È come se io dicessi che tutti quelli che bevono Budweiser sono dei trogloditi che ingurgitano litri di merda per sballarsi il sabato sera. Sarebbe ridicolo, non credi? Ma Budweiser ha fatto proprio questo: ha esaltato la sua birra dipingendo i consumatori del mondo craft con i peggiori luoghi comuni. E ragionare per luoghi comuni a me sembra uno dei comportamenti più snob che esistano.

      • D’accordissimo con Te Andrea e aggiungo di più: ci sono birre industriali che sono pure buone (la dunkel weizen di weihenstephaner, la pils di jever, la schwarz di kostrizer, la roggen di Thurn und Taxis, e potrei andare avanti per ore) e artigianali che volevo sputare in faccia al birraio giusto per fargli capire come la pensavo sul prodotto. In tutto questo però credo che l’errore di fondo sia ragionare per categorie assolute e generalizzare. Perchè che la bud, dal punto di vista organolettico, faccia schifo è incontestabile: che possa piacere al consumatore meno smaliziato è altrettanto vero e nessuno lo discute (nè mi riguarda anche se io preferirò sempre far parte di chi va Pensacola non solo per l’Oceano – mi limiterei ad andare in Portogallo se no – ma anche per bere da McGuire mentre cerca di degustare tutte le birre descritte da MJ). Secondo me l’errore dello spot è stato quello di criticare le libere scelte di chi non accetta di scendere sotto una determinata soglia qualitativa e metterlo in ridicolo: perchè se si fossero limitati a lanciare un messaggio decantando la piacevolezza di bere bud con gli amici mentre si vede una partita (Moretti fa così ad esempio) nessuno si sarebbe sentito offeso nè si sarebbero beccati il “dito” di Mikkeller.

      • Standing ovation.
        L’avversione che alcuni conoscitori della birra artigianale hanno contro i cosiddetti beersnob è uno dei comportamenti più fighetti che esistano

  6. Purché se ne parli…e se ne sta parlando, complimenti al marketing Budweiser (e al suo coraggio).

    • Andrea Turco

      Mah io in questa cosa del “purché se ne parli” non ho mai creduto. Forse poteva valere in un vecchio modo d’intendere la comunicazione d’impresa, oggi con i social e internet penso non abbia alcun senso.

      • Una trentina di anni fa, in un paese della provincia di Cuneo una discoteca girava a pieno regime, ma erano sempre piu insistenti le voci dell apertura di un altro locale a poche centinaia di metri. Il nuovo locale aprì ed iniziò una campagna (radio, volantini e manifesti) denigratoria e irriverente (ai limiti della querela) nei confronti della vecchia discoteca. Il risultato fu che entrambi i locali restarono sulla cresta dell’onda per 4 5 anni sempre punzecchiandosi in modo piu o meno palese. Solo gli addetti al settore sapevano che il proprietario era lo stesso. Non credi che Budweiser stia operando più o meno allo stasso modo? Disposta a sacrifcare un po’ del suo mercato a favore dell’immagine di altre birre “craft” sempre di sua proprietà? l’operazione è rischiosa, ma a quei livelli il rischio è sempre molto molto calcolato.

  7. Probabilmente speravano o cercavano una reazione di chi veniva denigrato; nel preventivo dei costi di un operazione si considerano sempre anche i ritorni indiretti, ovvero quanto si parla di quella operazione giusta o sbagliata che sia . Ora tanti ne parlano facendo da megafono. Budweiser COMMERCIALMENTE ha vinto, i suoi potenziali clienti sono stati raggiunti; poi sulla qualità di cosa bevano c’è da fare un altro discorso.

  8. Non condivido la pubblicità denigratoria di Budweiser ma condivido molto il pensiero di Zerosum.
    Ho lavorato circa 30 anni all’ Heineken, come birraio, e dei famosi additivi chimici non ne ho mai sentito parlare ne visto usarli ne usati e non credo di essermi distratto in tutti questi anni !!
    Solo acqua, malto, luppolo in pellets ed estratto e mais o riso per alcune birre che lo richiedono. Additivi chimici non se ne usano. Che poi non piaccia è un altro discorso, sicuramente non va chiamata merda.
    Diamo a Cesare quel che è di Cesare
    Buona continuazione a tutti

    • Andrea Turco

      Io non la chiamo merda, però tu non la chiamare birra 🙂

    • Sono contento che lo abbia scritto tu,io ho conosciuto un birraio Heineken da poco (Olandese) e mi ha detto la stessa cosa sugli additivi. Rimane il fatto che non mi piace e non la bevo,su budweiser un birraio con cui lavoro mi ha detto che per via della sua “neutralitá organolettica” é la birra piú usata per fare lezioni sugli off-flavours perché non c’é praticamente sapore e il difetto lo si isola meglio!! Peró sempre birra é ..(qui mi ammazzano!!)

  9. Mi lascia molto perplesso che nella maggior parte dei commenti ci si schieri dalla parte della merda industriale (perchè è così che va chiamata), o che insomma si giustifichi lo spot idiota di Budweiser per la sua (presunta) efficacia. Boh!

  10. Neanche io sono d’accordo con chi dice che le birre industriali hanno una qualità peggiore. Anzi, secondo me è vero il contrario: non mi capita mai di comprare una birra industriale che non sia perfettamente in linea con lo standard del proprio prodotto, mentre troppo spesso (e soprattutto con i nostri artigianali italiani) mi capita di bere del lavaggio di piatti. Che poi come altri hanno detto, le birre industriali -dato che la maggior parte sono lager- si assomiglino tutte e per questo possano piacere di meno: è questione di gusti.
    Ma sulla qualità proprio non si discute. Anche io poi per varie questioni di birrifici e di birrai ne ho visti parecchi, anche di grossi/grossissimi birrifici, stranieri ed italiani, e non ho mai visto nessuno aggiungere porcherie al proprio prodotto. Anzi, specialmente nei birrifici industriali ho visto controlli di qualità sulla materia prima in ingresso che praticamente tutti gli artigianali si sognano (anche perchè la maggior parte non ne ha le competenze).
    Se poi si cavalca l’onda e fa figo, è questione di scelte. Ma da qua a dire che la birra industriale è una “merda” e che è “finita”… hai voglia! Io intanto ho scelto da un po’ in qua di tornare per la maggiore sulle industriali, dato i prezzi folli (ed ingiustificati) di molti artigianali… e mi sa che se continua così non sarò il solo…

    • Andrea Turco

      Forse qui si confonde la differenza tra costanza e qualità. La costanza puoi trovarla dappertutto: ad esempio se fai una schifezza tutte le volte, sei dannatamente costante. Oppure se pastorizzi il prodotto, lo riduci a un liquido insapore e gli togli ogni fonte di variabilità, è chiaro che sarai sempre costante. Anzi, sei un fenomeno se riesci a fare il contrario. Ma questo non significa produrre qualcosa di buono.

      Accetto che l’industria abbia degli alti standard di controllo, dubito che si possa parlare di controllo di qualità, almeno dal punto di vista edonistico del termine. Esaltare la tecnologia e i protocolli produttivi ha senso se sono finalizzati a ottenere un prodotto “eticamente” buono. Ma se tutto questo è destinato a creare una bevanda lontana anni luce da un’idea ragionevole di birra, allora stiamo parlando di due cose diverse.

      Sono d’accordo con te che diversi microbirrifici fanno schifezze o quantomeno non sono costanti, ma che il loro contro altare debba essere l’industria è ridicolo e insensato. Semmai il loro contro altare sono i microbirrifici che lavorano bene. Ma l’industria, per cortesia, lasciamola continuare a produrre ciò che vuole produrre: un liquido insapore, capace di incontrare i gusti della massa riducendo il prodotto al minimo comun divisore. Una bevanda prodotta con succedanei economici del malto d’orzo, con una quantità risibile di luppolo (perché l’amaro non piace eh, signora mia), con additivi vari, con una cotta da diluire in base al marchio da vendere. Bella roba eh, buona soprattutto.

      • >Oppure se pastorizzi il prodotto, lo riduci a un liquido insapore e gli togli ogni fonte di variabilità, è chiaro che sarai sempre costante.

        Vorrei dissentire:
        1. pastorizzando non riduci la birra ad ad un liquido insapore, prendi ad esempio Anchor brewing oppure rodenbach – comrpesa la grand cru (primi esempii di birre deliziose che mi vengono in mente ma ce ne sono migliaia ovviamente)
        2. pastorizzando non togli OGNI fonte di variabilità, ma solo quelo che i lieviti possono compiere nel post imbottigliamento perché comunque entrano in gioco variabili come la luce, l’ossigeno, il tempo che passa, la temperatura di conservazione…

        Non molti dei micro incostanti se pastorizzassero risolverebbero con certezza i problemi di costanza, non credi?

        • Andrea Turco

          Forse mi sono spiegato male, ma non erano effetti consequenziali l’uno dell’altro. Che la pastorizzazione sia l’unico male è un falso mito e molti ti diranno che entro certi limiti è pure tollerabile.

  11. Ciao
    mi permetto di insistere nel ribadire alcuni concetti semplicemente a difesa del lavoro serio che viene svolto da tanti birrai anonimi ma non per questo meno degni di rispetto del proprio lavoro. Siano questi birrai di Heineken o di altro marchio industriale.
    Premetto che io dopo anni di Heineken faccio ancora birra a livello artigianale e per farlo uso le seguenti materie prime:
    acqua malto e luppolo e quando lavoravo in Heineken usavo acqua malto e luppolo !! nessun succedaneo economico ma malto di prima scelta, quello che uso io non so se lo sia ma i costi hanno un peso nei piccoli birrifici.
    In alcune birre tipo Moretti c’era un 35 % di mais, succedaneo nobile direi come il riso che hanno il pregio di avere molto amido a disposizione e di dare un profilo differente a determinate birre, ovviamente costa meno del malto ma non credo sia una colpa.
    La saccarificazione dell’amido ora, io la ottengo come tutti o quasi penso, grazie al lavoro degli enzimi che tutti ben conosciamo e anche in Heineken avviene questo, con le varie pause alle diverse temperature, niente additivi chimici tipo enzimalt o altri che nella mia vita birraria ho sentito usare da molti.
    In fermentazione ora utilizzo lievito fresco , che mi fornisce Uberti, fornitore di tanti microbirrifici , in Heineken usavo lievito fresco che ci propagavamo ogni 2 mesi, da fialette provenienti dalla Weihenstephan e qui credo non si possa avere dubbi sulla serietà della provenienza.
    La fermentazione ora la gestisco come la gestivo in Heineken ovvero abbattimento di 1,5 – 2 gradi Plato al giorno max, quindi mi ci vogliono circa 7 – 10 gg per fermentare, dopodiché pausa per abbattimento del diacetile di almeno 3 gg. In Heineken questo era ed è un parametro inderogabile !! non so se tutti adottino le stesse attenzioni.
    La stagionatura che applico io ora è di 4 settimane a 0°C così come avviene per Heineken e quindi la birra è disponibile all’ utilizzo.
    Io ora uso una centrifuga per chiarificare e per certe birre anche un filtro a farine fossili ed è la stessa identica cosa che avviene in Heineken , cambiano solo le dimensioni del filtro e il tipo di farine fossili, io uso ora Deref che costa meno
    mentre in Heineken utilizzavamo Dicalite e Diatomite, sempre farine fossili ovvero un prodotto inerte che ha solo la funzione di trattenere il torbido e il lievito all’interno di un filtro, sia esso a cartoni come il mio , che a setacci e candele come in Heineken
    La birra è pronta al confezionamento, io non ho messo nessun additivo chimico lo giuro…e anche in Heineken non ne ho mai messi ne fatti mettere e non ne mettono nemmeno e perché? Semplicemente perché non serve, non serve perché il processo è stato svolto correttamente come lo fa un birraio artigianale che sicuramente non si è inventato il metodo per fare la birra, ma lo ha appreso da altri o studiato come me su qualche libro. Ma quello è il metodo.
    Va detto che da questo punto del processo in poi , e solo da questo punto, si possono creare quelle differenze anche sul prodotto finito che possono esaltare la differenza tra la birra industriale e quella artigianale. Heineken pastorizza la birra affinché abbia una shelf life di almeno 12 mesi in bottiglia e 6 mesi in fusto quindi circa 15 – 20 unità di pastorizzazione alla birra in fusto ( con flash pastorizzatore ) e il doppio a quella in bottiglia che si pastorizza a tunnel . Qui la birra ovviamente subisce uno shock termico che le toglie gran parte della sua brillantezza e freschezza da un punto di vista organolettico. Ma non si tratta di merda, è birra, non si sono usati additivi chimici da nessuna parte come non li uso io, non li usano tanti amici birrai artigianali che però seguono la stessa pratica operativa. Se si parla di merda allora la differenza è che la birra industriale è merda pastorizzata ? e l’altra invece merda e basta ?
    Chiamiamo le cose col nome adatto nel rispetto di ogni persona che fa il proprio lavoro dignitosamente.
    Ti do ragione per le amarezze, in Heineken vanno dalle 22 unita della stessa Heineken fino alle 31 della Baffo Oro o alle 27 della Mac Farland. Birre decisamente poco amare ma…ci sono solo birre amare nel panorama birrario? Non credo che possiamo denigrare una buona birra lager o weizen artigianale che ha 18 – 20 IBU solo perché non è amara.
    La mia non è una polemica ma è amore per il lavoro di birraio che faccio da tanti anni e il rispetto che è dovuto a tanti come me che hanno lavorato e ancora adesso lavorano in aziende industriali e che sono orgogliosi di fare birra…non merda.
    Buona giornata a tutti

    • Andrea Turco

      Il termine “merda” l’ho usato come risposta a un altro commento che vi aveva fatto riferimento, l’ho scritto chiaramente. Di base non la definirei mai così, per un discorso di rispetto per il lavoro altrui (oltre perché sarei passabile di querela).

      Comunque il tuo tentativo di sostegno di Heineken è commovente. Praticamente non ce n’eravamo mai accorti, ma Heinken è il più grande birrificio artigianale del mondo.

  12. Se questo è quanto sei riuscito a leggere tra le tante e forse troppe parole che ho voluto spendere a difesa della birra e non di Heineken capisco che mai parole siano state sprecate come nel mio post.
    Non sostengo Heineken dal quale me ne sono andato spontaneamente in cerca di altre esperienze, ma sostengo la correttezza e la gestione della qualità in quanto tale, che poi non a tutti piaccia la birra prodotta ci sta, ma non vanno discussi o messi in dubbio o denigrati ne i metodi, ne le tecniche ne tanto meno il fatto che quello che produce Heineken, o Pedavena che utilizza le stesse identiche tecniche, sia birra.
    Heineken non è un birrificio artigianale ne mai io lo ho definito tale, ma capisco che senza altri argomenti ” tecnici ” sia il miglior modo per chiudere una discussione nella quale come sempre deve prevalere la tua teoria.
    Grazie comunque per lo scambio di opinioni che speravo avesse una fine più pregna di elementi tecnici cosi come lo è stato il mio post commovente !!!
    Buona giornata

    • Andrea Turco

      Il problema è che sei tu che vuoi chiudere la discussione prima ancora di aprirla.

      Se mi dici che l’industria usa riso e mais (succedanei “nobili” LOL) non per abbattere i costi di produzione, ma per dare un “profilo diverso alle loro birre”, di cosa vogliamo parlare? Se mi dici che la pastorizzazione invasiva è giustificata dalla necessità di shelf life di 12 mesi, di cosa vogliamo parlare? Ti prego su…

      • Anch’io concordo con Gibran. Secondo me Andrea stai argomentando per slogan ma non stai dimostrando di conoscere bene ciò di cui parli. Sono perfettamente in linea con Gibran perchè quello che dice corrisponde alla verità: nei grossi birrifici c’è una fortissima attenzione alla qualità e alla correttezza del processo. Essere mastri birrai è una passione sia per i piccoli che per i grandi produttori: non ho mai conosciuto un birraio che non tenesse alla qualità e alla bontà del suo prodotto, che lavorasse alla Carlsberg o alla Heineken o al Ducato che dir si voglia.
        [eppure ho comprato delle birre in bottiglia del Ducato (giusto per fare un esempio sotto molti punti di vista di eccellenza) che francamente a mio parere non sarebbero state vendibili: mai successo per i grandi produttori?]
        Anch’io come te poi sono un amante delle birre molto luppolate, ma devo dire con estrema franchezza che l’avere scelto una tipologia di birra meno “estrema” nel sapore non ne fa di conseguenza “un liquido insapore” o “una bevanda lontana anni luce da un’idea ragionevole di birra” come scrivi a risposta del mio precedente intervento. Sono tipologie di birre diverse, ma ottime e sotto molti punti di vista migliori di tanti altre.
        Poi se si vuole fare una crociata contro questo o quello: questione di scelte. Ma non è sicuramente nel nome della birra che lo si fa. Altrimenti vorrei leggere tanto fervore, anzi molto di più, nei confronti di quel 70% di microbirrifici artigianali italiani che propone costantemente birre al di sotto di una soglia minima di sufficienza e che non sa distinguere il buono dal cattivo, sia nelle materie prime che nel prodotto finito.
        Concedimelo, ma la maggior parte dei produttori artigianali italiani non ha alcuna preparazione teorica sul prodotto (per non parlare dei cosiddetti “esperti” od “intenditori” che si autodefiniscono tali): a quel punto di che tipo di qualità stiamo parlando?

        • Andrea Turco

          Io sto argomentando per slogan? Qui mi si viene a dire che l’industria usa alternative al malto d’orzo per “dare un profilo diverso alle proprie birre” e sono io che argomento per slogan?

          Forse anche tu come Gibran lavoravi in un grande birrificio industriale, non te ne faccio un colpa. Così come non è certo colpa dei poveracci che lavorano nei laboratori delle multinazionali se gli uffici contabili o di marketing impongono certe scelte. Ci credo che instillano passione nel loro lavoro, immagino lo facciano anche i ragazzi che lavorano da McDonald’s. Mica è colpa loro se il cibo che si mangia da McDonald’s è quello che è. Quindi non vi sentite chiamati in causa e cercate di avere una lettura più obiettiva. Non c’è bisogno che arriva Andrea Turco a parlare della differenza che esiste tra un certo tipo di birra e un’altra, ci sono decenni di letteratura al riguardo.

          E poi finitela con questa storia dei microbirrifici che lavorano male. Lo ripeto sempre che birra artigianale non significa birra buona. C’è chi sa farla e chi no. Ma se tu mi paragoni la stabilità che può avere Heineken rispetto al Ducato (come a qualsiasi altro birrificio artigianale, craft o come vogliamo chiamarlo), significa che non hai capito niente di quello di cui stiamo parlando. E mi faccio una grossa risata.

          • Guarda, a ridere non c’è niente di male. Ognuno è libero di pensarla come vuole, ciò non toglie il fatto le uniche birre non bevibili che io abbia mai acquistato sono arrivate tutte da birrifici artigianali (e aggiungerei, per il 95% di birrifici italiani, giusto per ribadire che in questo paese la prosopopea del personaggio di turno arriva sempre prima della conoscenza o della preparazione) (per non parlare poi della fine che fa l’oggettività nei confronti degli interessi economici).
            E comunque un puntello per illazioni non giustificate: mai lavorato direttamente per grossi birrifici industriali, alcune volte invece con birrifici artigianali, italiani e stranieri. Ma non mi dispiacerebbe in futuro entrare in contatto con realtà più grandi: non ho preclusioni nè preconcetti non portando la bandiera di nessuno.
            E mi fermo qua, anche perchè non c’è alcun costrutto in tutto questo: la discussione è su piani troppo diversi.

          • Andrea Turco

            Non è che lavorare per un birrificio industriale è una vergogna, quindi non ci vedo alcuna illazione. Semmai di illazioni ne vedo parecchie nel tuo commento, ma d’altra parte se per sostenere il tuo discorso arrivi a dire che le uniche birre imbevibili sono quelle artigianali e che solo il 5% dei micro le fa potabili, si vede che hai zero argomenti da portare a tuo sostegno.

            L’unica cosa giusta che hai scritto è che la discussione è su piani troppo diversi: lasciamo perdere ogni discorso, io torno a godere con birre artigianali fatte bene, tu con la splendida stabilità della Corona di turno .

  13. Non trasformare le mie spiegazioni tecniche sui processi utilizzati in ” giustificazioni ” la pastorizzazione non è giustificata, è una scelta per quel tipo di birra e di mercato
    I succedanei come riso e mais che ribadisco essere nobili non costano meno di certi malti di seconda categoria utilizzati da molti piccoli produttori. E probabilmente a causa della tua non conoscenza di determinati processi aziendali e di come viene deciso di fare una birra in funzione di determinati mercati, i succedanei a volte sono usati proprio per avere un profilo diverso nella birra, meno corpo, meno tonalità maltate ed avere magari un attenuazione limite più spinta per alleggerire la birra.
    Ribadisco che sicuramente alcuni succedanei costano meno di un malto di prima scelta come quelli usati per produrre birre cosidette industriali ( cito anche i nomi dei malti Avangarde – Bamberg -Franco Suisse ) e non mi dirai che questi sono malti scadenti e proprio a fronte di quanto viene speso in più sui malti ,la scelta di usare per alcuni brand del mais o del riso non è certo fatta per risparmiare. Queste sono cose che se non le hai vissute non puoi conoscerle, non sarebbe più facile usare malti scadenti a poco prezzo per produrre queste birre allora? Anziché andare a ” risparmiare ” sul mai o riso che peraltro vengono usati in percentuali molto basse ? Credo che il parlare per sentito dire, o perché lo dicono tutti o perché i va bene e fa tendenza pensare così non sia una cosa giusta.
    Credo che la conoscenza delle cose sia il primo presupposto per poterne parlare, conoscenza anche delle realtà industriali e di quali sono le dinamiche e le tecniche che al loro interno vengono sviluppate.
    Devi perdonare la mia insistenza su questi argomenti ma dopo una vita passata a fare birra e a farla fare agli altri, mi rode un po’ dentro sentire certe affermazioni non corrette e non coerenti con quanto realmente succede in ambiti diversi da quello della birra artigianale.
    Come già ribadito all’inizio dei miei post, anche io ora lavoro in un birrificio artigianale, sono tornato indietro nel tempo e il malto ora mi tocca buttarlo di nuovo a braccia nel tino di impasto, come quando ho iniziato a lavorare e magari sto con i piedi nell’acqua per ore per lavare a mano i serbatoi ma trovo molta più poesia in questo ambito che non dove e come lavoravo prima. Ma con questo non voglio ne dimenticare il tempo passato ne non avere un rispetto per quanto viene fatto in realtà industriali da dove me ne sono andato non per come facevano male la birra ma per la triste realtà dei rapporti umani tra dirigenti e birrai e operai.
    Chiudo con un saluto e prometto di non scrivere più….oggi è stato un giorno speciale forse perché nevica e mi sono lasciato andare un po’ troppo.
    Buona birra a tutti.
    Un saluto

    • Andrea Turco

      Quindi ricapitolando, l’industria usa succedanei economici del malto d’orzo di qualità ma va elogiata perché potrebbe utilizzare malti ancora più economici dei suddetti succedanei 🙂 . In America, dove la birra craft esiste da quasi 40 anni, c’è una definizione ben precisa di birra artigianale che tende a escludere quei birrifici che impiegano succedanei, quantomeno per ridurre gli aromi della birra. Chissà perché tra le tre regole da rispettare c’è proprio questa…

      Mi dispiace Gibran, non mi convinci. E sai perché non mi convinci, al di là di tutto? Perché per scrivere queste cose ti stai nascondendo dietro l’anonimato, quando in passato invece hai commentato su Cronache con il tuo nome e cognome 😉 . Buone cotte.

  14. Una domanda per Gibran:

    Corrisponde al vero che diverse birre industriali prodotte dalla heineken vengono da un’ unico ammostamento a cui successivamente viene variata la densità in plato tramite diluizione in acqua, a seconda del brand che si va produrre al momento?
    PS: il sapore di mais che senti in certe birre, tipo peroni (tantissimo) o moretti (meno), una volta che hai imparato a riconoscerlo, è disgustoso.
    Nonostante sia un succedaneo nobile.

  15. Ciao Giufandango
    apprezzo la domanda che denota conoscenza di alcune tecniche di tutti i birrifici industriali americani compresi ( vedi Sierra Nevada )
    E’ corretto ciò che dici, certe birre, non ovviamente quelle di punta del gruppo, sia esso Peoni, Carlsberg Forst o Heinelken, provengo dalla diluizione di un mosto, ipotesi a 17° gradi saccarometrici che va standardizzato con acqua deareata ( addizionata di anidride carbonica ) e portato al Plato desiderato. In genere si tratta di birre destinate agli hard discount.
    Sul gusto del mais non mi pronuncio perché si entra nell’ambito dei gusti personali, sicuramente un buon assaggiatore sa rilevarne la diversità.
    Aggiungo inoltre per correttezza, di risposta dovuta, al titolare del blog, che non sono qui o meglio non ho scritto per convincere nessuno di quanto ho affermato, men che meno te, ma ho scritto solo per far conoscere quello che realmente accade dentro le mura di una birreria industriale.
    Ribadisco che solo la conoscenza delle cose può far esprimere opinioni e pareri sereni e obiettivi.
    Aggiungo che non mi sto nascondendo ma sto semplicemente usando un Nick come tanti altri all’interno di questo blog , lavoro per un birrificio artigianale e mi adeguo alla nostra politica interna di comunicazione all’interno dei siti e blog birrari.
    saluti

    • Andrea Turco

      Politica che in passato non c’era, deduco 🙂

      La pratica riferita da Giufandango – e alla quale ho accennato anche io in precedenza – è usata ad esempio da AB Inbev a Lovanio per creare con una sola cotta Stella Artois, Grimbergen e non ricordo quali altri marchi. E non mi sembrano marchi da discount. Occhio che questa continua difesa delle pratiche dell’industria, anche quando palesemente evitabili, può rivelarsi controproducente.

  16. Interessante questo scambio di opinioni, tra Andrea e Gibran. Assolutamente stupito del fatto che i cosiddetti guru, non partecipino in massa a questa disquisizione, probabilmente non hanno il bagaglio tecnico necessario. Andrea fa quello che può, ma non può scendere in tecnicismi.

    • Mah,forse i cosidetti guru non sono affatto interessati !
      Io vorrei ribadire che bevo pochissime birre industriali perché la maggior parte non mi piace,non ho la necessitá di bere birra anche se non mi piace (o “farmi” di industriali ,si scherza Turco eh!),preferisco una cocacola o una buona acqua minerale!
      Peró le industriali sono birre pure loro,alcune fatte con procedimenti diversi,ma sono pur sempre birre! Come ha detto qualcuno in ogni campo c’é la stessa divisione tra artigianale ed industriale, e meno male che c’é cosí ognuno beve quello che vuole e se vuole spendere 18 euro per una bottiglia di birra é libero di farlo!!
      Peace and Love 🙂

  17. Quelli di bud si sono veramente dati la zappa sui piedi… da un giro veloce su you tube ho visto un video di uno che fa quasi 10 minuti utilizzando la birra come prodotto per pulire vetri, pavimenti e se stesso (spassosissima la parte dove paragona gli aromi di un vero pulisci-vetri con quello della birra…) e un altro dove lo spot incriminato è stato montato con pezzi di un manovale che p***ia e la birra industriale viene esplicitamente paragonata a p***io. A parte i risvolti legali – credo si beccheranno entrambi una querela mica da ridere (e negli USA sulle condanne da danno punitivo ci vanno pesanti) – mi sa che ben difficilmente riusciranno a stare dietro a tutto quello che avviene sul web

  18. In qualità di puro consumatore appassionato, nonchè paladino delle “cose fatte per bene”, posso affermare di essere entrato nella più grande crisi concettuale legata al mondo brassicolo a leggere di questa guerra. Partendo dalle affermazioni del tal Gilbran che difende a spada tratta il processo produttivo industriale, sono tanti i dubbi che mi ha lasciato.
    In primis sono rimasto basito di come abbia messo a paragone una cotta industriale a quella (anch essa fatta da lui stesso) di una da homebrewer. “in entrambi i casi si usano acqua malto luppolo e lievito” afferma il succitato Gilbran, continuando a dire che i protocolli qualitativi delle industrie sono molto restrittivi e non permettono “sgarri” di nessun genere. A tal punto (e lo dico da perito chimico, oltre che da pseudo conoscitore delle tecniche brassicole) sono rimasto interdetto di come l ex birraio Heiniken non abbia considerato ad esempio che le caratteristiche chimico fisiche di un acqua “naturale” (intesa come di sorgente e comunque non “riprodotta” in laboratorio con lo scioglimento di sali nella H2O) abbiano una variabilità intrinseca nel mondo naturale dei propri parametri che sicurmente andrebbe a cozzare con gli standard qualitativi industriali, visto che la composizione dell’acqua è una dei principali responsabili della buona riuscita e del giusto gusto di una birra. Così come mi torna difficile pensare che le quantità di alfa acidi rilasciati da un determinato luppolo in fase di cottura sia sempre esattamente la stessa di ogni lotto utilizzato. Perdinci, stiamo parlando di vegetali, anche tu fossi il miglior agricoltore del mondo non riusciresti mai a replicare il solito modus operandi da una coltivazione ad un’altra (basti pensari ai fattori più grandi di te come gli EVENTI ATMOSFERICI!!!!
    Infine al signor Gilbran è mancato di affrontare una parte che secondo me è il vero spartiacque tra il mondo della BIRRA al mondo del SURROGATO DELLA BIRRA….La fase di GASSATURA!!!! Come è mai possibile passare gli standard qualitativi imposti dalle aziende se tu non insufflassi CO2 a fine fermentazione anzichè affidarsi ai lieviti in eccesso per la rifermentazione in bottiglia che (a meno di conte microbiologiche) è un evento di difficile controllo????
    Badate bene che non ho un pregiudizio contro il mondo industriale delle birre, siamo tutti cresciuti con le lager dei supermercati e se una cosa fosse fatta per bene (ossia con le tecniche e le materie prime giuste) a me interessa poco se il malto viene messo in tino a mano o con una tramoggia!!!
    Sarebbe da fare una differente distinzione….BIRRA VERA e BIRRA FASULLA, ovvero birra fatta con tecniche e materie prime VERE e fatte con PASSIONE contro liquidi che si avvicinano al concetto di quella vera, ma che (vuoi anche per mantenere il prodotto SEMPRE UGUALE) utilizzano materie prime “replicabili” o fasi produttive che non dovrebbero avere nulla a che fare con il porcesso di produzione della birra!!!
    Sarei bugiardo però a dire che bevo solo artigianale per questo (in seguito lo ribadirò) perchè vi sono prodotti industriali che continuo a non disdegnare (a me la Paulaner Munchner Hell piace ancora tantissimo) e stento a credere come una delle sorelle dell’oktoberfest lavori con surrogati (sul sito dichiarano anche i malti e luppoli utilizzati) e non con materie prime valide. Ieri apposta ne ho comprata una per poi andarne a leggere gli ingredienti…….ACQUA, MALTO D’ORZO, LUPPOLO…….del lievito nessuna menzione)!!! Ma come è possibileeee?? L’unica giustificazione che mi sono dato è di tipo legislativo, ossia nella legislazione tedesca non sono obbligati a inserirlo negli ingredienti….spero sia così, altrimenti non mi darei pace (e il sito mi rincuora, visto che lo nomina e ne descrive le caratteristiche)!! Comunque per un consumatore attento l etichetta potrebbe essere altamente fuorviante, come di certo lo saranno le varie etichette regionali moretti (scommettiamo che è il solito pseudomosto diviso in 4 e aggiunte le varie aromatizzazioni del caso??)!!
    Quindi mi sono detto….OK…sono contento, il mondo craft sta prendendo sempre più piede grazie al lavoro svolto con prodotti e processi che, nonostante non seguano standard di qualità CARTACEI, la qualità ce l hanno all’interno della bottiglia!!!
    Per allietare questa nuova convinzione che “CRAFT è meglio” come del resto è da qualche anno che cerco di scoprire nuovi gusti e stili mi sono stappato quello che per me, nella mia ignoranza, è il precursore di qualsiasi altro microbirrificio: Una Birra Trappista (in particolare la Witte di La Trappe!). Viste tutte le restrizioni dell’ “esagono”, nonchè la storia e la tradizione dei monaci, sono andato sul sicuro convinto che niente mi avrebbe più abbattuto e fatto nascere ulteriori dubbi sulla bontà e veridicità della birra fatta a mano!).
    Premesso che l ho trovata davvero buona, alla lettura degli ingredienti m’è crollato il mondo addosso (così come leggere che negli USA ci sono microbirrifici delle solite multinazionali dei colossi industriali….non me ne capacito come founders o elysan siano apparentate grazie al solito PADRONE con il colosso industriale che teoricamente porta avanti un concetto produttivo diverso e oltretutto denigra nelle pubblicità chi di fatto è con lui!)…..AROMA DI LUPPOLO (il famoso ESTRATTO??)…anche i monaci utilizzano tecniche per standardizzare le loro birre??? ma porca miseria!!!
    Al che ho perso il lume della ragione! AIUTOOOO!! CHE MEGACONFUSIONE!!
    Allora forse alla fine non c’è da accanirsi su l’uno o l’altro movimento. Forse c’è da fare una unica distinzione, poi il mercato (e quindi il consumatore inteso come appassionato e non come semplice bevitore occasionale) deciderà chi sopravviverà….BIRRE (o similari) CHE MI PIACCIONO E BIRRE (o similari) CHE NON MI PIACCIONO!!!

  19. Dal post di Obe si evince una grande confusione, che penso attanagli molti appassionati, proverò dal basso della mia modesta cultura brassicola, a chiarire qualche concetto. Intanto è necessario chiarire che non esiste distinzione assoluta tra birra artigianale e birra industriale. Questo perché non tutta l’industria adotta le stesse procedure. Ci sono birre cosiddette industriali buone ed altre pessime, così come ci sono birre artigianali buone ed altre obbrobriose. Il distinguo dovrebbe essere fatto su birre buone e birre non buone e questo è slegato dalla soggettività del mi piace o meno, che è una cosa del tutto personale. Per buona dovrebbe intendersi il rispetto di un prodotto all’appartenenza ad un determinato stile birrario ed al rispetto delle caratteristiche che questo implica.
    Può non piacere uno stile, ma se il prodotto finito lo rispetta può essere definito buono, pur non piacendo, perché chi l’assaggia non gradisce certe caratteristiche. In concreto posso dire a me non piacciono le Stout, ma se assaggiando ritrovo tutte le peculiarità, che fanno amare questo stile nel mondo, non posso dire che la birra che sto assaggiando non sia buona, posso semplicemente dire che non mi piace.
    Se in un industria si adottano le procedure classiche con cotture senza diluizioni, impiegando materie prime buone e si rispettano i tempi di fermentazione e maturazione naturale, senza aggiunte di conservanti e gas, si eseguono filtrazioni non spinte e si pastorizza con curve di pastorizzazione atte a conservare il prodotto per tempistiche decenti e non troppo prolungate, si ottengono birre buone, che possono competere con moltissime birre artigianali.
    Qui invece Gibran e Luigi parlano nello specifico di Heineken e similari, che non producono in modo tradizionale, ma che snaturano il processo ai fini d’abbassare il costo dello stesso ed aumentarne il più possibile la durata. Vediamo quindi d’esaminare quanto affermato e di confrontare le procedure. Premetto che ho lavorato in qualche fabbrica all’estero, dove si adottava il metodo classico ed ho visitato alcuni stabilimenti in Italia, Heineken compresa. Mi corregga Gibran se sbaglio qualcosa, di certo non posso avere la sua esperienza.
    Si parla di controllo della qualità, con questo le industrie di quel tipo, non intendono la qualità assoluta, alla quale non sono certamente votate, con quel termine intendono la costanza di produzione. Cioè tutta la birra che esce dallo stabilimento deve avere lo stesso gusto. Doverosa la premessa che il prodotto che vogliono ottenere è esattamente quello che ottengono, un prodotto stabile, con un gusto uniforme, senza complessità alcuna, con corpo esile, saturazione decisa e amaricatura atta a non infastidire.
    Questo è più facile da ottenere per loro, che per un qualsiasi birrificio artigianale. Intanto si avvalgono di mastri birrai che hanno competenze ben superiori a qualsiasi birraio. Non fatevi ingannare dai prodotti ottenuti è esattamente quello che vogliono, la birra la sanno fare, solo che non gli è permesso, lo scopo è ottenere quei tipi di birra, non birre pregiate. Poi hanno sensori in linea, che rilevano tutto in tempo reale, nulla sfugge al controllo. Hanno laboratori attrezzati dove si controllano e stabilizzano le materie prime in entrate, cosa che gli artigiani manco sanno che esistono e soprattutto diluiscono, quindi hanno ampio margine di correzione finale, semplicemente variando il fattore di diluizione.
    Veniamo alle materie prime, Gibran dice utilizziamo malti di prima qualità. Quelli non sono malti di prima qualità, per me il malto di prima qualità è ottenuto con procedimenti di floor malting, costa un botto ed è difficilmente reperibile nelle quantità di cui loro necessitano. Non è che gli artigiani Italiani usino di meglio, più o meno siamo li. Gli stessi sembrano più interessati al prezzo che alla qualità.
    Si cerca di giustificare l’utilizzo di succedanei con la vecchia storia di avere apporti profili aromatici diversi. Ci si dimentica di dire che i profili aromatici siano peggiori, di quelli ottenuti con l’impiego di solo malto d’orzo. Vi risultano stili che prevedano l’impiego di mais o riso? La ragione è prettamente economica, punto. Non mi si venga a raccontare il contrario, poi penso che Gibran sia in buona fede e che abbia subito il classico lavaggio del cervello di certi ambienti. Non penso che adesso che è ritornato a fare birra in ambito più ristretto, insista nell’impiego di succedanei.
    Il termine succedanei nobili non si può sentire, dire succedaneo nobile è un ossimoro. Le concentrazioni durante la cottura sono la normalità in queste industrie, perché a fine processo è prevista una diluizione. Diversamente non sarebbe possibile produrre più di 30 brand in uno stabilimento come quelli di Comun Nuovo, non ci si scappa. Ho visto fabbriche grandi 5 volte tanto, con capacità 5 volte inferiori, qualcosa non torna. L’unica spiegazione possibile sono le diluizioni a fine processo, oltre ad avere fonti certe d’informazione di chi ha realizzato gli impianti. Quindi non mi si venga a raccontare che sono processi destinati solo a certi prodotti destinati ai discount.
    Saltando fermentazione e maturazione, dopo questi processi vengono eseguiti diversi tipi di filtrazione, chiarificazione con farina fossile, con cellulosa arricchita di diatomee, diverse cartucce in polipropilene o nylon e per finire filtri a candela in ceramica. Quest’ultimi tolgono tutto, colore, sapore e la saturazione sin qui creatasi naturalmente. Non cambiano solo le dimensioni del filtro. La saturazione viene poi reintrodotta artificialmente tramite carbonatori. Tipo coca cola per intenderci, l’unica differenza è che l’anidride carbonica è recuperata da quella prodotta in eccesso, durante fermentazione e maturazione. Poi si dice che la birra gonfia, chissà come mai?
    Dopo la filtrazione si procede alla pastorizzazione, flash per i fusti, a tunnel per le bottiglie. La pastorizzazione di per se non sarebbe nemmeno così invasiva. In molti casi troviamo prodotti pregiati che sono stati pastorizzati. Ma c’è pastorizzazione e pastorizzazione, il tutto dipende dalla curva di pastorizzazione adottata, ci sono curve tese a mantenere comunque il più possibile le caratteristiche iniziali del prodotto, a scapito della durata della conservazione e curve tese solo a massimizzare la durata del prodotto.
    Anche con tutto ciò non si arriva ai 18 mesi di conservazione, ciò può essere ottenuto solo con l’aggiunta di additivi chimici. Ho avuto modo di assaggiare in Heineken birra direttamente dai serbatoi ed è tutta un’altra cosa, non è che sia buonissima, ma non c’è comunque confronto con quanto s’acquista in giro. Ho avuto anche modo di assaggiare la stessa birra, tra l’altro di qualità, adittivata e non adittivata di questi prodotti chimici e la differenza si sente nettamente.
    Quindi Gibran sta semplificando e omettendo un po’ troppo, credo anche gli sia stato imposto, ma è un’opinione del tutto personale. Quindi la volete chiamare birra? Secondo me ni, poi ognuno la chiami come vuole. Con questo non voglio denigrare il lavoro di nessuno, ma diciamo le cose come stanno. Questa però non è la birra industriale in assoluto, ribadiscono che ci sono fabbriche, all’estero, dove si lavora in modo classico e si producono grandi birre, quindi chiamarla tutta birra industriale è profondamente sbagliato.
    Anche in campo artigianale ci sono grandi differenza tra produttore e produttore. Ci sono pressappochisti assurdi, che non riescono a fare due volte lo stesso prodotto e birrai molto più attenti che qualche protocollo di controllo qualità lo adottano. Ma la maggior parte non ha nemmeno un minimo delle competenze di chi lavora in Heineken. E qui si aprirebbe tutto un discorso sulle critiche alla birra artigianale Italiane che richiederebbe molto più di un post.
    In sostanza le differenze ci sono, non tanto tra artigianale e industriale, ma tra birra ben fatta e birra fatta male e non è un discorso di capacità, ma di obbiettivi prefissati. Ripeto mi stupisco del fatto che i “guru” si scaglino contro l’ultimo corso tenuto dall’ultimo degli incompetenti e non siano interessati ad una discussione di questa portata. Un idea in merito me la sono fatta. Mi voglia correggere Gibran, che naturalmente ne sa molto più di me, sui processi adottati da Heineken e similari.

    • Caro Premium, il mio “tema” era appunto mirato (e provocatorio se vogliamo) a far si che non ci si fossilizzi sulle differenze (e sulla guerra) tra CRAFT e INDUSTRIALE, bensì, visto che oramai un movimento (volente o nolente) influenza e tocca l altro (addirittura alcuni casi hanno lo stesso CAPO), si dovrebbe virare verso il concetto di “come è fatto e, se è fatto bene con tutti i crismi del caso” (in effetti sono stato un filo sufficiente a parlare di ciò che mi piace o che non mi piace, ma, personalmente credo di avere il minimo know-how nel riconoscere se una birra è in stile o meno, questo volevo intendere, visto che oltretutto non disdegno nessuno stile birrario!! 😉 )!

      Voglio fare un esempio stupido con la pasta!!
      Cosa mangereste tra:
      – tagliatelle “industriali” di una grande marca (Voiello??)
      – tagliatelle “industriali” di un marchio semisconosciuto magari proveniente da una zona dove mangiano solo riso (una tagliatella cinese….)
      – tagliatelle “fatte in casa” dalla nonna emiliana che ha più di tutti filato la pasta
      – tagliatelle “fatte in casa” dalla mi moglie che ha provato per la prima volta a farle perchè tutte le sue amiche le fanno e anche lei voleva utilizzare il bimby!

      Beh…. in sincerità io consumatore che ama la pastasciutta cercherei quelli della Nonna, poi mi accorgerei che sono di difficile reperimento e magari costano un occhio della testa (o magari te le fanno passare per fatte in casa e poi invece nn hanno nulla di home made) e a parte a Natale e Pasqua, dove mi potrei svenare per averle in tavola, proverei quelle della mi moglie, conscio che coi fornelli c ha discusso da piccina, nella speranza c abbia azzeccato (il che non vuol dire che c azzeccherà sempre) o al limite ripiegherei su Voiello. Le tagliatelle cinesi si scopre siano fatte con uova di serpente anzichè di gallina….apparte che a quel punto sarebbero da chiamare in maniera diversa, ma chi se le mangerebbe??!!
      Nella birra le “tagliatelle di serpente” riempiono gli scaffali (evidentemente piacciono tanto per via dei ruttini)……ma se guardi nel mezzo, se sei bravo, trovi la voiello (sempre che non si sia nel mentre adeguata alla produzione che va per la maggiore) e soprattutto troverai la pasta della nonna, che magari risulterà essere la più dura e difficile da mangiare, ma che sarà senz altro l originale!!!
      Grazie delle delucidazioni e ti assicuro, si, c’è una grande confusione!!!

  20. Buongiorno
    due risposte tecniche al signor Obe che spero gli chiariscano i dubbi che ha ma se non è cosi credo che vivrò lo stesso 🙂
    rinnovo la mia affermazione che non sto difendendo Heineken ma il metodo di lavoro che si adotta in alcuni birrifici industriali, ribadisco inoltre che se si conoscono le cose è facile anche dare spiegazioni altrimenti le affermazioni fatte così per dire, lasciano il tempo che trovano e sono facilmente smentibili indipendentemente se si è periti chimici o meno.
    l’acqua che si utilizza nello stabilimento Heineken di Comun Nuovo è acqua del sottosuolo, proviene da sorgenti poste a 200 mt circa di profondità e pescate da 4 diversi pozzi. Acqua che al momento dell’utilizzo viene utilizzata tal quale dato che la carica batterica è praticamente nulla essendo l’acqua passata attraverso strati di materiali diversi che la filtrano e la rendono potabilissima. Quest’acqua viene soltanto acidificata per correzione del pH dove serve. Immagino tu lo sappia dove serve e credo non sia una manipolazione !!!
    L’acqua di Pedavena ex stabilimento Heineken ora Castello ma che spesso è citato per motivi storici, preleva l’acqua da 2 acquedotti alimentati da sorgenti di montagna. Purtroppo queste acque all’arrivo in fabbrica devono essere clorate e declorate successivamente per abbattere la carica di colibatteri e batteri fecali presenti nella stessa dato che sui pascoli per fortuna circolano ancora tante belle vacche. !! Chi l’avrebbe mai detto eh?
    Chiudiamo il discorso acque dicendo che dove lavoro ora prendo acqua dalla rete idrica, acqua che viene addolcita come si fa credo e spero ovunque dato che il grado di durezza è fondamentale per una buona birra , acqua che poi passa in un debatterizzatore a lampade u.v.. per poi essere utilizzata
    Conosco molti birrifici artigianale e tutti o quasi prendono acqua dalla rete idrica. Non vedo dove stia la differenza sulle acque utilizzate.

    Luppolo: la quantità di luppolo che si aggiunge alla cotta è in funzione degli acidi alfa del luppolo stesso, dichiarati dal fornitore, è ovvio quindi che non si usa sempre la stessa quantità ma ci si adegua alla concentrazione quindi non vedo cosa centri il discorso del vegetale e del contadino!!! 🙂 e la ripetibilità delle cotte !! forse che nei birrifici artigianali si usano luppoli diversi? Io vedo usare Saaz, Citra , Cascade e sono gli stessi che usa il mondo industriale.
    Gasatura della birra: se non la si ottiene dalla fermentazione nel serbatoio così come faccio ora si ottiene addizionando di Anidride carbonica la birra, anidride carbonica proveniente dalle fermentazioni fatte in fabbrica, sia a Comun Nuovo che a Pedavena vi sono impianti di recupero della Co2 dai fermentatori, liquefazione con condensatore della stessa per lo stoccaggio e riutilizzo poi di nuovo in forma gassosa e aggiunta alla birra. Sicuramente si ottiene una gasatura sempre precisa e ottimale ma….credo sia un pregio e non un difetto in ogni caso questa puo’ essere definita una standardizzazione .
    Quindi caro signor Obe: le materie prime usate nelle fabbriche industriali non sono replicabili, non si usano estratti ma solo chicchi di malto..gli stessi che usano tanti birrifici artigianali, il luppolo è lo stesso identico Saaz o Perle della Hopsteiner o della Haas e viene variata la gettata in funzione degli alfa acidi e le unità di amaro vivaddio devono essere poi sempre le stesse altrimenti è meglio cambiar mestiere che dici? fatto salvo che le unità di amaro se anziché essere 22 sono 23 o 21 non sono ne un problema ne se ne accorge nessuno all’assaggio, nemmeno tu che sei perito chimico.
    Sai che la Paulaner piace moltissimo anche a me? e avendo lavorato in Germania mentre studiavo da birraio ho scoperto che usavano a quei tempi lo stesso luppolo che usavamo a Pedavena ( a quei tempi era ancora in foglie e in balle da 2 quintali 🙂
    Concordo con Premium quando afferma che c’e differenza tra birra ben fatta e fatta male e la si puo’ fare bene o male sia in ambito industriale che artigianale e il tutto nel rispetto degli obbiettivi di ognuno.
    Io tengo molto al rispetto delle persone e del lavoro che fanno e sopratutto sono ancora convinto che anche nelle grandi realtà industriali la differenza la facciano gli uomini..le persone che sono coinvolte nel processo di produzione della birra e che molto spesso la birra se la fanno anche a casa.
    un saluto a tutti

    • Andrea Turco

      Gibran io non capisco perché parli delle metodologie di Heineken e altre multinazionali quando hai lavorato (se non ho capito male) solo da Pedavena (sì, lo so che è di proprietà di Heineken). Ma soprattutto perché rispondi solo a quello che ti pare. Premium ti ha avanzato delle obiezioni ben precise che hai ignorato e che, per inciso, in alcuni casi sono le stesse che ti ho mosso io. Continui a dire “voi non sapete come si lavora nei birrifici industriali” però non ci illumini…

  21. Pedavena ai tempi del Dott. Gorza, Gibran mi capirà, era una cosa molto diversa da Heineken, era in pratica il loro impianto pilota. Tornando invece ad Heineken vera e propria mi è stato detto, da loro, che utilizzavano come luppolo Strisselspalt d’Alsazia, che non è proprio uguale a ciò che viene utilizzato nei micro. Ha anche un prezzo molto inferiore, guarda caso, al netto delle diverse quantità d’acquisto.

    Anche se i luppoli normalmente reperibili ed usati da micro non siano proprio il massimo dei massimi, volendo generalizzare. Però tra un buon Saaz e l’Alsazia ne corre di differenza. Provate a farvi una Von Wunster, va bene che è un prodotto da prezzo, ma cacchio sembra amaricata col catrame.

    Quoto Andrea quando dice che Gibran ha saltato a pie pari alcuni punti fondamentali.

    Gibran concordo con te nel rispetto di quanti lavorano in quelle realtà è non penso che lo scopo sia denigrare il lavoro di qualcuno, ma fare chiarezza.

    Ha ragione quando dice che la differenza la fanno gli uomini, ma sopratutto i loro scopi. I grandi gruppi non hanno certamente lo scopo di produrre birra d’alta qualità, altre realtà invece si basano proprio su quell’obbiettivo.

    Poi non tutti però hanno le competenze e la capacità di raggiungere lo scopo.

  22. Andrea
    dopo la scuola per birrai finita nel 1978, e dopo un anno a lavare botti in Germania ho lavorato dal 1979 al 1985 alla Cervisia di Genova a quei tempi di proprietà Dreher, dal 1985 al 2011 ho lavorato a Pedavena passata nelle mani Heineken proprio in quel periodo. Dal 2001 al 2007 a Comun Nuovo con un anno in transito tra Aosta e Massafra e un seminario sul brewing in Olanda a Zoeterwoude.
    Ho visto parecchie cose in queste realtà e solo per questo esprimo le mie opinioni quando leggo qualcosa che non condivido.
    Premium dice cose giuste e altre a mio parere no. Non mi ha lavato il cervello nessuno ho solo una testa pensante e che apprezza la realtà delle cose.
    Concordo con Premium sulla diluizione di alcune birre ma non tutte, non concordo sul fatto che i filtri a farine e anche le attuali cartucce tipo Suprapack della Paal tolgano colore e sapore. Le analisi prima e dopo lo confermano. E neppure la saturazione tolgono, se lavori con adeguate contropressioni, anche ora io lavoro con birra a gasatura naturale ovvero derivata dalla fermentazione e per certe birre sperimentali di prova, passo attraverso una cartuccia da 0,45 micron , per microfiltrare ma non vado a perdere la gasatura originaria.
    Sicuramente ha ragione sui malti ma…chi usa malti floor? si risponde da solo e non potrebbe essere che così.
    Non ho mai affermato che la birra industriale sia meglio di certe birre artigianali, io stesso spesso di fronte a una birra industriale di un certo tipo, opto per bermi un bicchiere di vino , ma gusti a parte insisto a ribadire alcuni concetti quando sento dire cose non esatte.
    Oggi alla birra io faccio il dry hopping, aromatizzo il mosto con coriandolo e / o bucce d’arancio, in qualche caso ho provato a metterci persino del fieno essiccato e mi diverte questo sperimentare dopo tanti anni di ” quasi ” monotonia birraria.
    Non dimentico mai però quanto ho imparato nel tempo e nei diversi ruoli che ho rivestito e solo per questo insisto su certi temi.
    Su altri come vedi non mi sbilancio perché oltre a non essere certo che tutti lavorino sempre con coscienza, mi limito a parlare di ciò che ho vissuto e solo di quello.

    • Andrea Turco

      Grazie per avermi elencato il tuo cv (non sono ironico), ma confermi quanto pensa anche Premium: cioè che parli in buona fede di un certo tipo di birra industriale. Sulla diluizione ad esempio continui ad avere una visione parziale: che l’industria vi faccia ricorso solo per marchi da discount è una cavolata, perdonami. Sul resto ho poco da aggiungere, per me parla Premium, sicuramente con maggiore competenza del sottoscritto.

  23. Non per polemica, anzi apprezzo la franchezza oltre alla competenza di Gibran, ma per chiarire. Concordo che la saturazione non la perdi con la micro filtrazione, con le cartucce negli houseing per intenderci. Io mi riferivo, come scritto ai filtri a candela in ceramica, quelli si tolgono veramente tutto.

    Questo poi sta all’origine dell’avversioni di molti cultori, sulla filtrazione, che di per sé, cioè se fatta in modo non esasperato, toglie poco. Così le pastorizzazioni spinte, hanno creato la convinzione, in molti, che questa forma di conservazione sia il male assoluto.

    Dimenticando quelli che sono gli scopi di una produzione, target, posizionamento, ecc. Per fare certi volumi questi sono passaggi assolutamente necessari, ma come sempre c’è modo e modo.

    Andrea sono onorato d’elezione a portavoce, ma il curriculum non te lo mando. Scherzo ovviamente.

  24. Solo un PS riguardo al floor malting, Gibran ha ragione, chi usa floor? Nessuno o quasi, però i birrai con le bocce da 75 cl a € 18,00 e con la dichiarazione nei siti “selezioniamo le migliori materie prime” potrebbero anche farlo sto sforzo. Ma forse paga di più metterci l’ingrediente X del momento per attirare le masse, più che ricercare la qualità assoluta.

  25. Egregio Gibran, sicuramente vivrà lo stesso (e ne sono felice per lei) e le assicuro che anche io ho dormito tranquillo nonostante abbia letto solo oggi le sue delucidazioni… (e la ringrazio innanzitutto) e le dirò, ieri ho bevuto più del solito (oserei dire per farla arrabbiare PER FORTUNA solo artigianale, e PER FORTUNA era tutta molto buona)!!! Vorrei per prima cosa ribadire che personalmente la rispetto molto sia come persona che come lavoratore attivo da decadi nel mondo brassicolo (specie nella sua ultima scelta di tornare nel piccolo, che poi in fondo è la riprova che il mondo industriale alla fine non è quel paradiso per un lavoratore, motivo etico che da solo basterebbe a me per non bere più birra industriale). Credo nessuno tra coloro che stanno commentando abbia messo in discussione la sua serietà e professionalità. Anzi è da ringraziarla nuovamente perchè credo che i commenti di questo articolo possano essere una pagina importante di confronto tra due movimenti che pur nelle loro differenze si influenzano l’un l’altro (e si danno giustamente battaglia in quello in cui si possono differenziare) e di “didattica” del mondo degli amanti della birra.
    C’è da dire che ognuno ovviamente ha le proprie conoscenze professionali, e mi scuso se possa aver pensato che abbia fatto e, cito testualmente, “affermazioni fatte così per dire, lasciano il tempo che trovano e sono facilmente smentibili” ma purtroppo non sono onniscente e proprio per questo ho voluto sollevare i miei dubbi, non volendo certo farla irritare!!!
    Infatti come ho padellato io sul fattore luppolo, come in fondo il discorso gasatura birra in ambito industriale sia convenuto essere fatto come detto da Premium nella maniera STANDARDIZZANTE già descritta, posso dire che lei ha fuorviato il mio discorso acqua e mi ha dato conferma di quanto pensavo. Non parlavo della carica batterica che ovviamente non ci deve essere in una acqua potabile destinata ad uso alimentare (tutte le birre farebbero cagare, e non in senso figurato!!). Io parlavo della composizione CHIMICO FISICA (per intendersi di quei parametri riportati nelle etichette delle acque) che, specie per emungimenti importanti come credo sia quello di un’industria di birra, fa variare le caratteristiche di base. E visto che qui si fa sfoggio dei cv, anzichè da perito chimico mi espongo come tecnico ARPA della Risorsa Idrica le assicuro che tutte le analisi effettuate per monitorare un qualsiasi corpo idrico sono molto variabili (non certo nel breve periodo, ma comunque cambiano, e a volte, anche in maniera significativa, le acque di falda sicuramente meno dei corpi idrici superficiali, ne conveniamo.). Va da se che se avviene una variazione di pH, anche se serve, trattasi comunque di una manipolazione, ma ben più grande e significativa è la manipolazione dovuta al passaggio in addolcitore (non ho ben capito se sia lei ad effettuare tale passaggio con l’acqua o se è convinto che tutte le reti idriche lo abbiano, perchè nel caso le assicuro che non è così!). Ovvio è che qualora sia lei ad addolcire l’acqua, questa oprazione sia di fatto una STANDARDIZZAZIONE dell’ingrediente. Le imposta lei la durezza, avrà sempre il solito tenore di carbonati, solfati ecc., quando le assicuro che tanti birrifici aprono il rubinetto (avranno la fortuna di avere un acquedotto perfetto per le tipologie di birra che vogliono produrre, che le devo dire) e buttano l’acqua in tino, scaldandola solamente per declorarla (il cloro c’è dappertutto, è messo per legge per la potabilizzazione) incuranti delle variazioni e consci che comunque ogni lotto nel piccolo avrà le sue “veritirere” differenze!!! Ma resto ancora convinto che (evidentemente non nello stabilimento dove ha lavorato lei) qualche pratica industriale (magari con stabimienti con difficoltà di attingimento di acqua) trovi molto più facile utilizzare acqua ancora più standardizzata creata ad hoc per la produzione (io stesso per divertimento ho voluto fare una cotta fatta a casa da me con l’acqua ripordotta in laboratorio con acqua distillata e sali aggiunti affinchè avesse la composizione uguale della mitica acqua di Burton upon Trent!!)!!!
    Apparte questa dovuta precisazione (non volevo passare da sprovveduto in tutto il mio commento, anche se lo sono, specie in ambito birrario, vista che la mia passione è giovane e ancora colma di lacune, specialmente riguardante le tecniche produttive, infatti non entro nei discorsi dei filtri, dei malti ecc., Premium e lei siete ampiamente entrati in particolari a mio avviso affascinanti) mi piaceva concludere la serie di commenti con la domanda più retorica (probabilmente superficiale e stupida, ma che alla fine dei giochi è quella che fa la differenza tra mondo craft e no….) ALLORA CARO GIBRAN MI SPIEGHI L’ENORME DIFFERENZA DI PREZZO TRA UNA HEINIKEN e UNA BIRRA ARTIGIANALE?? COME E’ POSSIBILE CHE UNA HEINIKEN ALL’INGROSSO POSSA COSTARE 60 CENTESIMI, inclusi costi di produzione, imballaggi, logistica ecc. e invece una artigianale molto di più?? non credo che l’enorme volume di vendita sia una risposta sufficiente, perchè comunque il vetro ha un prezzo (2 centesimi a bottiglia??), l’etichetta, il cartone, gli approvvigionamenti, i trasportatori come si fa a rientrare (affinche ci sia un guadagno e sto tirando cifre a caso in un costo complessivo di 45 centesimi, ovvero con un guadagno di 15 cent a bottiglia??? vero che gli impianti sono stati ammortizzati ampiamente (nonostante debbano subire una manutenzione ben più spinta di quelli craft), che ci sono altre politiche d’azienda atte a un guadagno più consistente (acquisizioni di altri marchi per dirne uno), che ci sono in ballo tantissimi fattori, ma mi torna davvero strano che ci sia cotanta differenza con una birra artigianale. Chiedo nuovamente scusa per la mia grande curiosità (che spero possa essere comunque utile!) e che non abbia detto nulla così per dire…e sarei curioso anche di sapere cosa beve solitamente lei a tavola oltre alla Paulaner (e al vino), così dal prendere spunto (anche se la heineken è fatta bene come afferma lei, e quindi presumo continui a berla oramai a me non mi riesce più… non mi piace più!!) e magari gravare meno sull economia domestica 🙂 !!
    Anche perchè, alla luce di quanto letto, possiamo incredibilmente affermare che in fondo noi TUTTI (lo dimostra il fatto di quanto ci possiamo tenere e quanto seguiamo Cronache e Andrea) siamo in piena armonia nel dire che ci piace la birra, che ci sono birre fatte bene e birre fatte male e che i due movimenti si stanno sempre più toccando e (a volte) trovando vie comuni. Resterà sempre da capire quanto queste vie comuni siano strade veritiere o semplice “cavalcamento dell’onda”, ma ribadisco che SOLO IL MERCATO decreterà chi e cosa sopravviverà, se dovrà sopravviverne soltanto uno, e non è assolutamente detto, anzi la realtà odierna lo dimostra, che ad ora le due realtà anche se in maniera scorbutica, continuano a dividere lo stesso letto….di luppolo)!
    Salute a tutti!!!

  26. Ragazzi se scrivete cosí tanto io vi mollo alla decima riga.
    Alcune cose, non ricordo nemmeno chi le ha scritte mannaggia alle vostre risposte lunghissime:
    Floor malting,praticamente estinto,bellissima tradizione e molto romantica ma costosissima,credo la usino ormai solo per malti da distilleria e poco altro. Poi le artigianali giá costano un occhio se usano pure quei malti addio!
    Strisselspalt,ma che c’é di male ad usarlo?é un luppolo come un altro,certo peró se usi il luppolo giapponese puoi fare pagare la bottiglia 20 euro (siamo noi stessi la ragione per cui certe birre costano cosí tanto!)
    Sugli alfa acidi non mi ricordo chi(Obe?) ha detto una cazzata cosí grande che forse non ha mai fatto manco il té con la bustina figurarsi la birra.
    E poi basta con questa menata della passione,uno fá quello che gli piace(nei limiti del possibile) sia da artigiano che a livelli piú grossi,la birra buona la fanno i birrai bravi non quelli piú appassionati!

    • Nemmeno il tè fo in bustina, non temere!! :-)….di birra ne ho fatta ben poca, è vero, e soprattutto non conosco le dinamiche di produzione industriale, ancora più vero!…..pensavo ( e Gibran gentilmente mi ha corretto) che in industria avessero la ricetta “preimpostata” e buttassero X kg di luppolo in cotta sempre nelle medesime quantità e tempistiche (non credevo che ci fosse la possibilità per gli std di qualità di variare i quantitativi, infatti alla dodicesima riga, probabilmente non ci sei arrivato a leggere, c’è scritto che l’avevo padellata!)…ed è conclamato che chi lavora bene (ed è quindi bravo) ha la passione come carro trainante!! Dispiace aver scritto roba lunga, ma non ho il dono della sintesi!! Uno è libero o meno di leggere! Io i commenti qua sopra l ho letti tutti…..PER PASSIONE!!! Arisaluteeeee!!!

      • Non solo non usano sempre le stesse quantità di luppolo, ma anche quelle del malto. Prima misurano in laboratorio la resa e poi calcolano, in base a questa, le quantità.

        Questo assicura costanza produttiva, che è il cruccio di molti birrifici artigianali ed è la causa delle cosiddette “cotte sfigate”.

  27. Per rispondere ad Obe, riguardo alle differenze di costo tra industriale ed artigianale, bisogna considerare diversi fattori. Intanto, come ho specificato fin dall’inizio c’è industria ed industria, ma visto che si parla di Heineken, trattiamo di quel tipo d’industria.

    Queste realtà sono votate al contenimento dei costi, anteposto chiaramente alla qualità intrinseca del prodotto finito. Pertanto si risparmia su tutto. Oltre a questo, che è criticabile dai cultori della qualità, quali siamo, la produzione è completamente ottimizzata.

    Ciò vuol dire che non si spreca acqua, CO2, energia, tempo, materie prime, lievito, detergenti. Il tutto viene recuperato e riutilizzato, questo in un ottica industriale e con i numeri in gioco, comporta un risparmio notevole.

    In ambito artigianale questo non succede ed è visto erroneamente come inutile. Le produzioni non sono certo ottimizzate e si spreca di tutto. Questo fa lievitare i costi di produzione. In realtà però non c’è una vera ragione del perché la birra debba costare così cara, se non la disponibilità alla spesa di chi l’acquista. Le famose scuse dei birrai, che tirano in ballo l’accisa, il luppolo o l’ultimo esotico ingrediente sono balle.

    Ben inteso non si arriverà mai ad allinearsi ai prezzi dell’industria, ma la differenza è abissale. Chiedersi chi sopravviverà delle due realtà è inutile, sono prodotti diversi, destinati ad un pubblico diverso. In molti settori esiste il prodotto industriale ed il suo omologo artigianale ed entrambi i comparti sopravvivono benissimo ed insieme, molto spesso senza infastidirsi. L’industria ora inizia ad imitare o meglio scimmiottare l’artigianale, non perché si senta infastidita, più di tanto, ma per cavalcare l’onda della moda.

    Per quanto riguarda invece quanto affermato da Copper, il floor malting non è estinto, manco per niente. Viene utilizzato, sopratutto all’estero, per molte birre pregiate. L’affermazione che le artigianali aumenterebbero di prezzo, con questo tipo d’ingredienti è totalmente sbagliata.

    Come detto in precedenza non c’è una vera ragione del perché le artigianali debbano costare così care, al netto delle balle raccontateci. Anzi ci sarebbe da stupirsi, che chi dichiara di lavorare anteponendo la qualità al resto, risparmi proprio sulle materie prime.

    Ho scritto che questo tipo di lavorazione costa un botto, ma rispetto all’industria, dove i volumi ed i numeri in gioco sono molto diversi, da quelli di qualsiasi artigiano, al quale pochi centesimi in più cambierebbero poco a livello economico, ma molto a livello qualitativo.

    Il fatto d’aver citato lo Strisselspalt Alsaziano era in contrapposizione a quanto dichiarava Gibran, che invece citava luppoli ben più nobili e costosi, rispetto a questo.

    Quoto invece anche la punteggiatura di questo:

    E poi basta con questa menata della passione,uno fá quello che gli piace(nei limiti del possibile) sia da artigiano che a livelli piú grossi,la birra buona la fanno i birrai bravi non quelli piú appassionati!

    • Avrei dovuto specificare che io mi riferivo al regno unito per quanto riguarda il floor maltings,ti assicuro che ne sono rimasti proprio pochi e di solito maltano orzo per wisky e credimi che la differenza di prezzo rispetto a piú moderne malterie é notevole.

      • Ti credo assolutamente, primo non conosco la realtà inglese e secondo non so niente della produzione di whisky. Conosco invece la realtà italiana e la produzione di birra. Vero è che la lavorazione tra torre e floor è molto più dispendiosa nel secondo caso, ma poi sostanzialmente dipende da chi vende. In soldoni è possibile acquistare dell’ottimo floor, prodotto ovviamente all’estero, a poco più rispetto al normale malto reperibile, lavorato a torre. Cambiano invece i risultati.

  28. Buonasera
    concordo con quanto affermato negli ultimi post relativamente ai costi della produzione della birra nei due diversi mondi, artigianale e industriale.
    Come sottolineato da Premium nel mondo industriale tutto è ottimizzato, dagli acquisti ( e non per questo significa acquistare materie prime scadenti) fino al personale impiegato nei reparti. Faccio esempi pratici, l’ultima acqua di lavaggio delle trebbie in esubero, viene utilizzata per gli impasti delle cotte successive e spesso questa acqua ha ancora un estratto attorno al 2%, non sono risparmi da poco considerando i volumi in gioco e la quantità di acqua che serve per 1 hl di birra prodotto.
    L’anidride carbonica che si produce in fermentazione viene recuperata e riutilizzata in altre fasi del processo, compreso il confezionamento. Io ora dove lavoro ,la Co2 per imbottigliare ed infustare la devo comperare all’esterno e questo è un costo molto difficile da ammortizzare. Anche nei lavaggi vi sono molti sprechi nelle piccole realtà mentre nei grandi birrifici è tutto perfettamente controllato nei tempi e nelle concentrazioni grazie anche a volte, all’aiuto dei fornitori esterni che forniscono anche un apporto di consulenza e ottimizzazione di tutti i lavaggi compreso nel prezzo dei detergenti dati i grandi volumi che ne vengono acquistati.
    Ma è soprattutto nel personale operante che credo ci sia il maggior ” risparmio “, nei trent’ anni passati in Heineken ho visto ridursi il personale necessario al funzionamento di una linea bottiglie da 15 – 16 unità del 1985 a 5 -7 persone delle attuali linee del più recente passato, e tutto ciò grazie all’investimento fatto su macchine sempre più sofisticate ed autonome.
    Sarà stato un passo avanti? non lo so…la disoccupazione attuale fa pensare di no ma…
    Ecco quindi alcuni dei motivi dei bassi costi di produzione che permettono poi di vendere ai prezzi che ben conosciamo.
    Mi rendo conto ora ad esempio di quanta differenza c’è nl comperare 5 milioni di bottiglie, ovviamente tutte uguali 🙂 siano esse da 33 che 75 cl e comperarne 5000 – 10.000 come mi accade ora.
    Chiudo con un accenno a Gorza che è stato anche mio direttore nel passato e dico a Premium che si…erano altri tempi e altro genere di persone che pur nell’ambito industriale e pur essendo dipendenti di una multinazionale, riuscivano comunque a mantenere il massimo rispetto nella qualità di ciò che si andava a produrre.
    Quella scuola di vita e di lavoro io, me la porto dietro tutt’ora con grande orgoglio e la ricordo sempre molto volentieri.
    buona serata a tutti.

  29. A proposito di succedanei e birra artigianale:

    http://www.ansa.it/p…12598f21c1.html

    • la cosa incredibile che queste oscenità sono fatte dai CRAFT…mi scrivete che i prezzi CRAFT sono poco giustificabili, che il mondo industriale riutilizza tutto e che non sprecano niente (dal punto di vista ambientale quindi, argomento tra l’altro che ho molto a cuore, sembrerebbe meno impattante), che i microbirrifici italiani che nascono come funghi e tanti davvero tanti producono “troiai”….GRAZIE DI ALIMENTARE IN ME ANCORA PIU’ CONFUSIONE!! Ahahahah….vi è conflitto in me tra le papille gustative e il cerevello!!!! 😮

  30. Se vivessimo in un mondo “ideale ” dove l’uomo fosse corretto vi consiglierei di bere birra artigianale perché di qualità. Nel senso che non viene pastorizzata. Ma dato che i grandi industriali per produrre un enorme numero di ettolitri di birra devono ” andare ” contro natura ( mi riferisco all’uso di pesticidi e tante altre cose che sono state create allo scopo di ” migliorare ” le rese di coltivazione non di abusarne ) finiscono per ” contaminare ” anche il campetto dove il quale il più amorevole artigiano della birra raccoglie il proprio orzo per fare la birra ! Per cui non accanitevi troppo nel criticare artigianale o industriale ! potete solo credere in buona fede a quei marchi che dicono di effettuare severi e scrupolosi controlli ai proprio prodotti finiti vale a dire alle proprie birre. Se i birrifici artigianali non fanno controllare le proprie birre da centri di ricerca sbagliano. Lo stesso vale per gli industriali della birra. Per cui viva la birra artigianale scrupolosamente controllata e viva la birra industriale scrupolosamente controllata. Per quanto riguarda il sapore e gli aspetti nutritivi la birra artiginale la consiglio vivamente. Per quanto riguarda ” la salute” non mi sento di consigliarvi nessuna delle due! vi consiglio chi se la fa controllare in laboratorio. tanti saluti da un biologo.

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