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Anche Cigar City vende, ma l’acquirente è un altro birrificio craft: Oskar Blues

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Negli ultimi mesi abbiamo dovuto accettare il passaggio di diversi birrifici craft americani sotto il controllo dell’industria, un fenomeno non certo piacevole per tanti appassionati. Gli accordi milionari con le multinazionali sono sempre stati giustificati come l’unica soluzione per crescere in un mercato straordinariamente competitivo, ma è una chiave di lettura che non sempre convince. In passato abbiamo visto come una delle alternative è rappresentata dalle partnership con le società d’investimento, che permettono l’ingresso di capitali senza dover vendere la società a un produttore industriale: è la soluzione adottata da Stone e Oskar Blues. Una terza via invece può essere quella di vendere comunque, avendo però come interlocutore non una multinazionale, ma un altro birrificio craft. Scelta salita alle cronache negli scorsi giorni e che vede protagonisti due nomi importanti della scena americana: il già citato Oskar Blues da una parte e Cigar City dall’altra.

Come riporta il Denver Post, infatti, risale a lunedì scorso l’annuncio dell’acquisizione di Cigar City da parte di Oskar Blues, avvenuta dopo che il birrificio della Florida era già stato in trattativa con il gigante AB Inbev. Cigar City sarebbe potuto diventare l’ennesimo produttore “artigianale” a finire nelle grinfie dell’industria, invece questa volta le cose sono andate diversamente: contro ogni pronostico a chiudere l’operazione è stato un altro birrificio craft.

A ben vedere la notizia è molto interessante, perché testimonia la presenza di un elemento che potrebbe disturbare pesantemente i futuri tentativi di acquisizione delle multinazionali. Sia chiaro, non è la prima volta che un produttore artigianale ne acquista un altro – la stessa Oskar Blues è stata protagonista di mosse analoghe in passato – ma questa volta l’importanza dei nomi coinvolti è tale da rendere tutto molto più evidente. Anche perché le cifre ufficiose che girano nell’ambiente sono impressionanti per le dimensioni dei relativi attori: si parla di un’operazione da circa 60 milioni di dollari. Bruscolini in confronto al miliardo sborsato da Corona per comprare Ballast Point, ma comunque una somma di tutto rispetto per un birrificio che ha ancora una dimensione craft.

Interessanti a tal proposito le dichiarazioni di Joey Redner, fondatore di Cigar City:

Cigar City sta affrontando sfide di livello superiore e di conseguenza avevamo bisogno di sviluppare competenze di livello superiore. Ma a guidarci nel mondo della birra è stata la passione e il desiderio di percorrere sempre la nostra strada. Non volevamo risolvere tutto con una mossa incompatibile con la nostra natura.

È chiaro dunque il riferimento all’accordo mancato con AB Inbev, che per Cigar City sarebbe stato un po’ come vendere l’anima al diavolo. In effetti se la cessione era effettivamente l’unica strada percorribile, è meglio che sia stata compiuta da una realtà che ha una filosofia simile e che può meglio comprendere le esigenze di Cigar City e il rapporto nei confronti dei suoi clienti. Le parole del portavoce di Oskar Blues, Chad Malis, sembrano offrire garanzie sulla futura autonomia del marchio Cigar City:

Credo che l’obiettivo dell’accordo sia la possibilità di fornire risorse aggiuntive – sia economiche che di esperienza – e creare un ambiente collaborativo dove i birrifici possono svilupparsi mantenendo la propria cultura.

In altri termini, l’operazione rientra perfettamente nelle strategie di espansione di Oskar Blues, che includono l’assorbimento di piccoli produttori con problemi di crescita, la costruzione di un network di birrifici “regionali” e lo sviluppo di un insieme di business collaterali. Da qui la nascita in passato del gruppo United Craft Brews, controllato dalla stessa Osker Blues e nel quale rientrano Perrin, Utah Brewers e ora anche Cigar City.

La vicenda rende evidente la potenza economica raggiunta da diversi birrifici craft in un ambiente in costante crescita. Da questo punto di vista Oskar Blues è uno degli esempi più cristallini: fondato nel 1997, in poco meno di 20 anni ha costruito un vero e proprio impero – tre poli produttivi, una catena di fast food, diversi birrifici controllati e altre aziende di proprietà – arrivando ora persino a sfidare le multinazionali in termini di acquisizioni nel settore. Si tratta di una sfida praticamente inedita per il mercato degli Stati Uniti e una freccia in più a disposizione di Davide nella battaglia contro Golia.

E se state pensando di precisare che Davide usò una fionda e non un arco, forse vi sfugge l’obiezione che merita davvero di essere avanzata: siamo sicuri che la metafora della sfida tra Davide e Golia sia ancora valida?

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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2 Commenti

  1. Non conosco i fondi che sono entrati in Oskar Blues, ma in termini generali non conosco fondi che parlino diversamente di cashflow da multinazionali con management autoreferenziale. Presto o tardi si arriva sempre a situazioni dove il prodotto non è più al centro.
    Personalmente ritengo che siano più interessanti le acquisizioni fatte da Morgaat o le mosse di Mahou in USA o Palm (i.e. dove aziende familiari di lungo corso birrario sono coinvolte). Senza santificare nessuno (lungi da me… ) anche i primi passi di Heineken con Lagunitas sono qualcosa di nuovo.
    Se una parte dell’industria si confronta con le craft e le craft si confrontano con l’industria quel che ci guadagna è l’accessibilità a birre migliori (e per birre migliori intendo sia industriali a prezzo accessibile al grande pubblico più buone che birre craft/specialità con una stabilità migliore, una distribuzione più accessibile, con orizzonte temporale un po’ più stabile a livello finanziario).
    Altra cosa sarebbe vedere i grandi craft americani iniziare a fare acquisizioni (Sierra Nevada, Dogfish, Brewdog, Thornbridge e altri sulle due sponde…). Ma questi riescono a crescere per vie interne bene… quindi bisognerà aspettare un po’ per vedere chi di questi cercherà di fare un salto in avanti…

    • Andrea Turco

      Sì anche con i fondi d’investimento l’autonomia è a rischio, ma forse è meglio una soluzione del genere che un passaggio in mano a un altro produttore, però industriale. Almeno se prendiamo in considerazione gran parte delle manovre delle multinazionali nel passato.

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