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In Piemonte una proposta di legge per tutelare la birra artigianale

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452227_birra-boccaliLa birra artigianale torna a far parlare di sé in ambito politico, ma questa volta non per il discorso accise. È infatti notizia di ieri sera che a breve in Piemonte sarà presentata una proposta di legge regionale denominata “Norme in materia di Birra Artigianale Piemontese”. Firmatari sono il Consigliere regionale del PD Angelo Motta e l’assessore regionale Claudio Sacchetto. Si tratta di una novità senza precedenti e dalle ripercussioni potenzialmente molto profonde, perché per la prima volta la birra artigianale è espressamente oggetto di una norma finalizzata a disciplinarne le caratteristiche. In altre parole è il riconoscimento legale della sua definizione, un argomento sul quale per anni il settore italiano si è confrontato. Come dobbiamo accogliere la notizia? Quali sono i criteri che la proposta di legge tiene in considerazione? Vediamoli insieme…

Prima di addentrarci nei dettagli, mi sembra giusto fare una premessa. Non è la prima volta che si definiscono criteri per regolamentare la birra artigianale: ad esempio l’A.BI. Lazio ha creato il marchio Birra del Lazio, di cui si possono fregiare solo le birre rispondenti a un preciso disciplinare di produzione. In quel caso (e in altri analoghi) si tratta però di un marchio di un ente privato e della relativa certificazione, mentre ora siamo al cospetto di una definizione regionale, decisa a livello politico, e che – come vedremo – prevede sanzioni amministrative in caso di utilizzo improprio. Direi che la differenza è palese e abissale, però mi premeva distinguere le due fattispecie.

Per capire quali sono i criteri individuati per definire la Birra Artigianale Piemontese possiamo fare riferimento a quanto riportato dal sito dell’Agenzia Parlamentare per l’informazione politica ed economica:

Cosa si deve intendere quando si parla di “Birra Artigianale Piemontese”? La proposta di legge la definisce quale prodotto il cui ciclo produttivo avviene interamente all’interno dei confini amministrativi della Regione Piemonte, presentando le seguenti caratteristiche: svolgimento di una parte di fermentazione nel contenitore in cui è immesso al consumo finale; almeno il 51 per cento sulla composizione finale di materia prima di provenienza nazionale (esclusa l’acqua); nessun ingrediente contenente prodotti classificati geneticamente modificati (OGM); rispetto del divieto della presenza di conservanti e coloranti; nessun processo di pastorizzazione, filtrazione o similari dopo la fermentazione.Il birrificio artigianale è l’impresa che svolge l’intero ciclo di produzione della birra nel territorio della Regione Piemonte, il titolare potrà inoltre svolgere anche attività di vendita diretta dei prodotti di propria produzione per il consumo immediato utilizzando locali e arredi dell’azienda e con l’osservanza delle norme igienico-sanitarie. Chi utilizzi impropriamente la dicitura ‘Birra Artigianale Piemontese” o diciture similari che possano trarre in inganno i consumatori, sarà passibile di sanzione amministrativa pecuniaria (da euro 2.500 ad euro 15.000).

Come potete leggere esistono quindi dei parametri ben precisi da rispettare, che riassumerei così:

  • Intero ciclo produttivo all’interno dei confini amministrativi della Regione Piemonte;
  • 51% della materia prima di provenienza nazionale (esclusa l’acqua);
  • Rifermentazione in bottiglia (o in fusto);
  • No OGM;
  • No conservanti e coloranti;
  • No pastorizzazione, filtrazione o processi similari dopo la fermentazione.

Sebbene i criteri individuati siano piuttosto sensati – soprattutto considerando quali perle è in grado di partorire il legislatore italiano quando si trova a legiferare su argomenti molto tecnici – ce n’è tuttavia uno in particolare che mi inquieta non poco: l’obbligo che almeno il 51% della materia prima sia di provenienza nazionale, che in pratica costringe i birrai a utilizzare malto e grani italiani. Nonostante in Italia esistano alcuni maltifici, molti produttori si affidano a fornitori operanti nei paesi con maggiore tradizione brassicola. È una scelta perfettamente comprensibile e che non toglie nulla alla qualità finale della birra (anzi), quindi è inconcepibile la presenza di un simile vincolo. Sembra quasi preoccuparsi più della condizione dei maltifici italiani che della valorizzazione della birra artigianale.

Un’altra grossa perplessità riguarda la rifermentazione obbligatoria (sulla falsariga delle Real Ale anglosassoni), che secondo me rappresenta una costrizione inopinatamente limitante. Qualcuno avrà da ridire anche sull’inclusione della filtrazione tra le tecniche non ammesse e non mi sentirei di dargli completamente torto. Sugli altri punti direi che si può concordare pienamente.

Quali ripercussioni avrà questa legge (ammesso che la proposta diventi tale)? A livello pratico è difficile fare una previsione: occorrerà capire quanto interesse ci sarà ad adottare la definizione e quali vantaggi essa porterà. In termini più ampi però questa vicenda per la prima volta presenta al mondo politico la necessità di definire i confini della birra artigianale. Visto che mi sembra di scorgere interesse sull’argomento, non è escluso che l’episodio possa rappresentare il primo passo verso una definizione legale di birra artigianale in generale, a livello nazionale.

Se questo dovesse succedere e se si seguisse l’esempio piemontese, rischieremmo di ritrovarci con una norma pericolosa e svantaggiosa. Chiaramente mi riferisco ai passaggi poco condivisibili espressi sopra: ingredienti in maggioranza nazionali e, in seconda battuta, rifermentazione obbligatoria. Oggi nessun birrificio piemontese riporta in etichetta la denominazione Birra Artigianale Piemontese e potrà scegliere di usarla o meno in base alle sue valutazioni e alle caratteristiche delle birre. Se però ci spostiamo a un livello generale, praticamente tutti i birrifici utilizzano la denominazione “birra artigianale”. Pensate cosa succederebbe se in futuro il suo uso diventasse a esclusivo appannaggio di chi si rifornisce da maltifici italiani…

Credo che una definizione di birra artigianale debba tenere in considerazione esclusivamente quegli aspetti che ne garantiscono la qualità finale, almeno in linea di principio. Quindi può avere un senso escludere la pastorizzazione e i conservanti, ma assolutamente no obbligare l’impiego di malto italiano. La provenienza di quest’ultimo infatti non si ripercuote sulla qualità finale, men che meno se arriva da fornitori stranieri di conclamato livello. Diversamente la norma finirebbe per danneggiare il settore piuttosto che tutelarlo.

Restiamo vigili e vediamo come evolverà la vicenda, sempre ammesso che la proposta di legge venga accettata. Si tratta di un argomento fondamentale, che dovrebbe essere a cuore di tutti gli operatori e gli appassionati.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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34 Commenti

  1. Beh mi sembra normale che un ente territoriale spinga perchè venga usata materia prima nazionale creando così una filiera che può portare benefici economici ed occupazionali. Sulla rifermentazione invece mi sfugge la ratio, bah!

  2. L’aspetto relativo agli ingredienti nazionali è quello che lascia più perplessi. Però, il fatto che ci sia una proposta “sensata” mi fa piacere; per lo meno può nascere una discussione utile.

  3. A me questa sembra una legge “ad personam” per un qualche birrificio (il Baladin forse? non conosco nel dettaglio tutto il suo processo produttivo, potrebbe essere qualcun altro?). Tra l’altro mi si deve spiegare perchè la “birra artigianale piemontese” deve contenere il 51% degli ingredienti italiani e non piemontesi. Mi dà l’impressione davvero di una porcata in pieno stile legislativo italiano: qualcuno spinge per una legge protezionista/burocratica e qualcun altro -senza alcuna cognizione di causa- la propone e la approva per fare il favore. Una schifezza.

    • Andrea Turco

      Scusa ma dove sarebbe l’ad personam? Mica dice che la Birra Artigianale Piemontese deve essere prodotta a Piozzo. Sugli ingredienti italiani anziché piemontesi credo che il motivo sia semplice: in Piemonte (correggetemi se sbaglio) non esistono malterie. Chiaro che a quel punto era meglio non metterlo proprio il vincolo sugli ingredienti

      • Insospettisce perchè pare calzata per qualcuno che sfrutta almeno il 51% di ingredienti nazionali (quindi probabilmente è un birrificio agricolo…) perchè parla di rifermentazione in bottiglia e perchè non ammette nessun tipo di filtrazione. Sono dei particolari troppo dettagliati e troppo immotivati per essere casuali. Soprattutto per dei firmatari che probabilmente non capiscono granchè di birra ma hanno avuto modo di conoscere persone e fare amicizie.

      • Comunque non mi viene in mente un altro birrificio artigianale piemontese che possa rientrare nella normativa per come è stata proposta, almeno tra quelli più noti agli amanti della birra artigianale.

        • Non credo ci rientri neppure esattamente Baladin cmq… Più che favorire il birrificio agricolo mi sembra una mossa ignorantella di chi pensa, senza conoscere molto il prodotto però, che con quattro dettami territoriali si possa fare, per la birra, la stessa cosa che si fa per la denominazione geografica del vino…

  4. Parla solo di birre che riportano la dicitura “Birra Piemontese”, amen, non lo si scrive..!

  5. La proposta è sensata, ma anche a me stona il 51% di materie prime nazionali così come l’esclusione di chi lavora in contropressione. Ma prima di farle certe cose, non si potrebbe aprire un tavolo con i birrifici artigianali? Non sarebbe più sensato e magari efficace?

  6. E sto 51% di materie prime italiane dovrebbe essere a garanzia della birra di qualità?
    Seh, bonasera…!

  7. Non capisco perché siate così contrari all’utilizzo di materie prime italiane, dovremmo acquistare malto e luppolo da i paesi con maggiore tradizione brassicola per sempre?

    Secondo questo ragionamento in italia non potremmo mai avere un catena di produzione e distribuzione nonostante il clima sia ideale sia per la coltivazione dell’orzo che per quella del luppolo e tra 20 anni saremo ancora a comprare le materie prime all’estero

    Non dico che adesso tutti devono mettersi a coltivare orzo e aprire malterie ma sicuramente sostenere le poche esistenti può solo fare bene al movimento e spingerci in futuro verso una parziale autonomia

    • Andrea Turco

      Molto semplice. Prendi il luppolo: in Italia finora la coltivazione è solo a livello sperimentale, con casi rari e basati su quantità limitate. Forse un giorno si potrà auspicare l’uso di luppolo italiano, ma devi spiegarmi perché oggi dovresti essere a favore di una legge che ti obbliga a utilizzarlo. Sarebbe una cosa fuori di testa e con effetti controproducenti.

    • C’è qualche materia prima italiana che si distingue in meglio rispetto a quelle straniere? No perchè qua in Italia non se n’è accorto nessuno…dacci questo scoop!
      Se proprio vogliamo provarci, il tutto deve partire dalla ricerca…mica da una roba del genere piazzata tra capo e collo o dalla storia dei birrifici agricoli…

  8. E comunque è la stessa identica bevanda (cit.)

  9. mah!
    proposta di legge un po’ strampalata… da rivedere.
    Comunque ben venga.

  10. …e prima di lasciarci macerare nel dubbio perchè non chiedere a Teo cosa ne pensa di questa proposta, vedremo così qual’è esattamente il suo, autorevole, punto di vista…

  11. mi chiedevo, ma se il Black Barrel fa fermentazione spontanea, i lieviti sono autoctoni, rientra nella percentuale di materia prima?

  12. La questione della fermentazione è la più grave perché esclude metà della cultura birraia. Di fatto non si può più fare una pils o una bock “artigianale”. Anzi peggio, non le si possono fare come si deve (imbottigliamento isobarico, niente rifermentazione) ma restano accettate tutti quegli obbrobri di pils rifermentate in bottiglia. Se la Tipopils fosse piemontese dovrebbe emigrare all’estero.
    La questione delle materie prime potrebbe far pensare ai più maliziosi ad una legge su misura per chi sappiamo, ma secondo me non è il caso. Siamo di fronte al tipico nazional-protezionismo becero italiota.

  13. Direi che la proposta di legge legionale è ancora da definire, ma potrebbe comunque essere un primo passo visto che ad ora c’è un buco legislativo del quale beneficiano spesso i più furbi.
    In particolare bisognerebbe specificare bene due aspetti:
    *Immagino che quel 51 % debba riferirsi al valore (costo) delle materie prime utilizzate piuttosto che al peso.
    *I termini “Filtrazione, pastorizzazione o processi similari” così citati dicono tutto e niente. Bisognerebbe specificare in maniera tecnica micron, temperature, giri di centrifuca, ecc. perchè i confini spesso sono labili.
    Inoltre l’obbligo della rifermentazione in bottiglia sembra troppo limitante.

    Sul fatto di legare la birra al territorio con il 51% di materie prime nazionali personalmente non sarei così negativo a priori.
    Sicuramente le materie prime prodotte in Italia al momento, per costo e qualità, non sono certo paragonabili a quelle che è possibile importare dall’estero, ma è chiaro che si potrebbero aprire prospettive interessanti per contribuire a far crescere il movimento anche dal punto di vista della produzione di cereali, malti e luppoli, sia in quantità che in qualità. D’altronde molti produttori nazionali in questi anni si sono distinti proprio per la loro capacità creativa di legare le loro birre al territorio con l’utilizzo di alcune materie prime locali. Questo sarebbe un passo ulteriore.
    Sicuramente abbasserei la percentuale prevista, almeno in un primo momento.

    • Ma perchè regolamentare/normare un settore che vive benissimo anche senza la solita cappa di burocrazia italiana (anzi italiota)?
      Di che buco legislativo beneficiano i più furbi? e come ne beneficiano?
      Se uno fa una birra schifosa semplicemente i consumatori non la bevono. In questo caso si sta parlando di categorizzare delle birre, con che scopo? perchè il consumatore che va in un supermercato e non sa niente di birra vede il loghetto “birra artigianale piemontese” e si dice “ah ma questa è una birra di qualità!”
      Ed invece è solo una specie di pubblicità ingannevole.
      Senza tener conto che -nel solito modo di operare italiota- poi bisognerà fare una montagna di scartoffie, quindi ci saranno persone dedicate a queste attività, che dovranno essere pagate, che porteranno ad un incremento del prezzo della birra. Poi queste diciture si fossilizzeranno nella testa della gente (vedi doc e docg e varie altre nel vino) e i produttori saranno praticamente obbligati dal mercato a farle/rinnovarle, sennò i grandi distributori non saranno interessati e così via.
      Una montagna di baggianate che davvero non hanno niente a che fare con questo prodotto.
      In quanto alle malterie locali, in realtà ce ne sono una o due in Italia, e quindi cos’è che fanno i birrifici agricoli? fanno delle cooperative con le malterie, ma in realtà sono delle cooperative fittizie perchè tu non cooperi in nessuna maniera, men che meno tra i diversi birrifici appartenenti alla stessa cooperativa (che magari sono distanti 1000 km l’uno dall’altro), la malteria è soltanto un “fornitore” per i vari birrifici. Tutto questo solo per forzare le regole e drogare il mercato con gli incentivi che sarebbero dedicati alle imprese agricole.
      Tutto ciò secondo me è per persone che guardano al business con logica mafioseggiante. Questa non è passione o voglia di migliorare il proprio prodotto o essere bravi in quello che si fa o dedicarsi alla propria attività. Sono solo furberie e cavilli degni della peggiore tradizione italiota, di gente che è abituata a spingere il sistema dove più conviene loro senza tanto badare al senso delle cose.

  14. …..ma non mi sembra che la proposta OBBLIGHI all’utilizzo del 51% di materie prime nazionali…..o a tutte le altre indicazioni…..solo che non puoi mettere il “marchietto”…..
    Quindi personalmente sono molto sereno….se voglio lo faccio, altrimenti “sticazzi”….

    che poi con il “marchietto” si possa avere un vantaggio commerciale…è tutto da vedere….

    …..e quasi quasi utilizzerò l’acqua slovena 🙂

    ….n.b. chissà perché “marchietto” mi fa venire in mente “marchetta”….. 😮

    • Andrea Turco

      L’acqua è esclusa dal conteggio delle materie prime 😛
      Sì come ho scritto i produttori piemontesi potranno scegliere se usare o meno il marchio, il problema è che nel momento in cui il concetto di “birra artigianale” arriva nel mondo politico, lo fa legandosi a questi vincoli estremamente limitanti. E in prospettiva non è una bella cosa…

  15. Luigi ha colto nel segno, una legge fatta apposta per le baladin di Piozzo (cn). primo birrificio agricolo, nazionale perché il malto lo produce in sud italia (basilicata) se non erro, il luppolo lo coltiva qui in zona, mentre altri microbirrifici non avendo disponibilita’ di tutte queste attivita’ extra non potranno fregiarsi del marchio birra artigianale piemontese, che restera’ praticamente solo lui e avra’ ” l obbligo” di alzare il listino prezzi.A meno che non ci sia un businnes dietro dove le baladin vendera’ il suo malto, il suo luppolo a peso d oro!!! questo e’ solo il mio pensiero poi ancora adesso che gira voce della vendita del birrificio le baladin

  16. Grazie Daniele, Daniel e Angelo Jarret per il supporto morale! Se capita vi offro una birra artigianale! (rigorosamente non piemontese…) :))

    • Andrea Turco

      Ciao Luigi, mi dispiace ma non posso approvare il tuo commento che riprende quello di Federico, perché a mio parere espone te e di conseguenza me a possibili conseguenze legali. Ne approfitto per ricordare te e tutti i lettori che quando commentate sul blog siete responsabili di ciò che scrivete, quindi ogni offesa è potenzialmente perseguibile. Le parole sono importanti e io, in quanto curatore del sito, ho una responsabilità oggettiva per ciò che viene scritto.

  17. Mi sono letto la proposta di legge e ovviamente ci sono in ballo anche dei finanziamenti. Allora -alla luce anche dei vostri commenti- ho preso carta e penna (si fa per dire…) e ho inviato questa la seguente mail ai due firmatari

    Gentili Angela Motta e Claudio Sacchetto,

    scrivo a voi in quanto primi firmatari di una proposta di legge sulla “birra artigianale piemontese” e a seguito di una discussione avvenuta on-line all’indirizzo
    http://www.cronachedibirra.it/notizie/8997/in-piemonte-una-proposta-di-legge-per-tutelare-la-birra-artigianale/#comments

    Io come altri utenti manifestiamo alcune perplessità riguardo a come è stata concepita la Vs proposta, in quanto impone delle limitazioni che risultano essere inspiegabili a noi che siamo non solo fruitori finali del prodotto, ma molte volte produttori diretti, quindi profondi conoscitori di tale argomento.

    In particolare i punti che destano maggior peplessità sono questi:
    a) “svolgimento di una parte di fermentazione nel contenitore in cui è immesso al consumo finale”
    Che senso ha escludere le fermentazioni in fermentatore in pressione con relativo imbottigliamento isobarico?
    b) “almeno il 51 per cento sulla composizione finale di materia prima di provenienza nazionale”
    Quindi “birra artigianale piemontese” con un mix di malto magari siciliano (il 51%) e tedesco, luppoli americani, lieviti da chissà dove e magari qualche spezia esotica?
    c) “dopo la fermentazione, non abbia subìto alcun processo di pastorizzazione, filtrazione o similari”
    Che nesso ha la filtrazione o meno della birra con la dicitura “birra artigianale piemontese”?

    Questi punti sono alquanto singolari per i conoscitori del settore, infatti alcuni commentatori hanno espresso delle perplessità anche piuttosto nette nei confronti di questa architettura generale della legge, come potrete facilmente leggere voi stessi all’indirizzo internet sopra riportato.

    Sarebbe cosa assai gradita se interveniste nella discussione aperta per spiegare i motivi che vi hanno portato a formulare una legge in questi termini, e anche per rispondere innanzitutto all’autore dell’articolo, ed in seguito ad alcuni commentatori che hanno postato dei commenti interessanti. Mi riferisco in particolare ad
    – Oliver, che chiede “. Ma prima di farle certe cose, non si potrebbe aprire un tavolo con i birrifici artigianali? Non sarebbe più sensato e magari efficace?”
    – Biffero, che dice “La questione della fermentazione è la più grave perché esclude metà della cultura birraia.” “Siamo di fronte al tipico nazional-protezionismo becero italiota.”
    – Luigi che dice “questa sembra una legge “ad personam” per un qualche birrificio” e altre cose su cui in linea generale trova piuttosto concorde me e molti altri.

    Per correttezza vi informo che invierò tale mail all’autore del blog in modo tale che venga pubblicata all’indirizzo internet sopra riportato.
    Cordiali saluti,

    Che ne dite? Avremo risposta?

  18. Come rileva Andrea, questa iniziativa vorrebbe essere un apripista ad una legge nazionale. Togliete “piemontese” e mettete ” italiana” e vi ritrovate il testo da portare in Parlamento . è un iniziativa che parte dal Piemonte perchè ha una lunghissima esperienza in materia di tutela agroalimentare , e ci hanno provato a copia/incollare un testo già mezzo pronto per i formaggi (sic!) . noi ci stiamo muovendo in Piemonte per fare fronte comune ( una volta tanto sembra molti o tutti d ‘accordo ) per apportare profonde modifiche e rigettare i principi di questo malfatto e pericoloso progetto

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