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I nuovi falsi miti della birra (artigianale)

Una delle prime lezioni che si apprendono quando ci si avvicina al mondo della birra di qualità è che bisogna sfatare una marea di falsi miti. E così si impara che la birra non va servita ghiacciata, che la schiuma è importante, che il colore non è collegato al tenore alcolico, che “doppio malto” non significa niente e via di questo passo. Recentemente si stanno però alimentando altre credenze errate sulla birra e in particolare su quella artigianale, tanto che affrontammo l’argomento circa tre anni fa, cercando di fare chiarezza su alcuni concetti chiave dell’epoca ma ancora attualissimi: “chilometri zero”, “sviluppo sostenibile” e “ingredienti italiani”, sempre chiaramente riferiti alla birra. In questi tre anni la costante ascesa dei prodotti dei microbirrifici ha però generato nuove convinzioni, diventate di pubblico dominio per i consumatori meno smaliziati e che spesso risultano infondate. È allora il momento di aggiornare la lista.

La birra artigianale è buona per definizione

Tralasciando che non esiste una definizione di birra artigianale, uno degli assiomi che si stanno velocemente diffondendo tra curiosi e consumatori occasionali è che i prodotti dei microbirrifici sono buoni a prescindere. Forse questo è il falso mito più dannoso in assoluto per tutto il movimento, perché distorce completamente la realtà: esistono infatti birre artigianali paragonabili a opere d’arte e altre così pessime da farvi rimpiangere una Lager industriale servita a temperatura ambiente.

Per fare buona birra non basta acquistare un impianto e cominciare a produrre. Occorrono passione, tanto studio e anni di esperienza alle spalle – oltre a un percorso formativo adeguato, che non guasterebbe. Occorrono talento e capacità imprenditoriale, aspetto che troppe volte viene sottovalutato ma che si ripercuote su tutti i livelli, anche su quelli squisitamente qualitativi. Se è vero che non è sufficiente possedere una cucina per saper cucinare, lo stesso vale per la birra. Anche (e soprattutto) per quella artigianale.

La birra artigianale è quella amara

Quando si approccia una nuova realtà spesso si tende a ridurre la complessità delle informazioni per dare un senso ai tanti input che si ricevono. Talvolta però questo processo genera delle visioni superficiali ed errate, come quella di ritenere che la birra artigianale sia necessariamente quella “amara”. Siamo d’accordo che una delle peculiarità dell’industria è la creazione di prodotti innocui, ottenuti sovente riducendo al massimo l’impiego di luppolo: in effetti l’amaro è un gusto che, per motivi diversi, può risultare ostico per un’importante fetta di potenziali consumatori. Ma da qui ad arrivare alla conclusione opposta ce ne vuole…

Affermare che la birra artigianale è “quella amara” significa ignorare un gran numero di stili e tipologie, che invece si orientano su proprietà organolettiche ben diverse. Il successo delle IPA e delle loro varianti ha chiaramente rafforzato questa credenza, ma basta allargare i propri assaggi ad altre culture brassicole – se non semplicemente ad altri stili – per capire che il discorso è molto più complesso di quello suggerito dal postulato di partenza.

La birra artigianale è quella strana e complessa

Molto simile al mito precedente è quello sostenuto da chi ritiene che la birra artigianale debba necessariamente essere “complessa” oppure realizzata con ingredienti o tecniche insolite. Chi è appassionato sa bene invece che esistono decine di tipologie “normali”: dalle Pils ceche alle Bitter inglesi, dalle Helles tedesche alle Saison belghe. È naturale che bere una Quadrupel o una Russian Imperial Stout possa rappresentare un momento di rottura totale con il passato per chi si avvicina alla birra artigianale, ma poi dovrebbe essere altrettanto fisiologico apprendere che quella delle birre “da meditazione” non è che una delle tante storie da raccontare.

Il discorso è ancor più valido quando consideriamo produzioni barricate oppure realizzate con ingredienti strani. Uno dei risultati di questa visione parziale è di ritenere che la birra artigianale sia adatta solo alle occasioni speciali, tralasciando tutti quei prodotti base che invece sono fondamentali per le casse dei microbirrifici. Nonché per tutto il movimento: se si pensa che la birra artigianale sia solo quella da bere in momenti particolari, allora non si alimenterà mai una base consistente di consumi. È un argomento che ho sostenuto recentemente in una delle degustazioni di “riscaldamento” a Fermentazioni tenutesi da Eataly Roma e al quale tengo molto.

La birra artigianale è quella prodotta in piccole quantità

Questa affermazione sembrerebbe non fare una grinza, eppure anche qui bisogna capire cosa intendiamo per piccole quantità. Oggi i maggiori birrifici artigianali d’Italia producono in un anno quanto produce un colosso come Stella Artois in un giorno. Siamo cioè al cospetto di una distanza impressionante tra industria e microbirrifici, che fatichiamo anche solo a immaginare. Ciononostante non appena un produttore artigianale amplia la propria produzione, ecco comparire un esercito di talebani pronto ad additare quel birrificio come “industriale”. E questo sebbene i numeri dimostrino che è ancora un migliaio di volte più piccolo (in termini produttivi) di una multinazionale.

Avere una produzione molto limitata è un pregio? Secondo me semplicemente non è un parametro di valutazione, purché si rimanga all’interno di limiti ragionevoli. Non necessariamente un ingrandimento dell’azienda si traduce in una riduzione di qualità, anzi in un mondo così poco strutturato come il nostro spesso vige la regola contraria. Tra le variabili da considerare in un’ipotetica definizione di birra artigianale quella della produzione annuale sarebbe solo una delle tante e probabilmente la meno importante.

E poi c’è un altro falso mito, quello che afferma che la birra artigianale è costosa. La mia è una chiaramente una provocazione 🙂 , ma vorrei esortarvi a riflettere sui limiti di questo assioma: siamo sicuri che sia sempre vero? E che non debba prevedere comunque delle eccezioni? A voi le risposte nello spazio dei commenti.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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38 Commenti

  1. Sn un addetto ai lavori…e mi permetto di rispondere. Anzitutto, ritengo che questi blog( tutti sanno tutto!!) Siano fuorvianti…ormai come ogni mezzo d’informazione. E’un caso che nei nuovi concetti di pub (?), dove si spilla birra (come dobbiamo chiamarla?”artigianale”?? Termine usato quando vi fa comodo…) trovo tutti collegati con gli stessi blog o riviste. Chi scrive e’uno che “vive”il mondo della ristorazione e la strada ogni giorno. Quindi, principalmente quello che accade in uno dei pochi settori che alla ns nazione rimane da salvaguardare..e’dovuto alla ns politica da 70 anni a questa parte. Senza regole … oggi ti fai d’eroina e puoi cucinare in un ristorante. Tutti possono aprire un’attivita’…tanto piu’un birrificio!! Nn condivido il modo in cui parlate di “industria”! Se questo Stato di merda iniziasse a fare controlli sanitari nei “birrifici”(fatti su garage!)…il 90% chiuderebbero. Vanno 1 mese in belgio e diventano mastri birrai…solo perche’spinti dalla cosiddetta passione! Quando, in realta’, la maggior parte di essi nn avevano ne arte ne parte..proprio perche’in Italia sn le industrie a dare lavoro!! Quindi siete degli ipocriti e bigotti come gli Italiani di oggi, cui nn mi rappresentano. Inoltre, sempre rispondendo a cio’che scrivi, visto che ti ergi a giudice…la confusione sui termini , gusti e quant’altro…sn frutto sempre del vs mondo, cui sembrate una setta, e cioe’delle Birrerie artigianali”, vorrei ricordare, termine ILLEGALE!! Usiamo Agricola? Altra puttanata..dimmi dove acquistano i luppoli e i cereali…nn mi sembra che in Italia ci sia spazio sufficiente x piantare cosi tanta produzione (oltre che nn nasce ovunque). Buttano dentro di tutto, castagne…farro etc etc…senza ritegno e con il risultato che il giorno dopo si e’a pezzi! Picchi di amaro che nemmeno un bevitore accanito riuscirebbe a sopportare!! Vogliamo svelarne il motivo? Per farla conservare…ovvio!! Sul fatto della quantita’…stendiamo un velo pietoso…!! Se produco 1 lt di birra…”ah la birra e’di qualita’”…se invece ne faccio 1000 lt invece e’merda!! Rispondere e’fin troppo scontato…!! Altra puttanata..i prezzi!! Che nn ritieni che siano alti!! In generale, siamo arrivati a 5, 50/6 € a bicchiere x un prodotto fatto , male, in Italia!! Bt da cl33 a 2, 50/4€ al rivenditore, che con i ricarichi che poverino deve attuare, la deve vendere a 6/8€ …da cl75 lasciamo stare!! Se vuoi vado avanti!! Il mio” attacco” nn e’perche’ce l’ho con questi microbirrifici ma x come si sn posti !! Guardo con attenzione a questa onda…perche’comunque hanno portato una ventata nuova anche nei locali storici serviti dalle “industrie”!! Ammiro chi perseguita una passione e riesce a realizzarla!! Maaa…le cose che mi rattristano sn i mutamenti del palato verso le nuove generazioni…e la mancanza di leggi atte a preservare i VERI professionisti . Un esempio e’il mastro birraio che lavora in Forst…70 anni, laureato, con un’umilta’pazzesca, un continuo aggiornamento…e nn si esprime come voi fate nei confronti delle industrie!! La Forst come la cataloghi?? Un industria??!! Liberalizzare le licenze hanno abbassato la qualita’del servizio…e innalzato le entrate dei “poveri”comuni italiani!! Piango per un settore alla deriva…che insieme al turismo sn le uniche risorse che ci rimangono!! Se questa te la chiami Demo-crazia..eccone il risultato!! Senza rancore…e’la 1a volta che mi permetto di scrivere il mio pensiero sul tuo blog…!!

  2. “La birra artigianale è costosa” è un dogma e vale soprattutto per quella italiana. Ormai, rivenditori ed esercenti vari, non si accontentano più di spillarti 5 euro per una bottiglia, ne vogliono spesso 5.5, se non 6! Il prezzo giusto dovrebbe essere esattamente la metà, altro che puttanate sulle accise di cui a me non frega una cippa! Facendo un giro nel web, saltano fuori foto dalle quali si evince che all’estero la birra italiana viene venduta a prezzi ragionevoli!

    • Se la esporti l’accisa la paghi nello stato in cui va e non con la tariffa italiana… informati prima di dare aria alla bocca

      • D’accordo, l’accisa la paghi nel paese di destinazione. Ma è anche vero che le artigianali italiane sono state avvistate pure in Inghilterra a prezzi più bassi rispetto a quelli praticati alle nostre latitudini. E questo, nonostante in Gran Bretagna, come accisa, si paghino 115 euro per ettolitro prodotto, contro i 36.5 dell’Italia. Quindi le magagne risiedono altrove…

        • no michele, in UK le accise per i micro sono ridotte del 50%… leggete bene le leggi. E basta un’autodicharazione del birrificio, perché le Dogane non rilasciano certificati. cmque rimangono più alte, anche se di poco, di quelle italiante.

          • Ah bene. Sarebbe auspicabile che anche qui i micro godessero di tale riduzione. Cmq da noi dev’esserci qualche problema nella filiera. Forse troppi passaggi di mano avvengono tra il momento della produzione e quello dell’acquisto, con il colpo di grazia definitivo assestato dal ricarico eccessivo di qualche rivenditore dissennato.

  3. Sul “mito” dei costi distinguerei tra spine e bottiglie (senza considerare lo pseudo-craft, ma facendo un discorso manicheo artigianale vs. industriale).

    Discorso spine: a parte casi estremi (tipo locali con prezzi da gioielleria in Piazza Cadorna a Milano) una spina di qualità sta in media sui 5,50 € (max 6) per la 0,5 e la preferirò sempre ad una industriale che, comunque, a meno di 5 € non la trovi (NB: non sto considerando i Festival dove, anche sulle spine, si va tranquillamente oltre i 20 € litro).

    Le bottiglie invece costano sempre di + (e molto) rispetto agli omologhi industriali e non credo ci siano eccezioni. Finché la differenza di prezzo è giustificata dalla maggior qualità il ricarico (entro certi limiti) è tollerabile, a maggior ragione per prodotti che arrivano da lontano (vedi craft USA/Canada) e devi considerare il trasporto, oneri di dogana ecc.. In quel caso il problema è quando ti vendono schifezze/birre difettate che davvero rimpiangi di non avere dietro una onesta Weizen industriale o una Paulaner Salvator comprata al super.

    Il punto centrale, però, è che secondo me il ricarico sull’artigianale (sia italiano che estero) venduto in Italia è ormai nel 90% dei casi al di sopra del (mio soggettivo) limite di tollerabilità. Per parte mia ho deciso di evitare di farmi “mungere” in via sistematica e ormai il prodotto di qualità in bottiglia lo compro tendenzialmente solo all’estero o quando viaggio, oppure acquistando direttamente on line.

  4. Sono stanca di sentire dire che la birra artigianale è costosa. È la birra industriale ad essere cara! Un esercente paga dai 50 agli 80 centesimi per una birra industriale da 33, contro un prezzo che va dai 2,30 ai 3,00 per una birra artigianale chiara della stessa gradazione. Vendendole entrambe allo stesso prezzo (perché in un bar ti costa 4/5€ anche la heineken) allora è quella industriale che è costosa.
    La birra artigianale rimane costosa solo per gli esercenti, perché ci guadagnano meno, ma non per l’utente finale.

    • Sarai pure stanca di sentirlo ma per quanto mi riguarda è vero (vivo a Milano: se a Roma, Bologna e Napoli è diverso non lo so). Dimmi un pub di Milano dove trovi le artigianali (attenzione: VERE artigianali, non pseudo-craft fatto da multinazionali: Leffe e Hoegaarden non valgono tanto per capirci) a 4/5 € la bottiglia da 0,33 che ci vado subito. P.S. una Chimay Rossa al super la trovo a 2,79 € e per la Westmalle sono 20 cents in +: che ad un esercente possano costare tra 2,30 e 3,00 € ci credo poco…..

      • A me è capitato di trovare Rochefort 10 ed Engelszell Gregorius a 7 euro. Il problema serio sono i ricarichi praticati da gestori irresponsabili. Non è possibile che su un formato da 33 si possa avere la sfacciataggine di voler guadagnare qualcosa come 4/5 euro…

      • Non sono stata precisa, io stavo ragionando solo su quella italiana perché gli ultimi commenti parlavano di quella. Purtroppo i prezzi dell’artigianale italiana per gli esercenti sono effettivamente quelli (sembra un paradosso ma quella straniera gli costa generalmente meno), ma il ragionamento che volevo sottolineare è comunque valido: che si parli di italiana o straniera, la birra industriale per l’utente finale è un prodotto costosissimo, mentre in proporzione quella artigianale no. Quindi: meglio spendere 5 euro (fossero anche 6) per una birra buona, o 5 per dell’acqua colorata? Non è una questione di *quanti* soldi, ma di rapporto qualità/prezzo.
        Per gli stessi soldi comprereste un vestito di marca o no? Un iphone o il suo clone cinese? Questo semplicemente per spiegare che, prima di dire “non bevo artigianale perché costa”, sarebbe meglio valutare in base al rapporto qualità/prezzo. Se tutte le persone facessero questo ragionamento, si berrebbe molta più birra buona e probabilmente i prezzi diminuirebbero (un po’ perché l’esercente si accontenta di un ricarico minore, un po’ perché sul lungo periodo aumenta la produzione e di conseguenza diminuiscono i prezzi).

        • Sfondi una porta aperta ! Io piuttosto che bere lager industriali muoio disidradato. Ed è chiaro che piuttosto che spendere 5 € per una M***tti o nua H*****en (che ripeto: non bevo nemmeno sotto tortura) tutta la vita (e mi allaccio al commento di Michele) ne spendo 7 per una Rochefort (mai lo farei invece per una trappista austriaca: è davvero pessima). Però il punto è che i prezzi del prodotto di qualità (o presunto tale) in Italia sono in certi casi fuori da ogni controllo. Faccio tre esempi realmente accaduti:
          1) 9€ per una 0,33 del Birrifico Franciacorta bevuta in zona S. Babila (ed era pure fuori stile);
          2) 8 € per una Kriek di Girardin da 0,375 (questo sui Navigli);
          3) 18 € per una Iris da 0,75 (al beershop).
          Sono prezzi equi ? a me non pare. Ed è forse il caso che produttori ed esercenti si pongano il problema che nel consumatore possa subentrare la logica del “non farsi fregare”. E questo per il loro business perchè il livello successivo è la conversione all’acquisto all’estero e la perdita del cliente per il mercato interno.

  5. Io condivido il contenuto dell’articolo dalla prima all’ultima parola. Circa il quesito finale, ritengo che l’iniziale cronica mancanza di capacità imprenditoriale di chi fa birra (un conto è farla in casa per gli amici, un altro se ne fai una professione) porta certa gente a pensare di coprire i costi iniziali nel giro di uno o due esercizi fiscali, magari con l’aggravante di vendere (cara) del piscio radioattivo, sull’onda della attuale moda. Salvo poi rimanere con un pugno di mosche in mano, perché finito l’effetto “novità” rimane solo chi è capace e ritengo che nel prossimo futuro ne vedremo delle belle. D’altro canto, chi è dell’ambiente, sa benissimo quant’è il costo al litro di una cotta da mille, non prendiamoci per i fondelli. Tra noi, almeno.

  6. A chi dice che la birra artigianale è costosa consiglio di andare a leggere il significato della parola “accisa”. Inoltre molte volte chi ha fatto un mese di scuola in Belgio magari viene da anni di home brewing.

  7. Io la birra me la faccio in casa e dovremmo fare tutti così. 😀

  8. Per tagliare la testa al toro, sul discorso prezzi, informo che produrre un listro di birra artigianale ad una gradazione di birra normale, quindi 12°P – 5% alcool vol., costa da € 1,20 a € 1,80, tutto compreso: materie prime, energia, manodopera e accise. Restano esclusi i costi di distribuzione. Ora ditemi se la birra artigianale è cara o meno.

    Poi si parla di birra industriale sempre in termini negativi, perché? Se si considera la birra industriale Italiana, siamo d’accordo, ma esistono moltissime realtà industriali estere ad alta ed altissima qualità, che fanno impallidire moltissimi produttori artigianali nostrani.

    Mentre tornando all’articolo ed all’uso dei termini sbagliati o al fatto che ci siano dei pregiudizi erratii riguardo alla birra in generale è doveroso che chi fa informazione in Italia, faccia un mea culpa. Spesso si indicano birrai col termine mastro birraio, che presuppone il conseguimento di una laurea. Si chiamano IPA, quelle che sono chiaramente delle APA, non dando la giusta importanza agli stili. Si definiscono come stile le IGA, andando dietro alle scioccheze del BJCP e tanti tantissimi altri errori, per i quali potrei scrivere ore. E poi ci si stupisce, come in un recente artocolo su questo bel blog, che un cuoco proponga roba industriale.

    In Italia, nel settore birra manca sostanzialmente professionalità a tutti i livelli: produttori, informatori, formatori, rivenditori e consumatori. Che non è poi così strano, visto che siamo notoriamente il paese del vino e c’é da esserne orgogliosi e che per questo in Italia mancano vere scuole di formazione. Il discorso riguardante gli informatori è naturalmente generalizzato e non rivolto specificatamente questo blog, che pur con i suoi difette, brilla nel panorama italiano.

    • Andrea Turco

      Per quanto mi riguarda, non parlo mai di mastri birrai italiani e ho scritto più volte che esistono anche industriali più che dignitose. Sugli stili, perdonami ma tra il verbo del BJCP e quello di Italo, continuerò a dar retta al primo 🙂 .

      • Infatti la critica era generalizzata. Comunque il BJCP ha toppato sulle IGA. Uno stile, per definizione, deve indicare un range di caratteristiche, gusti, profumi, ingredienti ben definiti.

        Non è una mia opione, ma la definizione del termine. Ora dimmi cosa si identifica col termine IGA, se non birra fatta con mosto di vino? Ciò non ne identifica certamente il gusto, il profumo, gli aromi, ne tantomeno gli ingredienti.

        Visto che posso usare quasiasi tipo di birra base e qualsiasi uva. Quindi come si possono identificare come stile le IGA, se non hanno una lista di caratterstiche comuni?

        Se tu fossi in grado di spiegarmelo, non saresti un blogger di settore, ma Gambrinus in persona. Prontissimo a cambiare idea, dietro spiegazione sensata, che temo mai arriverà.

        • Andrea Turco

          Premesso che è uno stile non ufficiale (altra cosa che ripeto sempre), tu dici che “uno stile, per definizione, deve indicare un range di caratteristiche, gusti, profumi, ingredienti ben definiti”. Vorrei farti notare che nella definizione del BJCP non manca niente di tutto questo.

          • talian Styles
            X3. Italian Grape Ale
            Suggested style placement: Category 29 (Fruit Beer)
            Overall Impression: A sometimes refreshing, sometimes more complex Italian ale characterized by different
            varieties of grapes.
            Aroma: Aromatic characteristics of a particular grape have to be noticeable but do should not overpower the
            other aromas. The grape/wine character should be pleasant and should not have defects such as oxidation.
            Malt character is usually restrained while hop aroma can range from medium-low to absent. Some examples
            can have a low to moderately low wild character described as barnyard, earthy, goaty but should not be as
            intense as in a lambic/fruit lambic. No diacetyl.
            Appearance: Color can range from gold to dark brown. Reddish/ruby color is usually due to the use of red
            grape varieties. White to reddish head with generally a medium low retention. Clarity is generally good but
            can be affected by the use of grape.
            Flavor: Many interpretations are possible. As with aroma, grape character (must or winey like) must be
            present but may range from subtle to medium intensity. Varieties of grape can contribute differently on the
            flavor profile: in general stone/tropical fruit flavors (peach, apricot, pineapple) can come from white grapes
            and red fruit flavors (e.g., cherry, strawberry) from red grape varieties. Further fruity character of fermentative
            origin is also common. Different kinds of special malts can be used but should be supportive and balanced,
            not so prominent as to overshadow the base beer. Roasted and/or strong chocolate character is
            inappropriate. Some sour notes are common and may help to improve the drinkability but should not be
            prominent as in Flemish ale/Lambic. Oak flavors, along with some barnyard, earthy, goaty notes, coming
            from aging in barrels can be present but should not be predominant. Bitterness and hop flavors are generally
            low. Diacetyl from very low to none.
            128
            Mouthfeel: Medium-high carbonation improves the perception of aroma. Body is generally from low to
            medium and some acidity can contribute to increased perception of dryness. Strong examples can show
            some warming but without being hot or solventy.
            History: Produced by many Italian craft breweries during the last years, it represents a communion between
            beer and wine promoted to the large local availability of different varieties of grapes across the country. They
            can be an expression of territory, biodiversity and creativity of the brewer. Normally seen as speciality beer in
            the range of products of the brewery.
            Ingredients: Pils or pale base malt with some adjuncts (if any) or special malts. Grape content can represent
            up 40% of whole grist. Grape or grape must (sometimes extensively boiled before use) can be used at
            different stages: boil, primary/secondary fermentation, or aging. Ale or wine yeast can show a neutral
            character (more common) or a fruity profile (English and Belgian strains). A wide range of hop varieties can
            be used in low quantities in order not to excessively characterize the beer.
            Vital Statistics: OG: 1.043 – 1.090
            IBUs: 10 – 30 FG: 1.007 – 1.015
            SRM: 5 – 30 ABV: 4.8 – 10%
            Commercial Examples: Montegioco Tibir, Montegioco Open Mind, Birranova Moscata, LoverBeer BeerBera,
            Loverbeer D’uvaBeer, Birra del Borgo Equilibrista, Barley BB10, Barley BBevò, Cudera, Pasturana Filare!,
            Gedeone PerBacco! Toccalmatto Jadis, Rocca dei Conti Tarì Giacchè.

            Il colore può essere da… a…
            Il gusto di malto può essere moderato, alto o assente…..

            Da siamo seri. Quindi per una IPA l’amaro può essere moderato, forte o assente?

            Questa non è la descrizione di uno stile, ma il maldestro tentativo di riunire millemila possibilità in unico gruppo. Mosti completamente divers,i avranno gusti completamente diversi.

            Penso sia inutle sottolineare l’immensa varietà presente nel vino, così come nelle birra. Questa descrizione non lo nega, anzi onestamente lo sottolinea. Peccato però che uno stile qualsiasi si descriva in un range molto, ma molto più ristretto.

          • Andrea Turco

            Ma dove leggi la cosa del gusto di malto? Io leggo “malt character is usually restrained” e “different kinds of special malts can be used but should be supportive and balanced”, due indicazioni abbastanza precise. Il colore non mi sembra così fondamentale, basti pensare a quello che il BJCP scrive per le Doppelbock: “Deep gold to dark brown in color”. O anche le Doppelbock non sono uno stile?

          • Dai Andrea puoi girarla come vuoi, ma questa non è la descrizione di uno stile, ma di un gruppo di birre che hanno in comune il solo fatto di avere negli ingredienti mosto d’uva. Te lo devo spiegare io o ce lo deve spiegare il BJCP, che tra un mosto di chianti e un mosto di barbera c’è un abisso in termini di gusto, aroma, profumi, tanto quanto tra una Weizen e una APA?

          • Andrea Turco

            Italo, dimmi la verità: tu vieni dal mondo del vino, vero? 🙂

          • Assolutamente no. Sono più di 30 anni che vendo birra e più di 20 anni che mi occupo di birra artigianale. A differenza di molti tengo molto e do la giusta importanza agli stili.

            Critico molto la birra artigianale, perché la conosco e noto con rammarico da anni, che la birra artigianale italiana commette gli stessi errori che tutti critichiamo e imputiamo alla birra industriale.

            Ormai conosciamo le balle dell’industria chiamate marketing, mentre ancora pochi si rendono conto delle balle degli artigiani.

            Ma così come i consumatori sprovveduti credono alle balle dell’industria, i consumatori cosidetti evoluti, hanno bisogno di menzogne più elaborate per cascarci, esattamente come i primi.

          • Andrea Turco

            Se per te il marketing sono balle, allora forse viviamo proprio su due mondi diversi. Ti ricordo che un’azienda, che sia un birrificio artigianale o un’industria (o anche un pub) deve vendere. Il marketing è uno strumento come tanti. Altre cose sono la frode, la truffa o l’imbroglio, ma non capisco cosa c’entri il marketing e men che meno le IGA.

  9. Per fare un esempio Mxxxxxi il gusto della sincerità, solo malto Italiano 100%. Questo marketing contiene diverse menzogne. Ti mostrano una cotta di rame ed il mastro birraio che iserisce luppolo in fiore, contenuto in un boccale di birra. Tutti noi sappiamo che quella cotta non è della Moretti, perchè di fabbriche della Moretti non ce ne sono più e la cottà sarà al massimo una mille litri.

    Sappiamo tutti che non impiegano luppolo in fiore. E forse tutti non sanno che il 100% è riferito al totale del malto, che sarà al massimo il 60%, dell’insieme di malto e succedanei.

    Inoltre il malto Italiano non è garanzia di qualità, visto come, dove e da chi viene maltato.
    Vedi in una sola frase quante bugie, omissioni e imprecisioni.

    Ecco la stessa cosa, in piccolo e in modo più sofisticato, la fanno i birrai Italiani. Le IGA non c’entrano, questa era la risposta alla tua supposizione che io avessi a che fare col vino.

    La stessa cosa la fa comunque anche il BJCP dichiarando uno stile le IGA e poi le descrive come un non stile, perché non possono avere delle caratteristiche comuni. Uno stile è definito da ingredienti ben precisi e metodi altrettanto precisi, ma se l’ingrediente è il mosto d’uva con millemila varianti……. Sapendo cos’è uno stile non è che ci voglia un ente per spiegarci il contrario.

    • Andrea Turco

      Non vedo il nesso tra la mia domanda e la tua risposta sul marketing, ma tant’è…

      Comunque confondi il marketing, che è uno strumento come un altro, con l’uso che se ne fa. Nell’esempio che hai citato magari è anche suscettibile di multe, ma non perché è marketing, ma perché è comunicazione ingannevole. Il punto è che in quel caso la multinazionale vuole vendere la sua birra, mentre non capisco quali grandi vantaggi avrebbe ottenuto il BJCP a stabilire (in via non ufficiale, lo ripeto) un nuovo stile birrario.

      • So cos’è il martketing, so che è uno strumento neutro e che dipende l’uso che un’azienda ne fa. Io parlavo di quel tipo di marketing, ingannevole appunto, non del marketing in generale.

        Non c’è nessun nesso tra il marketing di qualsiasi multinazionale e/o birrificio e le categorizzazioni ad opera del BJCP. La similutidine sta nell’informazione errata. E’ naturalmente ovvio che un ente e un’impresa perseguano scopi diversi.

        Spiegami una cosa tu: come possono rientrare in uno stile delle birre con ingredienti con caratteristiche così diverse? Come può essere definito stile, senza poterne delineare delle caratteristiche comuni, se non l’impiego di mosto d’uva, che ha millemila variabili?

        Continui a girare attorno a ciò che scrivo, senza mai rispondere sul tema della discussione. Se mi spieghi questo, ti candido per il priossimo munomento in costruzione.

        • Andrea Turco

          Evita l’ironia spicciola, ti ho già risposto. Però repetita iuvant, soprattutto in certi casi, quindi ribadisco che questi confini così labili che tu hai espresso non li vedo (ma non è che non li vedo io, è che proprio non sono scritti). Non è uno stile così circoscritto come, che so, una Blanche, ma è un punto di partenza. E questo giustifica ampiamente la scelta del BJCP, quella cioè di proporre questa categoria tra le candidate a una futura promozione tra quelle ufficiali. Mi sembra un percorso onesto e sensato, altroché strumentale come stai affermando. Poi strumentale a cosa? Ancora non l’hai spiegato.

          • Veramente sei tu che non rispondi alla domanda inziale. Facciamo che non ne sei in grado e chiudiamola qui. Il monumento può attendere.

          • Andrea Turco

            Difficile capire una risposta se non si conosce l’argomento e non si è in grado di comprendere il senso di un testo scritto. Discorso chiuso anche per me.

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