Craft Beer Evolution
Home » Opinioni e tendenze » Birra alle castagne: uno stile italiano in cerca di un nome

Birra alle castagne: uno stile italiano in cerca di un nome

Con la crescente popolarità della birra artigianale in Italia, mi sembra che si avverta sempre più la necessità di trovare un’identità internazionale alla nostra cultura birraria, di affrancarsi insomma dalle tradizioni dei maggiori paesi europei in materia. Stiamo passando da una fase in cui abbiamo tratto ispirazione dalle realtà delle grandi nazioni birrarie a un momento in cui ricerchiamo una nostra autonomia, uno o più elementi caratteristici che differenzino il prodotto italiano dal resto d’Europa.

Si tratta di un’esigenza fisiologica, che segna il raggiungimento di una prima fase di maturità. Ho riscontrato questo desiderio di imporsi come realtà a se stante in molte circostanze: quando ad esempio è stato fondato il Consobir, Teo Musso ha parlato del progetto di impiantare nel nostro territorio la prima qualità di luppolo italiano, che dovrebbe diventare uno degli elementi unici delle birre nostrane.

Mentre in quel caso ci troviamo di fronte a un’idea che, sebbene affascinante, richiede tempi piuttosto lunghi, c’è un altro elemento di distinzione che è già largamente diffuso nel nostro ambiente: l’uso delle castagne nella produzione brassicola. Non scopro niente di nuovo: molti esperti ed appassionati hanno più volte fatto notare che il ricorso a questo frutto è quasi ad esclusivo appannaggio dei nostri birrai. Kuaska è arrivato persino a considerarlo il primo e unico stile birrario prettamente italiano.

Questa considerazione mi ha inizialmente lasciato perplesso: come si fa a definire come “stile” il semplice uso di un particolare ingrediente in una birra? Uno stile spesso è una tipologia con una lunga storia alle spalle, una metodologia produttiva definita, un legame inscindibile con la società (o parte di essa) e con il territorio. Poi, pensandoci più attentamente, non solo mi sono accorto che tutti questi elementi non sono negati a priori, ma che anche all’estero esistono degli stili birrari che non hanno magari una storia paragonabile a quella delle IPA o delle Porter, ma che sono considerati categorie ben definite per il semplice fatto di essere prodotte con particolari ingredienti.

Mi vengono in mente ad esempio le Dinkel e le Roggen tedesche, realizzate rispettivamente con farro e segale, o anche le più conosciute Blanche e Weizen, che utilizzano frumento. L’uso di un particolare frutto difficilmente determina uno stile, ma l’eccezione è rappresentata dalle Kriek e dalle Framboise, sebbene in questo caso ci siano altri elementi distintivi “collaterali” (il metodo di fermentazione nella fattispecie).

Per questa ragione sono arrivato alla conclusione che sì, la birra alle castagne è uno stile ben preciso e tipicamente italiano. Non solo, è anche estremamente vario ed evoluto: lo dimostrano il numero impressionante di birre alle castagne prodotte in Italia e le differenti soluzioni adottate dai birrai nell’uso di questo frutto.

Insomma, ci siamo: possiamo finalmente dire di avere uno stile tutto nostro. L’unica cosa che noto è che manca un nome, qualcosa che sia più indicato del poco originale “birra alla castagna”. E non si tratta di un dettaglio da poco: con l’attuale denominazione si perde il focus del discorso, che cioè siamo di fronte a un tipo di birra ben definito, e non a una semplice “birra prodotta con castagne”.

Quindi a questo punto, come vogliamo chiamare questo nostro stile? Semplicemente “Castagna”, come per altri casi, quando l’ingrediente identifica lo stile? Meglio un poco patriottico “Nutbeer”? Oppure un nome completamente diverso, che abbia un legame meno stretto con il frutto? Avanzate le vostre candidature!

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

Leggi anche

grapefruit-ipa

Quando la frutta sposa la birra: l’ascesa internazionale delle Grapefruit Ipa

Nel mio resoconto della scorsa settimana su Fermentazioni 2016 ho evidenziato una delle tendenze dell’edizione appena ...

SmallBarTapHandles-990

Quando il marketing arriva alle spine: il fenomeno delle maniglie personalizzate

In questi giorni molti di voi staranno definendo gli ultimi dettagli del proprio viaggio estivo. ...

7 Commenti

  1. Caro Andrea,
    sono in pieno accordo con te sull’importanza raggiunta dalla produzione di birra di castagne sia nel periodo della castagnatura, sia anche fuori stagione.
    Vedo solo alcuni punti da chiarire bene prima di dare una denominazione precisa alla birra di castagne.
    Il primo è: se non vogliamo dare rilevanza all’aggiunta del frutto, allora dobbiamo definire alcuni parametri, ossia fermentazione alta o bassa, aggiunta di castagne al mash o in bollitura o entrambi. In Italia, escludendo le birre al miele di castagne (che secondo me appartengono alle birre al miele) abbiamo birre di castagne a bassa fermentazione (ottima la Strada San Felice di Grado Plato e Monfenera di Paolo De Martin, mi scuso con le altre omissioni) e ad alta fermentazione (la maggior parte di quelle prodotte).
    Anche lo stato della castagna è importante. Chi lavora le castagne arrostite, chi la farina, chi le castagne secche.
    Allo stesso modo le fasi della lavorazione sono diverse, chi aggiunge la farina al mash, chi fa un pre-mash per gelatinizzare la castagna, chi aggiunge le castagne macinate tipo dry hopping etc.
    Mi chiedo pertanto, come si può valorizzare un prodotto tipico italiano, senza imbrigliarlo in un disciplinare specifico? Come tener conto anche di nuovi spunti, tipo la birra alla carruba, e penso a Menaresta e Sergio del Grado Plato.
    La mia proposta è invece di uno stile di birra molto ampio, in cui si promuova l’italico adattamento e valorizzazione delle risorse del territorio, di cui possono far parte la castagna, la carruba, lo zafferano e tante meravigliose idee già realizzate o che ronzano nelle teste dei colleghi birrai. Uno stile lontano mille miglia dall’editto di purezza, più vicino al tipo: orzo, luppolo e fantasia.
    Con questa controproposta non voglio contestare quanto giustamente dice Andrea, ma semplicemente cogliere la sua esigenza e porla in un contesto più ampio, di birra e territorio

  2. Andrea Turco

    Grazie Claudio, il tuo contributo è molto interessante. Parto dalla fine: l’idea di uno stile a larghissimo raggio, dove l’elemento caratteristico sia la fantasia e la valorizzazione delle risorse del territorio, è un’idea affascinante. Tuttavia questi elementi, a mio modo di vedere, configurano più una caratteristica comune delle abitudini brassicole di un popolo che uno stile nello specifico. Insomma, mi sembra una definizione fin troppo ampia, che, se da una parte esalta la creatività dei nostri birrai, dall’altra rischia di fallire nel suo obiettivo primario: individuare una tipologia di birra unica e originale. D’altra parte si tratta di una definizione che difficilmente identifica le sole birre italiane.

    Per quanto riguarda le birre alle castagne nello specifico, secondo me è giusto dare risalto all’uso del frutto nello specifico, e magari evitare di porre dei paletti, di definire un disciplinare al riguardo. Credo che su questo la vediamo allo stesso modo: la ricchezza di questo pseudo-stile è proprio nel fatto che non è “regolamentato”: esistono birre alle castagne ad alta o a bassa fermentazione, birre che usano farina di castagne, o castagne essiccate, ecc. La stessa qualità di castagna impiegata spesso dipende dal territorio di appartenenza. E secondo me questa variabilità è il punto forte, sia per il birraio che – ancor più – per il consumatore, che può “divertirsi” a confrontare birre simili nella concezione ma magari completamente diverse nella realizzazione.

  3. L’estro che da sempre contraddistingue il Bel Paese nell’utilizzo dell’infinità di prodotti tipici è uno dei tratti caratteristici delle nostre meravigliose terre. E non sorprende ovviamente che nella produzione d’una bevanda tanto antica quanto così intimamente vicina al popolo come la birra, le “sperimentazioni” si siano sempre orientate verso l’uso di ingredienti assolutamente semplici, come appunto la castagna. Qua siamo i maggiori consumatori in assoluto di questo fantastico frutto, oltre ad avere la maggior varietà di castagne (quasi 300,alcune IGP) e la maggior superficie di castagneti. Mi chiedo solo, come dice Andrea, come si possano riunire sotto un unico stile all’insegna della sola produzione artigianale italiana, birre tra di loro oggettivamente assai differenti. Cosa avrebbero in comune ad esempio, se non la provenienza dal nostro paese, una Lurisia quattro ai boccioli di rosa, una Xyauyù, una Nora in cui non esiste luppolo, con una Petrognola, una Farrotta, una Keto o una vicinissima Nua Jack’O Lantern alla zucca gailla? Non è per niente facile, ma non è necessariamente uno svantaggio, catalogare tutte queste birre sotto un’unico stile. Certo che per le varissime produzioni alla castagna, l’unica cosa certa, mi auguro tantissimo, è che non si dia ad un altro paese la soddisfazione d’individuare uno stile nostro al 100% nella loro lingua. Il fatto d’individuare certe birre con il nome dell’ingrediente che più di qualunque altro lo contraddistingue (anche il Piccolo Birrificio nell’etichetta ha messo pumpkin ale) probabilmente è la cosa migliore, tra le altre cose anche per la facilità con cui un consumatore curioso ma meno esperto può individuarle. Se castagna è troppo scontato perchè per tutti ormai individua solo il frutto, si potrebbe ricorrere ad un’altra delle cosa che più ci accomuna: il latino e, per quanto molto molto simile, proporre un nome tipo birra CASTANEA, che individua esattamente l’albero del castagno e non il frutto o ad esempio non so, l’aggettivo, le CASTANEATE (facilmente italianizzabile). Termini antichi ben si collegano ad un prodotto che da tempo immemore è legato all’agricoltura e a chi vi si dedicava. Prosit a tutti e a presto! Lorenzo

  4. Concordo con Andrea e Lorenzo e stimolerei chi legge il post a proporre nomi ed acronimi possibili e semplici da ricordare, per la birra nostrana alle castagne.
    Aggiungerei che i tempi sono maturi ed ogni attesa è un rischio di perdere il possibile imprinting. Infatti oltre alla Francia (Corsica, ma anche altri birrifici del Sud del paese che producono birra di castagne) un amico birraio americano, mi ha detto che c’è interesse negli USA per la birra di castagne e che l’American Chestnut Association sta raccogliendo informazioni sulle birre di castagne ed inoltre come produttori abbiamo avuto richieste di birra e di informazioni sulla produzione persino dall’Ungheria, dove ci sono castagne ed interesse per la birra alle castagne.
    Tanto per dare un minimo contributo proporrei un acronimo tipo BIC (Beer with Italian Chestnut) o ICB (Italian Chestnut Beer), dove è importante che si caratterizzi il prodotto italiano. Magari per chi conosce il latino, si potrebbe usare un acronimo in latino.

  5. Finalmente qualcuno tocca questo tema delicato. Io è da un paio di anni che parlo di come ci sia bisogno di un radicamento territoriale più affezionato quando si entra in argomenti interessanti come questo. Ne ho parlato con alcuni birrai ma la risposta è sempre stata piuttosto vaga. Effettivamente le difficoltà arrivano appena ci si addentra un po’ di più nel concetto di “birra alle castagne”.
    Quante e QUALI castagne? E in che modo vengono utilizzate? Possiamo raggruppare nel sottogenere anche quelle birre in cui l’utilizzo della castagna è lievissimo ed è stato sfruttato solo per dare alcune leggerissime note “autunnali” al prodotto o vanno incluse solo quelle birre che partono dal presupposto base di “birra alle castagne” e sono realizzate in maniera assolutamente ortodossa?
    Poi: da dove vengono le castagne utilizzate? Vi sono così tante varietà che forse sarebbe il caso di segnalare questa cosa sull’etichetta della birra. La percentuale. Il modo in cui sono state utilizzate. L’anno di raccolta delle castagne. Ovviamente la qualità stessa del prodotto cambierà in base a tutte queste cose. Serve un’etichetta dettagliatissima che permetta di rintracciare immediatamente tutte le notizie utili su ciò che si sta bevendo e in tal senso rivaluto ottimamente Luigi Serpe di Malto vivo con il suo lavoro svolto sempre in questa direzione.
    C’è bisogno che questa “birra alle castagne” diventi una realtà importante e una realtà da esportare. Quest’estate sono stato per un breve periodo in Thailandia e lì ovviamente tutti conoscevano un “Chianti” ma non avevano mai sentito parlare di “birra alle castagne”. Ecco, bisogna trovare un nome che venga utilizzato anche così lontano. Io con i nomi non sono molto bravo e credo sia più giusto che siate voi a darne uno, visto che avete tirato fuori un argomento finalmente intrigante.

  6. Salve, sono un piccolo imprenditore in agricoltura vorrei realizzare un progetto che tengo segreto nel mio cassetto dei sogni. Ho il nome la storia, la tradizione che può legare la birra di castagne con la nostra coltura cerco amici e/o sostenitori per un grande successo… sono sicuro di poterVi convincere scrivetemi e poi incontriamoci!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *