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La comunicazione, uno dei nostri punti di forza

E’ questa l’opinione di Evan Rail, autore della Good Beer Guide del Camra su Praga e la Repubblica Ceca. Sul suo blog Evan ha pubblicato delle considerazioni sul nostro movimento birrario, considerazioni nate da alcune riflessioni che è tornato a fare dopo la pubblicazione sul New York Times, negli scorsi giorni, di un suo interessante resoconto del viaggio che lo ha visto toccare le più importanti tappe birrarie del Piemonte e della Lombardia.

Secondo Rail, una delle differenze maggiori tra la nostra scena e quella di altri paesi europei, compresa la Repubblica Ceca, è proprio nella nostra attenzione a divulgare informazioni sulla birra:

In Italia l’entusiasmo per la birra artigianale è a livelli molto elevati. Ma al di là del semplice entusiasmo c’è un aspetto che sembra mancare ad altre culture, come quella ceca e quella tedesca: la comunicazione.

A dimostrazione di questa tesi, l’autore riporta la fotografia di un depliant informativo presente tra gli scaffali di Eataly, che letteralmente chiede al visitatore: “Conoscete la differenza tra le Blanche belghe e le Weizenbier tedesche?”. A seguire due box informativi con i tratti distintivi dei due stili, i metodi di produzione, le note degustative, gli elementi di differenziazione.

Un semplice foglio illustrativo insomma, che a noi difficilmente farebbe riflettere, ma che ha colpito l’attenzione di Evan Rail:

Non ho mai trovato niente di simile in Repubblica Ceca, tuttavia sembra una grande idea […] Ovviamente, se vendi solo un tipo di birra non c’è bisogno di educare i consumatori sulle caratteristiche di uno stile o sulle differenze con altri stili. Considerando che in Repubblica Ceca il 95% dei consumi riguarda lager chiare e che nel paese si moltiplicano le fusioni tra produttori e le chiusure di birrifici, sono preoccupato che qualcuno possa pensare che qui non ha molto senso puntare sull’educazione birraria.

E’ evidente che il depliant di Eataly divulga delle informazioni molto “settoriali”, in parole povere di livello “alto”. Si tratta quindi di un caso limite, di un esempio sicuramente sui generis, ma a pensarci è indubbio che da noi c’è una certa attenzione a istruire i consumatori sulla birra artigianale. Saranno pure casi isolati (ma quanto effettivamente?), però se un giornalista come Evan Rail, abituato alla realtà ceca, nota questo aspetto, significa che in fondo qualcosa in Italia si sta muovendo.

La mancanza di una cultura birraria e di tradizioni brassicole radicate obbliga molti operatori a puntare sulla comunicazione. E’ un aspetto positivo di un movimento emergente. Ora, secondo me c’è però ancora molto da fare: gli sforzi ci sono, sono evidenti, ma sono ancora casi isolati. Vorrei che veramente fosse fatta comunicazione e che soprattutto si concentrasse su aspetti particolari della cultura birraria. E voi come leggete la situazione? Credete che il nostro paese sia un’oasi felice da questo punto di vista, oppure ritenete che siamo solo all’inizio di un’ideale divulgazione birraria?

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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5 Commenti

  1. Bè è proprio per questo che possiamo vantarci di avere persone come te no?
    A presto

  2. Andrea Turco

    Beh, grazie per il complimento esagerato 🙂 Magari fossero i blog lo strumento principale per questa divulgazione… è invece chi lavora a stretto contatto con i consumatori che dovrebbe sentirsi responsabilizzato in tal senso. E non è solo una questione “etica” , ma anche diciamo “commerciale”: la comunicazione paga sempre, soprattutto in settori in via di sviluppo…

  3. purtroppo, penso che la comunicazione in Italia non sarà mai sufficiente, io vivo al sud e nel mio piccolo vedo che tutti quelli che mi circondano non sanno veramente niente! e dico proprio niente!!!
    Mi permetto di fare un’osservazione, gli Italiani, vedono in tutto quello che dice e mostra la televisione una verità assoluta! quindi finchè si vedranno solo pubblicità di birre industriali, servite ghiacciate la maggior parte della gente nn capirà niente! e, mi dispiace dirlo, l’ignoranza e tale, che per educare veramente qualcuno che parte da niente, ci vorrebbero moltissime campagne di informazione forzata, nn basterebbe certo un documentario isolato di domenica mattina, ma si dovrebbe partire con l’affiancare a tutti i sommelier, esperti di birra, si dovrebbe mostrare alla gente cosa sia la BIRRA, ma prima ancora cosa sia la fermentazione!!!
    Sottolineando quest’ultimo punto, esprimo l’idea che nonostante siamo tra i primi al mondo, anche di vino la maggior parte delle persone non sa nulla! E questo è molto triste.

    Tuttavia è da notare il lavoro che si fa tramite internet, dove di notizie (adesso anche in italiano) non ne mancano di certo. Un buon passo (forse più fattibile del bombardamento televisivo) sarebbe forse quello di “istruire” le persone durante la spesa, molte catene di supermercati iniziano a proporre grandi birre, per completare il passo, basterebbe un bel cartello a fianco che spiegasse perchè spendere 5€ per una bottiglia invece di 3€ per 6!!!

    p.s. Andrea complimenti per questo sito, meravigliosa miniera di informazioni
    Ciao.

  4. Assolutamente d’accordo.
    Girando un pò qui e un pò là non mi è mai capitato di vedere un paese che attua la stessa capacità comunicativa del nostro e la gente sembra recepire. Secondo me le fondamenta sono state create e sono solide, basta ora non perdersi e puntare su un’ampia diffusione facendo ovviamente corretta informazione. Puntando sui ragazzi, sulla gente che quotidianamente potrebbe appassionarsi a una buona birra.
    Le fondamenta per questo, ripeto, ci sono!

  5. Sono d’accordo con Colonna sul fatto (fondamentale) che ci sono in Italia buone birre e che quindi l’interesse suscitato dalla comunicazione non tradirà le attese del consumatore. Però vorrei condividere un paio di opportunità, che necessitano di una premessa.
    Prometto solennemente che proverò ad essere sintetico, senza scrivere un trattato.
    La comunicazione può essere suddivisa in due parti, quella “educazionale” che va ad insegnare ai fruitori cos’è, come viene prodotta, come o con cosa funziona e magari se e come viene valutata nei confronti di. Poi c’è quella più propriamente aziendale, in cui si informano i clienti di varie cose. Il problema della comunicazione è che deve essere mirata su un determinato gruppo di persone, perché ormai i linguaggi anche tra generazioni vicine sono significativamente diversi, devono superare un valore soglia di attenzione e non ultimo, devono emergere all’interno del bombardamento quotidiano. La birra industriale fece il grande salto quando Assobirra trasmise lo spot con Arbore (chi beve birra campa 100 anni). Un singolo birrificio, per quanto grande, non ha la forza economica di educare la gente ed anche le associazioni, per quanto svolgano un encomiabile e capillare attività, non hanno i soldi necessari.
    Detto questo, come fare ad emergere con tanta buona volontà e pochi soldi?
    Primo punto: attenzione maniacale alla formazione del personale dei punti vendita delle birre artigianali, titolari, commessi, camerieri. Costoro sono a contatto con il cliente e quindi devono promuovere, indirizzare e concretizzare l’interesse del consumatore sulla birra artigianale. Non abbiamo i soldi per finanziare un Università per la formazione sulla birra, come una grande multinazionale, ma abbiamo buoni comunicatori e magari tanti homebrewers con cui collaborare per organizzare anche corsi “spot” in pillole direttamente al punto vendita oppure molti siti e blog utilissimi (complimenti ad Andrea, anche se ha creato una pericolosa dipendenza…) su cui fare magari brevi corsi “online” con certificazione finale.
    Secondo aspetto, quello riguardante la grandissima potenzialità del social network rappresentato dalle comunità FaceBook, YouTube etc. Noi abbiamo iniziato a “manifestarci” su FB o YT, ma servirebbe di più associarci come produttori in una comunità forte, che abbia una visione chiara e non tentenni per tutelare interessi dei singoli, per utilizzare in maniera idonea la potenzialità di questi mezzi di comunicazione che sono alla nostra portata, ma devono vedere non il singolo quanto l’unione. Negli US i produttori hanno un movimento ed un logo (beer activist) che invita a pensare globale e bere locale.
    Le idee e le opportunità ci sono. Le basi sia della comunicazione che dei prodotti ci sono, ora serve che su queste fondamenta si edifichino non tante casupole, ma un faro che getti luce più lontano possibile.

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