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Come il tipo di birra può modificare le reazioni dei neofiti

trentatre

Lo scorso fine settimana ho organizzato a casa una festa di compleanno (non il mio!) con una ventina di invitati. Tra libagioni e bevande varie, non potevo esimermi da mettere a disposizione un po’ di birra, ovviamente artigianale. Per l’occasione ho puntato a due casse di bottiglie da 33 cl di un noto birrificio laziale, che per non fare nomi chiameremo col nome fittizio di Birra del Borgo 😛 . Visto che il formato da 75 cl non è molto adatto ad eventi del genere, ho optato per la linea “low cost” dell’azienda, proponendo ai presenti Trentatre Dorata e Trentatre Ambrata. Premettendo che nessuno era un esperto di birra artigianale, e tantomeno un consumatore abituale, tutti sono rimasti decisamente entusiasti di quella novità. E oggi, mentre ero in autobus, ho riflettuto su quali birre sono più adatte ad avvicinare i neofiti

Quando ripenso alla mia “carriera” di appassionato, ricordo il primo contatto con le birre artigianali come un colpo di fulmine, l’inizio di un percorso dal quale non sono più tornato indietro. Per quanto mi appaia assurdo 🙂 questo innamoramento improvviso è l’eccezione piuttosto che la regola, nel senso che per mia esperienza molte persone esprimono interesse verso la birra di qualità, ma poi pochissime di loro compiono il salto e diventano consumatori abituali.

Spesso quando ho proposto una birra “particolare” a qualche amico, quasi sempre ho ottenuto una reazione di un certo tipo: sorpresa, meraviglia (ma a volte quasi di circostanza), approvazione e poi basta. Una risposta immediata molto forte, ma di breve persistenza – tanto per restare in tema – della durata di una sera. Curiosità più che vero interesse, attrazione per qualcosa di insolito e irripetibile piuttosto che per qualcosa di potenzialmente rivoluzionario per le proprie abitudini.

Quando un neofita si avvicina alla birra artigianale è ovviamente incuriosito dall’elemento inusuale. Mi capita spesso di trovare persone intrigate dall’ingrediente che non si aspettano: “Ah, questa birra è fatta con la spezia x? Buona!”. Bevono con curiosità, magari a volte con un po’ di incertezza, poi tornano a casa e stop. Quasi mai si instaura un meccanismo mentale che trasforma la curiosità nella voglia di continuare a bere birra di un certo tipo. Il prodotto artigianale è percepito come la stravaganza di una sera e non come qualcosa capace di diventare un consumo quotidiano.

L’opera di divulgazione birraria non è facile, soprattutto in una situazione in cui l’immaginario collettivo è monopolizzato dal concetto di birra dell’industria. Difficile che vada a segno se non si hanno grandi capacità comunicative e se l’interlocutore non è un consumatore di birra in generale. A questo aggiungeteci pure che l’eccentricità di alcune birre, secondo me, contribuisce ad allontanare un interesse per in consumo continuativo, a favore dell’acquisto estemporaneo.

Questa idea mi è balenata in testa quando ho visto le reazioni dei miei invitati sabato scorso. Di fronte a birre semplici, ma milioni di volte più buone rispetto alle lager commerciali, mi è sembrato di percepire un interesse diverso. Ho avuto l’impressione che stessero capendo che un’altra birra è possibile al di fuori di quelle delle multinazionali: una birra da bere tutti i giorni e non da comprare solo in occasioni speciali o per sorprendere l’amico di turno.

In tutto questo, torno a ribadirlo, anche il formato gioca il suo ruolo. La bottiglia “champagnosa” da 75 cl incuriosisce, ma spaventa anche: allontana la birra dalla percezione generale che ne ha la gente, la eleva (giustamente o meno) a qualcosa di diverso. A mio modo di vedere anche in questo caso favorisce l’acquisto estemporaneo piuttosto che il consumo costante.

Tirando le somme, mi sembra evidente che la tipologia di birra e in parte anche il suo contenitore giochino un ruolo importante sulla reazione dei neofiti rispetto ai prodotti artigianali. Curioso che fino a qualche tempo fa in Italia si trovassero quasi esclusivamente birre ad effetto, ma poco interessanti per un consumo stabile. Recentemente il trend è cambiato e questo conferma che probabilmente è in parte finita la fase embrionale del settore (nel quale si cercavano tutti gli espedienti per catturare attenzione) e ora si punta anche al consolidamento del mercato.

A voi è mai accaduto di ottenere risposte diverse rispetto al “grado di eccentricità” di una birra?

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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120 Commenti

  1. beh, ho in parte convinto mio padre ad accettare la mia passione da etilista facendogli bere della Rodersch.. ormai è il suo metro di paragone, la sua frase classica è “meglio la rodersch”.

    • stessa reazione di mio padre con la seconda porter che feci in e+g.. la sua frase classica da allora è “meglio la tua” 😀

  2. Sono questi i consumatori da catturare.
    Per arrivare da loro serve prezzo, disponibilità e “vicinanza”.

    • riassunto perfetto

    • bè le tue birre non sono proprio economiche. Ti sei dimenticato quando non producevi e criticavi gli altri sui prezzi eccessivi?

      • Purtroppo mi trovo a dover venire in aiuto di Schigi (che non merita niente visto che non risponde alle mie e-mail)…
        Le Extraomnes hanno lo stesso prezzo delle birre belghe. Quindi non capisco di quali prezzi alti stai parlando.
        Se vuoi fare un paragone devi prendere La Senne, De Ranke ecc. Non certo la Peroni.

        • Le 33 cl che vanno da 4 a 7 euro ti sembrano prezzi bassi? Si è dimenticato quando criticava i birrai italiani, credo. A quei prezzi compro altre birre artigianali almeno da 50 cl, altro che Peroni.

          • Io penso che il “problema” (se da qualcuno è valutato tale) è che le belghe in italia vegono considerate economiche quando costano 3 euro o più.

            Da lì parte un discorso (IMO) sbagliato di prendere come riferimento prezzi già di per sé alti, aggiungedoci pure qualcosa perché, si sa, in italia (fare) la birra costa caro.

          • hoppy, hai idea di quale sia il prezzo franco birrificio?

          • SR, non mi dire che hai mollato pure tu, altrimenti non ci capisco niente più. E che cazzo, sembra che vi siete tutti convertiti alla nicchia. Ma non è che il Catalizzatore vi ha ipnotizzati tutti???

          • e chi molla? però se vado al bar o al beershop, compro (lasciamo perdere Schigi) Rurale o Brewfist e me lo fanno pagare una fucilata, se do tutta la colpa a Rurale o Brewfist sono disinformato e sono in malafede

            altra cosa è dare la colpa al Cata in caso analogo, o affermare che la birra costa troppo per spingere tutta la filiera a abbassare la cresta

            su, mi rendo conto che sia una rottura di maroni leggere le mie risposte, ma provateci almeno, che altrimenti mi tocca ripetere le stesse cose 100 volte come un mangiadischi guasto

  3. Mi piacciono da matti gli articoli di questa sezione -perchè hanno spesso collegamenti con il marketing e il management strategico in generale- e questo senz’altro è il più interessante degli ultimi mesi.

    sono d’accordo al 110% con la tua analisi e sopratutto con le tue conclusioni!!!

  4. Carissimo, anche a me è capitato quanto dici: da ormai due/tre anni bevo e propongo solo birra artigianale agli amici. Le risposte che ne ho avute sono proprio come tu le descrivi, entusiasmo per quelle più vicine al loro modo di bere e atteggiamento di circostanza verso le più “strane”… e allora ho imparato!
    A chi non ha mai bevuto le artigianali propongo cose abbastanza facili da apprezzare, magari affidandomi ai più noti birrifici su piazza, mentre a chi ha condiviso con me questa avventura da più tempo, propongo anche quelle che tu definisci “eccentriche”. Però trovo che la curiosità spinge le persone ad andare oltre, a conoscere stili nuovi… in poche parole mi seguono nel mio costante tentativo di essere sempre “sul pezzo” … ti confesso comunque, che anch’io qunado posso, mi rifugio sul classico purchè sia di altissima qualità e… la differenza si sente!!! 🙂

  5. Il tuo discorso mi trova d’accordo. Più la birra è strutturata e complessa, più l’inesperto la colloca in un settore quasi estraneo alla birra stessa; solo per occasioni speciali.

    Spremuto in parte il trend, per me totalmente sbagliato, della birra d’alta ritorazione, adesso si cercano i grandi numeri e le birre facili. Questa puà essere la strada giusta per colmare l’enorme vuoto tra la birra industriale e quella artigianale.

  6. Ho letto con piacere questo articolo e ti risponderò brevemente alla domanda.In effetti non capisco come mai la gente,qualora le venga proposta una birra di bassa gradazione alcolica(tra i 5° e i 6°),l’apprezza di più.Almeno questo è quello che mi è capitato di notare.Tra le giovani leve di amici che bevono “”birra””,essi hanno potuto apprezzare di più birre più innovative e più eccentriche.Mentre se il discorso lo comparo con persone più anzianotte,essi sono più restii alle sperimentazioni dei vari birrai;anche se apprezzano sul momento.

    Diciamo che è vero ciò che hai scritto nell’articolo:la birra “”speziata””o semplicemente non “”””bionda”””(passami questo termine anche se è aberrante come definizione)è quella che ancora ama la gente comune perché non si sa ancora che nella birra ci si può mettere quasi di tutto.Forse sarà anche a causa delle continue sperimentazioni(che a mio avviso amo tantissimo),che la gente non riesce ad apprezzare quando ha una buona birra sotto il naso.

    Credo però,che prima di far bere ogni birra(e questo vale anche per il vino)la gente dovrebbe avere qualcuno che l’aiuti in una breve degustazione sensoriale.La conoscenza dopo tutto porta sempre al piacere e maggior consapevolezza di ciò che si ha nel bicchiere.

    grazie.

    • Andrea Turco

      Grazie a te Fabio. E’ anche vero che non ci sono sempre situazioni in cui è facile fare quello che tu dici, cioè una “breve degustazione sensoriale”, soprattutto in un pub. Puoi cercare di catturare la curiosità con qualche descrittore evidente e questo a volte è il massimo possibile (nonché accettabile dall’amico… molti mi manderebbero a quel paese di fronte a qualcosa di più dettagliato). Rimane il fatto che le percezioni personali sono il metro ultimo per valutare quello che c’è nel bicchiere: percezioni non solo sensoriali, ma anche “cognitive”

    • Però non bisogna cadere in un equivoco che leggo spesso (forum, blog; appassionati o meno): con 4 semplici ingredienti il boquet dei sapori che si può ottenere nella birra è sterminato. Non c’è bisogno di nessun ingrediente strano per spiazzare i più. E bisogna saper fare informazione facendo capire questo.
      Io sono totalmente contrario alla maggior parte delle stravaganze birraie proprio per questo.

      P.S.
      Io mi sono appassionato alla birra bevendo Chimay e Rochefort e penso che molti abbiano fatto così. Non è un discorso “sempre” valido quello del post; ma che condivido come scritto sopra.

  7. Se le session beer da sempre si consumano a fusti anche tra gente comune nei locali dei Paesi a tradizione birraria, ci sarà un motivo.
    Evidentemente bisogna comprendere meglio che bere birra è anche un atto distensivo, per cui raffinarle spesso incontra la resistenza dei più.
    E la ricerca dell’abbinamento culinario a tutti i costi a volte peggiora la situazione.
    I consumi si aumentano avvicinandosi a chi un vero interesse lo dimostra, la curiosità non paga alla lunga.

  8. Ciao Andrea, io ho un paio di amici “fidati” [in senso birrario] che hanno cominciato ad assaggiare anche per conto proprio da quando ci siamo messi a fare homebrewing in comune. Lì è stato il “capire cosa c’è sotto” il fattore che ha scatenato la curiosità e ho trovato altre persone per cui è stato così, anche su internet.

    Ho notato che gli amici che invito a cena spesso ricordano con piacere il nome [cosa già importante, secondo me] delle birre che ho fatto bere loro, ha importanza il marchio più che l’ingrediente strano, ma non le va poi a cercare per conto proprio al supermercato di fiducia [un caso su tutti quello della Moinette dall’Esselunga, di cui si parla spesso in compagnia, ma che compriamo regolarmente solo in 2].

    E quando si esce al pub, che ha magari un po’ più delle solite 4 birre in bottiglia, la tendenza degli amici è ordinare un nome magari di qualità un po’ sopra la media [per esempi, cito Mc Chouffe o Montaignarde], ma sempre quello, non affezionandosi magari ad analoghe in stile ma con nome diverso che faccio loro provare. A volte smuove il consiglio del publican, ma anche lì non sempre.

    la homebrew invece riscuote sempre successo generale, sarà che costa meno, c’è il fattore “è fatta da un amico” e ce n’è tanta, il che fa il suo effetto.

  9. Francesco Donato

    Secondo me resta la spina il modo migliore per avvicinare i neofiti da questo punto di vista. Cosa c’è di più semplice e “normale”, nell’ottica di un neofita, di una birra alla spina?
    Per quanto riguarda le risposte diverse, oltre all’eccentricità, mi sono reso conto che anche l’aspetto “provenienza” gioca un ruolo fondamentale agli occhi del neofita.

    Se proponi una birra americana, la prima cosa che viene loro in mente sono prodotti strafamosi dell’industria birraria americana (B*d o M***er). Non si sognerebbero nemmeno lontanamente senza provarle, che le birre artigianali americane siano così!

    Se proponi birra tedesca purtroppo chiudono tutto all’interno di due, massimo tre stili.
    “Ah è una birra tedesca?”
    Per loro la birra tedesca è la “classica chiara leggera o al massimo un birra di frumento”.
    Una weizenbock o una schwarz-lager per un neofita non ha modo di esistere se non viene proposta a dovere.

    Il Belgio poi è la qualità. Tutto quello che viene dal Belgio, dico qualsiasi cosa, per chi si avvicina a questo mondo è fruttato, speziato, e di qualità impareggiabile. Se poi è fatto dai monaci è il massimo! I monaci per loro sono una garanzia. Naturalmente anche in questo caso andrebbe chiarito che c’è Belgio e Belgio.

    Per l’Italia, sono fiducioso. La birra artigianale italiana viene sempre recepita come qualcosa di speciale, qualcosa che a priori si discosta dall’industria e che “sa di buono”. Certo l’errore più grande, come tu stesso sottolinei, è che venga valutata come prodotto d’elite o da occasione speciale. In tal senso, credo che il formato 33, come quello usato da te, faccia un gran bel lavoro.

    • Andrea Turco

      Sulla spina d’accordissimo con te, soprattutto sulla sua normalità. Che tradotto in bottiglia, si concretizza nel formato “piccolo”

  10. Andrea hai ragione infatti è quasi impossibile.Però credo che se si è in un piccolo gruppo di persone(credo non più di 5) si possa fare,anche se in un pub,una piccola degustazione,cercando di far stimolare sempre di più i sensi delle persone.E’ anche vero che una volta provai con mio padre e quasi mi sbrana,perché la “”birra si stava riscaldando troppo”.
    Angelo ha ragione:come in tutte le cose che si fanno se non c’è un vivo interesse dietro,o una marcata attitudine alla curiosità,i consumatori occasionali di birra artigianale rimarranno tali, anche se bevono bene per una sola volta.

  11. Secondo me la chiave di volta è proprio la bottiglia da 33cl. Il normale consumatore di birra industriale difficilmente comprerebbe il bottiglione da 75cl a 10/12€ nei beershop, pur concordando sulla loro assoluta superiorità in fatto di gusto e piacevolezza. La birra è vista come una bevanda da pasto o da sorseggiare in tranquillità mentre si guarda la TV e questo si può fare solo con i piccoli o medi formati (33/37 o massimo massimo 50). Se la stragrande maggioranza della produzione artigianale resterà a 75Cl secondo me sarà relegata ancora a lungo al mondo degli appassionati o come dice giustamente l’articolo presa per stupire gli amici una tantum.

    • La peroni da 66 non avrebbe senso di esistere allora.

      • La Peroni da 66 costa 1€ e quella che non bevi la versi giù dal lavandino

        • La peroni da 66 non la versi nel lavandino. Una artigianale italiana può capitare (anche ad un appassionato), che sia da 33 o da 75.

          Io sono un sostenitore dei piccoli formati e contrario ai bottiglioni di vino, ma se si vuole far bere chi è inesperto di birra, bisogna ragionare con la loro testa, non con quella di chi è appassionato.

          • Ma si, nessuno chiama gli amici per stappare una bottiglia da 66Cl di Heineken o Menabrea, costano 1€, bevi quella che ti fa piacere e il resto lo versi via. Prima di aprire una Surfing Hop da 75cl e 15€ invece ci penso ben benino e diventa quindi una birra da “occasioni”. Agli inesperti le birre artigianali piacciono moltissimo (Una Tipopils è apprezzata anche dal più accanito consumatore di Finkenbrau) ma è tutta la forma “aulica” che spesso le accompagna a scoraggiarli a scapito della sostanza.

          • Sono d’accordo.
            Però il punto è proprio proporre qualcosa che difficilmente venga buttato nel lavandino. Quindi bisogna lavorare molto sul prodotto (una birra facile che si beve di gusto) ma anche sui prezzi.

            Il discorso del “tanto son solo 33cl” pagati casomai 4 o 5 euro non mi convince. Conviene molto ai birrai e poco ai consumatori (e quelli meno appassionati “giustamente” preferiscono la peroni ad 1€).

            E lo dico io che per una singola birra ho speso anche molte carte da 10 eurI…

    • quoto Daniele. basta mettere la testa dentro un bar (e sottolineo *bar*) per vedere quante 0.75 sono aperte e quante 0.33 e spine viaggiano

      • Questa è una genialata(non sono ironico)il futuro della birra di qualità è nei bar……….che è l’equivalente italiano del pub anglosassone.

        • Andrea Turco

          Occhio che Ricci spinge su questo tasto da diverso tempo 😉
          Devo ritrovare una mia previsione in cui, sulla falsariga di Bill Gates, auspicavo una birra artigianale in ogni bar d’Italia

          • i bar sono il passato ma anche il futuro. con poca fatica un bar può svolgere la funzione disimpegnata di un locale serale (cucina “seria” a parte) a costi ridotti. che suona bene con i 10 anni di austerity e tasche vuote che ci aspettano

            i bar sono da sempre l’ossatura del dopolavoro popolare, della breve serata prima di andare a letto, dei pomeriggi domenicali. lo sono tutt’oggi, e ricordo che la maggioranza della popolazione italiana, contrariamente a UK e USA, *non vive* nelle grandi città. in queste città di provincia e piccoli villaggi i bar, magari in chiave ammodernata, sono ancora punti di incontro importanti

            il primo che realizza e mette a frutto l’intuizione in maniera organizzata abbia il buon cuore di omaggiarmi con un bancale di quella buona

        • E già: se si apre una breccia nei bar, si svolta davvero!

      • Sarà per quello che lo 0,33 si chiama (storicamente) formato da Bar?

        Si tratta di capire se il Bar sarà il futuro della Birra Artigianale o no?

        Inoltre ….ma il Bar storico italiano avrà un futuro?

        • Nemmeno io sono convinto della cosa. A me sembra che i nuovi bar siano i beer shop, ci manca solo il caffè e siamo a posto.

          • lo ripeto fino allo sfinimento: Roma non è il mondo. al lordo del hinterland ci sono 6 milioni di abitanti. ne mancano altri 54 milioni all’appello

          • Purtroppo i “cattivi” esempi sono quelli che si propagano meglio.
            E non vale solo per i beer shop.
            A roma (quindi nell’italia futura se non attuale) buona parte dei bar sono diventati locali da aperitivo, mentre esiste anche una buona % che, in zone da movida, effettivamente già vende birra artigianale.

          • beh, mi sembra quindi che tu mi dia ragione sui bar…

            quello che voglio dire è che in zone diverse d’Italia ci sono diverse persone, diverse abitudini, diversi approcci con la legalità… anche diversi climi, difficile vedere genta a Milano scolarsi birra d’asporto sul marciapiede a ottobre… comincia a fare freschino. non sta scritto da nessuna parte che Roma debba essere l’avanguardia… per me anzi è più probabile che resti un caso a parte, nel bene e anche nel male, di un Italia che vedo comunque in crescita esponenziale nella diffusione birricola. calcola, per dirne una, che qua i locali nella maggior parte dei casi privilegiano il prodotto di micro locali, un modello molto più tradizionale. forse solo perchè ci sono più micro di qualità

            considera anche che a Milano ci saranno 3 o 4 beershop tuttora, pochi per carità. ma da queste parti se fai mescita di fatto senza averne la licenza hai delle ottime possibilità che presto arrivi qualche vigile a spezzarti le gambe

          • Sì, sono d’accordo sui bar. Ma dipende che direzione prenderanno i “bar” al di là della birra artigianale. Si potrebbe puntare pure sulla birra artigianale nelle “pizzetterie” (cosa che in parte avviene) o nei Kebabbari per assurdo; tutto è mercato 😀

            Il discorso dei Beer shop trascendeva quello riguardo i bar.

            CMQ sono pure d’accordo che roma è un caso a parte, ma al momento mi sembra più probabile che sia il resto d’italia a seguire quello che avviene qui piuttosto che il contrario. mi sembra addirittura che movimenti antecedenti (e forse migliori) a quello del boom capitolino abbiano dovuto correggere la rotta in tal senso.

          • continuiamo a pensare che il mondo della birra siamo noi che la sappiamo lunga, noi che scriviamo sui forum, noi che guardiamo dritti negli occhi i publican. pensiamo che il modello di sviluppo sia solo quello che conosciamo e del quale siamo più o meno comparse o protagonisti

            e invece, concedimelo, siamo poco più che una cacata di piccione su un parabrezza. alimentiamo il narcisismo dei pro, poco più, se la vedi da un punto di vista pragmatico. abbiamo sotto il naso birrifici da 1000 lt che lavorano per 20 pub, di cui 6 romani, e pensiamo che il mondo della birra sia tutto qui. magari un giorno avremo 5 birrifici con cotte da 5000 lt che lavorano h24 e il modello romano (attuale) sarà solo uno dei modelli possibili

            già ora, al nord, se scavi un po’ scopri quanti locali fuori dal nostro giro e con clientele più “basiche” lavorano hl di birra artigianale. e quelli fanno fatturato quanto i locali per i geeks esauriti o i peggio pischelli

            su Roma, da quanto mi raccontano fonti affidabili di tanto in tanto, sono convinto che sia un modello irripetibile in città come Milano o Torino (che conosco). sono mondi troppo diversi, città e persone troppo diverse. e sulla correzione di rotta ti sbagli abbastanza. c’è qualche locale che tratta le birre più di grido, ma la maggioranza (questi compresi) tratta soprattutto birrifici italiani locali con un alto tasso di ripetitività. magari uno come me dopo un po’ si annoia, però è così che funziona se vuoi che il prodotto si diffonda oltre noi quattro, e spesso ho il sospetto di bere anche meglio di chi ogni giorno sperimenta la novità…

            senza dimenticarci che ci sono città come Pavia (che conosco), per dirne una, piena di Universitari, dove se qualcuno con le palle aprisse un 6-8 linee potrebbe mietere solo successo. non c’è un unico modello per ogni luogo

          • Credimi, continuo a non darti torto =D Però è indubbio che Roma ha condizionato le dinamiche della Birra in italia; questo volevo dire.
            Che poi TUTTA la birra artigianale italiana sia ancora lontana da quello che è la craft beer altrove è un altro discorso (quello dei bar, etc etc).

            P.S.
            Anche se roma non è solo Brasserie o macche (ci sono decine di locali diversi per attitudine) effettivamente continuano ad esserci grosse lacune.

          • sono d’accordo che Roma abbia influenzato le dinamiche della birra in Italia, ma molto meno di quello che pensi tu. ti potrei citare tanti locali totalmente impermeabili al modello romano dove si beve decentemente, bene e anche benissimo

            il modello romano ha influenzato soprattutto i bilanci dei birrifici e di riflesso alcune loro scelte commerciali. la cosa è lampante se si osserva come lavorano i birrifici preesistenti alla Roma birraria rispetto a quelli che con la Roma birraria hanno fatto “fortuna”. poi alcuni avventori si sono adagiati se il loro locale di fiducia sceglie certi birrifici. se uno vende luppolate, il cliente medio viaggia di luppolate. ma senza scenette “aò, famme la più amara checciai”. più difficile trovare qua locali con tutta la compilation di Mikkeller e similari

            in questo senso l’influenza romana potrebbe essere addirittura un toccasana ed io, al contrario di te, lamento un po’ il fatto che questa influenza in tanti posti sia ancora molto debole, pur a favore della solida ripetitività

            e se mi è concesso, il più grande limite della scena romana degli *appassionati* è quello di conoscere poco le scene minori (mica sempre poi) del resto d’Italia mentre gli appassionati del resto d’Italia almeno una volta, anche superificialmente, nella Roma birraria ci hanno messo il naso (ovvio, a Roma oltre alla birra c’è altro…)

          • Andrea Turco

            Anche se il problema è proprio pensare che la birra a Roma siano quei 3 o 4 posti che chi non abita qui di solito visita quando viene nell’Urbe. Roma non è solo AiPiEi, non è solo “famme la più amara che c’hai”. Ho scritto un post qualche giorno fa proprio per spiegare questo concetto e dimostrare quanto la birra artigianale stia diffondendosi nel tessuto commerciale di tutti i giorni. Secondo me questo, più che i fenomeni a cui fai riferimento, possono essere una previsione di ciò che potrebbe accadere nel resto d’Italia. Come tu dici, i fenomeni del momento sono meccanismi che si instaurano per rapporti commerciali esistenti all’interno della sfera degli appassionati. Ma al di fuori di essi, c’è tutto un mondo che viaggia in parallelo e che qui è già particolarmente evoluto.

          • Andrea, qua Indastria parlava dell’influenza e specificità romana, che a me pare soprattutto nel tipo di offerta, nella capillarità, nella tipologia degli attori e nella “moda”

            il resto di cui parli non è che accadrà, sta già accadendo. da anni. anche se di sicuro ad una diversa velocità e non in tutti i luoghi allo stesso modo. e francamente non mi pare una specificità ed un influsso romano, semplicemente un esercente se vede o viene a sapere che un prodotto tira, lo propone

            ti faccio un esempio cretino. a Garlasco ci sono almeno due locali birrari di livello molto elevato (uno è un bar) e due o tre bar che propongono prodotti di qualità. in tutto il paese ci saranno una decina di bar/locali, quindi il 50% degli esercizi vende artigianale. nessuno segue il modello romano del (concedimi la semplificazione) “famolo strano”. il comune fa circa 10,000 abitanti, quindi come diffusione pro capite siamo probabilmente di qualche ordine di grandezza superiore a Roma. e siamo nel pieno della tabula rasa elettrificata padana, in mezzo al nulla

            come vi dicevo, non esiste un solo modello. ci sono solo modelli più di successo perché fanno grandi fatturati, altri meno. il vantaggio di Roma è quello di essere un grande centro urbano, dove il network è più forte, il mercato è più grande e più influente. ma il vero vantaggio è a mio parere l’ecletticità di tanti suoi attori, che vi invidio, nel bene e nel male. questo l’ha resa la piazza n° 1 in Italia. ma, come ho già scritto, c’è un mondo anche oltre il GRA, che si muove anche su logiche ben diverse e con un pubblico profondamente diverso ma altrettanto sbevazzone

          • Andrea Turco

            Il punto è proprio che il modello Romano non è il “famolo strano”. O almeno non solo. Quello è un modello riferibile ad alcune realtà (tra l’altro non in modo esclusivo), ma ce ne sono tante altre sulla falsariga dell’esempio di Garlasco. Il punto è che se passi da Roma per 2 o 3 giorni ti accorgi solo di un tipo di modello.

            Il mio discorso intendeva questo e nulla più. Non mi interessa sostenere battaglie tipo Roma vs Resto del mondo. Penso che la città sia un laboratorio per eventuali possibili evoluzioni su scala nazionale, quello sì.

          • Premettendo che neanche io voglio fare Roma Vs Resto D’italia (troverei più interessante fare Italia Vs resto del mondo =D), condivodo quello che dice Turco perché, da romano, sa andare appunto oltre la superfice.

            Io ti posso fare l’esempio della campnia che conosco bene dove c’è una realtà come l’ottavo nano che esiste da ben prima del boom romano e se ne infischia quasi del tutto di ciò che accade qui; ma allo stesso tempo sono nati tanti di quei locali e beer shop che senza l’esempio romano non sarebbero mai nati. alla fine quanti hanno copiato l’ottavo nano e quanti sono andati dietro e mode? questo è ciò che accade in campania, ma secondo me è esemplificativo.

          • più che altro, dalle tue parole, mi pare che non esista proprio alcun modello romano

            descrivi la maniera in cui la birra si è diffusa e si diffonde tutt’ora in tutto il mondo: è un buon prodotto, mi distingue, piace, lo vendo. non mi pare un laboratorio di idee…

          • @Indastria

            vedi, esistono storie diverse. ti posso dire che dalle mie parti posso mettere in fila una ventina di locali e credo NESSUNO abbia avuto la più pallida idea di cosa era la birra a Roma quando sono partiti. forse negli ultimi tempi ne hanno appena sentito parlarle

            trascurate, ed è storicamente comprensibile, l’importante di avere nelle vicinanze molti dei migliori birrifici nazionali e l’importanza che anche questo ha nella nascita di nuovi locali, seppur sporadici

            certo, poi ce ne sono anche altri tipo l’Ines Tube più attenti ad un altro tipo di proposta, vivaddio

          • ma il discorso alla fine “potrebbe”, e sottolineo _potrebbe_, essere che quei 20 locali tali resteranno mentre prolifereranno locali discutibili che seguono le mode.

            Che poi una delle fortune di un posto come il Bir&Fud credo sia stato anche il rapporto speciale con birra del borgo (aspetto le dovute smentite di colonna =D)

          • @Indastria

            tutto può essere, ma dalle mie parti non credo proprio. il locale iperspecializzato e modaiolo rimarrà sempre l’eccezione. che per inciso a me manca un po’. poi, bisognerebbe anche capire cosa si intende… avere qualche bottiglia stravagante o una linea ogni tanto molto speciale non è che sia cosa così d’avanguardia

            ci sono due ordini di motivi, io credo. il primo è il prezzo: quasi sempre le birre più particolari sono anche le più costose. è una cosa a cui molti locali “quotidiani” stanno dannatamente attenti da queste parti. la loro birra di servizio standard deve quindi essere ragionevolmente economica e affidabile. il secondo sono i gusti dei clienti: gira gira, alla fine i grandi consumi di fai su birre non eccessivamente alcoliche e che si lasciano bere, anche se non dico necessariamente leggere. e, conquista recente, possono essere anche piuttosto amare. ma l’atto della bevuta resta sempre un rituale sociale molto quotidiano, senza particolari affanni

            c’è anche un’altra grossa differenza fra Roma e il resto del mondo. a quanto mi dicono, la birra a Roma spopola (ovviamente non solo) fra i ragazzotti, cioè è anche un prodotto molto giovanile. confermatemi se è vero. qua è la componente “giovanile” non è assolutamente rilevante rispetto ad altre fasce d’età e bere birra artigianale non è considerato un elemento distintivo. se ti piace, la bevi e amen

          • Andrea Turco

            Spopola fra i ragazzotti, è vero, ma non solo. E’ un fenomeno che colpisce, forse perché più lontano da noi (semo vecchi insomma). Però ci sono locali in cui i ragazzotti non mettono quasi mai piede: prendi l’Open, il bir&fud, tanti locali ibridi di recente apertura. I ragazzotti sono relegati al consumo nei beershop e in alcuni pub… sono tanti, ma dubito siano la maggioranza. Non c’è un solo consumatore, come non c’è un solo modello.

          • Ecco, una cosa di Roma che spero nessuno prenda come esempio sono i Prezzi =D

          • Mah, sui consumatori ci sarebbe da dire molto…Concordo sul fatto che Birfud non sia frequentato per la maggioranza dai “ragazzotti”, ma posso assicurare che i “ragazzotti” sono gli unici a scegliere le birre con un minimo di consapevolezza, cosa che non accade nella fascia d’età sopra i 40, nella quale il Birfud attinge a piene mani. Cioè, è la parte di clientela che fa la spola fra Macche e Birfud che è la più preparata e “colta” (oddio, di boiate ne senti, ma almeno c’è “impegno”) ed è la fascia dello studente 20/25 anni…E’ letteralmente frustrante passare per i tavoli del Birfud e sentire le richieste o la visione che ha della birra artigianale la fascia sopra i 40 anni, con le dovute eccezioni ovviamente, quindi farei un giusto distinguo…

            Su Roma è divertente sentire i pareri di chi la vede “da fuori”, non parlo di SR che la conosce abbastanza, ma spesso capita di sentire addetti ai lavori (non solo appassionati) parlare del mercato romano come fosse la mecca dove DEVI essere presente, dove le vendite risolleveranno qualsiasi male…Ma tolti i soliti noti, tutto sto gran mercato non c’è, molto fumo. E i soliti noti, come già detto, hanno la fortuna di essere praticamente cresciuti insieme nel bene e nel male, viaggiando e condizionando le scelte di uno e dell’altro. C’è molta passione a Roma, perchè i vari attori sono stati coinvolgenti nel loro modo di lavorare, ma la passione non basta per mandare avanti un locale…E la birra Buona costa.

            Per tornare in topic credo che alcuni birrifici abbiano tutte le carte in regola per spopolare e fare da apripista per i neofiti, i primissimi nomi che mi vengono in mente sono Brewfist e Extraomnes fra i più nuovi…Ho sempre creduto che avessero la giusta alchimia per riuscire.

          • non credo di essere poi quel gran conoscitore di Roma. di sicuro, se ci vengo a bere, cerco gli amici e le eccellenze. però voglio tornare sul discorso di partenza e il Colonna mi offre l’assist per ribadire

            1. i ragazzotti impallati sono un fenomeno importante, in termini di mercato e di “cultura” birraria. altrove la fascia 20-25 è molto meno presente
            2. Roma per i pro di fuori ha questo alone alla Re Mida, se ci metti piede i tuoi fermentatori diventano d’oro. vero o falso che sia in termini di fatturato, di sicuro ha un effetto in termine di visibilità. per tanti fattori: Roma detta la tendenza, nei suoi protagonisti, in questo stesso blog, ha una reputazione. certi progetti birrari, senza la “romanocentricità”, non avrebbero lo stesso appeal, oltre all’ovvio bacino già esistente
            3. Roma per i pro romani ha questo forte effetto di network. amori e coltellate, ma è indubbio che lo scambio e la velocità, anche la caciaroneria, siano molto maggiori che altrove. anche la comunicazione, magari non eccelsa, ma c’è. so più di quello che accade birrariamente a Roma che a 50 km da casa mia probabilmente

            questo a mio giudizio è la vera peculiarità romana

            non si offenderà Andrea se trovo molto meno peculiare il fatto che la focacceria sotto casa tenga l’artigianale. meno, ma succede anche da altre parti, solo che nessuno punta il riflettore. e torniamo al punto 3. qui sopra. se uno ci riflette, per un esercizio preesistente è un investimento a rischio zero. vendo altro, fiuto l’aria, metto qualche boccia sullo scaffale. se le vendo son soldini, altrimenti chissene

            il mio formaggiaio qualche birra seria ce l’aveva già 3 anni fa. poi si vede che non andava e ora tiene solo Baladin. il mio pollivendolo tiene Rurale. un altro bar con bottiglie ha una decina di birre affatto banali. ci sono altri baretti ed enoteche che propongono qualcosa. molti locali, anche non specilistici, hanno qualche buona etichetta. insomma, non ovunque, ma succede anche altrove. a Roma succede di più, non mi sembra quello il nocciolo della “rivoluzione”, al massimo quel di più ne è il risultato

          • Andrea Turco

            Se mi stai dicendo che la situazione italiana è analoga a ciò che vedo intorno casa mia, cioè che c’è birra artigianale in metà degli esercizi commerciali alimentari, allora significa che abbiamo raggiunto una penetrazione paragonabile a quella delle potenze birrarie mondiali. Buon per noi

          • no. ti sto dicendo due cose semplici. che la peculiarità del modello romano non è il livello di penetrazione birraria (sembra un porno…). ma come ciò avviene ed è avvenuta. e che questa penetrazione esiste anche in altri luoghi meno sulla bocca di tutti, più piccoli. probabilmente non allo stesso modo, mica tutti vivono in città da milioni di abitanti. e che altri luoghi non vuol dire ovunque, ma altri luoghi

            secondo me se fra 5 anni Milano o Torino o Bologna (o Ascoli, che non ci sono solo le metropoli) saranno imballate di birre, dire che hanno seguito il modello romano che ha fatto apripista mi pare una sonora schiocchezza. sono mondi che hanno poco in comune, cosa gliene frega all’imprenditore veneto di quello che fanno a Roma? e al consumatore? se un pugno di persone intende investire passione e denaro nella birra ed ha successo e un seguito di altri imprenditori, quale altro modello è possibile oltre a quello di aprire locali e beershop? è un po’ come dire che i kebabbari di Bologna hanno seguito il modello di Istanbul…

            altra cosa è invece se a Milano o altrove aprissero locali sulla filosofia di B&F o Open. quello per esempio è un modello, che è cosa ben diversa da un fenomeno

          • Andrea Turco

            Sì d’accordo, però guarda che io non ho mai detto rivendicato il diritto di Roma a essere considerata apripista in futuro. Ho detto, e lo ribadisco, che è un laboratorio per eventuali futuri sviluppi su scala nazionale. Se succederà buon per tutti, mica dobbiamo dare una medaglia alla città di Roma.

        • non credo esista un unico futuro per la birra. il bar è sicuramente uno di quelli possibili

          ci sono cento tipi diversi di bar, che non deve essere necessariamente carte da gioco e bianco sporco. il bar è quel posto dove la gente va a farsi l’aperitivo, scusa se è poco. e per 1 pub in Italia ci sono 50 bar. scusa se è poco… finché la gente avrà voglia di bersi una cosa al volo, anche a pranzo, visto che non abbiamo i pub inglesi, i bar continueranno a fare il loro mestiere… e farlo servendo Becks o birra migliore è solo una questione di volontà e opportunità

          resta un mistero il motivo per cui nessuno (non parlo di distributori) abbia esplorato a fondo un canale che è lì bello pronto per essere colonizzato. ovviamente devo proporre un prodotto adeguato… ci siamo capiti

        • beh, qual è la differenza fra “apripista” e “laboratorio per eventuali futuri sviluppi su scala nazionale”? suvvia…

          cmq, penso di aver già tritato abbastanza i maroni. non ci piove che, al netto di burinazzi e luppolo-dipendenti, Roma sia il miglior posto in Italia dove farsi delle birre e condividerle. figurati, ci verrei tutte le settimane. non ci piove nemmeno – e questo per me è ben più rilevante – che a Roma si concentrino, nel bene e nel male, forze molto più attive, propositive e comunicatrici che nel resto d’Italia. però gente, lo dico a te ma soprattutto a quelli che birrariamente fuori dal GRA non ci sono mai usciti per davvero, c’è un mondo anche là fuori. ci sono ancora i publican con il piacere della scoperta e della conquista perché non hanno gli influenti Colonna o Alex che gli portano ogni genere di chicche col furgone al pub… sono cose che non so se la gioventù birraria romana respira ahimé… ci sono i brewpub, ci sono i birrifici, ci sono anche lì piccoli e grandi eventi che non finiscono sui blog, e anche fuori l’artigianale si sta diffondendo in posti insospettabili. cosa quest’ultima soprattutto merito dei distributori, esattamente come credo sia per molti casi “non specializzati” di Roma

          ti sei mai chiesto come siano messi i conti degli 8000 beershop che hanno aperto a Roma, che gli affitti non sono dei più abbordabili? e dei locali? tolti i super big, scorrono davvero fiumi e fiumi di birra a 140 euro + IVA al fusto da 30 nei pub? che accadrebbe se (dio ce ne scampi) venisse un colpo apoplettico a quelle 2 o 3 figure trainanti del panorama romano?

          chi vivrà vedrà, al nord la cosa strana è che si trovo molto più fuori che dentro alle città…

          • il problema è che alex e colonna le birre le stanno portando, non con il furgone, a tutta italia…

            Sicuramente ci sono iniziative lodevoli altrove. ma sono appunto iniziative singole.

            Non è da trascurare anche il peso distributivo che ha acquistato roma.

          • ti assicuro che nel resto d’Italia il livello di diffusione delle loro birre è molto minore. c’è qualche locale specializzato ma la stragrande maggioranza punta soprattutto coi birrifici italiani locali, specie in fusto, ma anche in bottiglia

            il motivo è semplice e lo lascio alla tua perspicacia… 😛

            questa ad esempio è una cosa che mi pare sfugga totalmente: che nel nord si sta affermando un modello di birre locale, che poi è il modello standard e che mi pare non abbia per nulla a che fare con quello romano, tanto per dire (Borgo escluso, e che cmq è locale fino ad un certo punto oramai)

          • ovvio che è minore. Ma non mi sembra avvenga il contrario tralasciando i distributori maggiori.

    • a 10/12€ per una 75 al beershop o si tratta di una birra ricercata oppure cambia beershop.
      12/13euro è un prezzo da locale, servita.

  12. Se posso aggiungere una cosa, io cerco sempre di (far) abbinare nei limiti del possibile la birra al cibo e preparo i miei amici (al mare, in casa, al lavoro) ad una “degustazione” piuttosto che a una bevuta. E’ ovvio che poi dalla prima si passa alla seconda, però vedo che molti di loro ora sanno cosa bevono e spesso, mi chiedono “quella” birra… In più, visto che prima di tre anni fa ero praticamente astemio, ho deciso di crearmi un database delle birre degustate tenendo presente anche il loro parere… e ogni tanto mi diverto a riproporre loro, birre che non avevano apprezzato. Lo stesso faccio con me e mi accorgo che, nel tempo, ho cominciato a bere con piacere anche ciò che prima assolutamente non amavo.

  13. Ricordo con piacere quando sette anni fà iniziò la mia avventura dietro il bancone, all’epoca avevamo tantissimi vini (700 circa, essendo nati come vineria) e pochissime birre (7/8, solo le trappiste).
    Io non conoscevo assolutamente il mondo della birra artigianale e di qualità, però ricordo molto bene l’emozione che provai in principio nell’assaggiare birre eccezionali di cui non conoscevo minimamente l’esistenza. Preso da quel “colpo di fulmine” sensoriale iniziai piano piano a documentarmi, comprando libri e studiando da autodidatta. Al tempo stesso aumentai considerevolmente la carta delle birre, mese dopo mese, anno dopo anno, sino ad arrivare alle attuali 350 circa.
    In tutto questo tempo ho fidelizzato la clientela, e questo è l’aspetto che mi riempie di gioia e mi fà credere nel mio lavoro, il fatto che le persone si affidino al mio personale giudizio su un prodotto piuttosto che su un’altro. La passione intorno a questo magnifico mondo che ho maturato in questi anni sono riuscito a trasferirla ad una buona fetta della mia clientela, certo non a tutti, ma alla maggioranza, e questo lo considero già un risultato importantissimo. Non si possono proporre birre estreme ad un neofita della birra artigianale, ma partendo dalle birre semplici, fatte bene e adatte ad ogni momento della giornata piano piano si possono raggiungere dei risultati eccezionali. Ed il formato conta eccome dal mio punto di vista, un cliente che non conosce quella determinata birra, ma che sarebbe intenzionato a provarla, quasi sempre si orienta verso il formato piccolo da 33 piuttosto che il 75. Sino a poco tempo fà erano pochissimi i microbirrifici nostrani che imbottigliavano in formato piccolo, ora invece vedo che è una strada che stanno percorrendo in molti, ritagliandosi a mio avviso una bella fetta di mercato.
    In conclusione, dal mio punto di vista, nel nostro paese, la formazione professionale in ambito brassicolo è ancora assai lontana dalla media degli altri paesi che contano a livello mondiale nella produzione di birra di qualità. L’importanza che riveste una figura professionale preparata dietro il bancone nel servire determinati prodotti è enorme, e solo attraverso la formazione alla cultura birraia si otteranno risultati sempre più importanti levando dalla testa della gente che “tanto una birra vale l’altra”.
    Complimenti per i tuoi articoli Andrea.
    Saluti, Alex.

  14. Birre facili. Per alcuni versi simili a quelle che la maggior parte dei consumatori beve, perchè sono convinto che una cosa per piacere deve sempre avere molto di nuovo, ma anche qualcosa di familiare.
    Proporre una 1111 Liscia (ottimo “birrone”) ad un heneikenista e stargli a sbrodolare: “Lo senti l’affumicato? La frutta secca? E i frutti rossi??” non farà altro che riportarlo alla sua verde 66 da battaglia.

    • Sacrosanto! Ci sono tipologie di birra come i barley wine, le imperial IPA e qualsiasi cosa superi i 50 IBU che ben difficilmente possono essere apprezzati dai neofiti e se a questo aggiungiamo anche il tentativo di fargli fare una degustazione per analogia ce li siamo proprio giocati in partenza.

  15. 1. Ho finito a quest’ora di leggere i commenti..
    2. ..Quoto quindi Schigi per contenuto e concisione

  16. Mi trovi completamente d’accordo, complimenti per il bell’articolo!

  17. Comunque per i neofiti e birrofighetti basta fare un salto all’IPERCOOP e prendere tutta la gamma BIA…rapporto prezzo e qualità per ora insuperabili
    La IPA è un capolavoro di equilibrio (e non è la miio stile…) per non parlare della Oatmeal Stout (questa si che lo è!!), la Golden Ale è una session beer azzeccatissima…
    Poi sicuramente, per vicinanza, viene ExtraOmnes – BiDu, Menaresta (sempre criticato ma consiglio di provare la BEVERA e la PAN NEGAR)
    Poi sia chiaro che le mi casse di XX Bitter e Cantillon sono costantemente nel mio frigo…

    • Concordo sulla qualità delle BIA. ma il punto del discorso era proprio se birre come IPA o Oatmeal stout (per dire due stili) per quanto ottime e economiche possono appassionare il consumatore.

      Nel mondo reale già la guinness è considerata una birra da intenditori da bere per darsi un tono 😀

      • vorrei darti ragione. ma ho toccato con mano consumatori traghettati all’artigianale totalmente dipendenti dalle A-IPA. senza eccessi o fighettismi, proprio piace

        la verità è che se un locale fa il salto, sceglie prodotti di qualità e ci crede, quali che siano i gusti del gestore, la clientela gli va dietro. per gli eretici poi basta qualche alternativa in bottiglia

        • Ma sicuramente possono. Basta penare cosa hanno fatto le APA (ancor prima delle IPA) per il movimento craft americano.

          Però bisogna vedere quale è il livello di espansione al quale si ambisce. e gli stesi produttori craft americani hanno difficoltà ancora a schiodare il consumatore da miller e bud.

          P.S.
          Gli IPA addicted non so se sono da considerare un fenomeno positivo sia in italia che altrove.

          • per me il fenomeno è negativo se una volta arrivato alle A-IPA (o APA) uno non si schioda più da lì. altrimenti ognuno ha i suoi gusti. d’altronde se hanno questo successo mondiale un motivo ci sarà, qualcosa di fisiologico nel gusto, mica solo moda

            l’altra sera un dipendente da luppolo americano mi ha confessato con un lacrimone di aver bevuto la sera prima una Fantome da sbavare. io l’avevo già assaggiata quella partita: un po’ lattico e pure un lievissimo acetico. ma cazzo, buona, Fantome è così, più che infetto ancestrale, ma pieno di significato gustativo (anche se a volte imbevibile). è questo il mondo della birra che mi piace

  18. studio a Padova quindi parlo per quanto vedo qua..beh, recentemente hanno aperto un bar in pieno centro, zona per lo più da universitari dove massimo ad 1-2 euro in più rispetto agli altri bar (dipende dalla birra) uno si prende un bicchiere di birra buona, giocano su 4 spine che fanno girare costantemente con fusti da max 15 litri che con un bacino d’utenza del genere va via in 2 giorni, e fanno girare brewdog, thornbridge, caracolle, toccalmatto ecc…
    beh, risultato è che da quando ha aperto la curiosità ha riempito il locale, e ha “convertito” più di qualcuno alla birra di qualità e quando si propone un salto al beer-shop non siamo più solo in 2 ad andarci…
    quello che voglio dire in fin dei conti è che forse servono entrambi i tipi di birra sia quella ad “effetto” che quella più normale, quella ad effetto serve a cancellare i pregiudizi che i più hanno (avevo una amica che non beveva birra perchè troppo amara se non qualche Franziskaner…si è dovuta ricredere), andati quelli si notano le differenze anche sulle birre da tutti i giorni che comunque causa prezzi che girano rimangono sempre ba bere “una tantum”

  19. Io ho iniziato a conoscere la birra artigianale grazie ad un beershop che si trova in zona San Giovanni (immagino che molti dei lettori romani abbiano capito di chi sto parlando), Inizialmente le mie scelte erano molto casuali e la mia esplorazione è stata molto graduale. Inizialmente, fui molto attirato dalle blanche e dalle weisse, forse perché risultavano essere le più “facili” da apprezzare, almeno per me ovviamente.
    Successivamente, iniziando a frequentare pub diversi e a interessarmi sempre di più, ho iniziato a scoprire il mondo Trappista (del quale a mio modestissimo parere la Orval rappresenta l’espressione migliore) e alle birre belga (ale e strong ale). Poi un bel giorno provai la Jaipur IPA del Thornbridge e da quel momento non sono più tornato indietro, è stato un colpo di fulmine. Da quel momento sono sempre andato a caccia di IPA (e APA) e da qualche mese ho scoperto il birrificio ELAV che a mio parere è quasi commovente!

  20. Difficile che vada a segno se non si hanno grandi capacità comunicative e se l’interlocutore non è un consumatore di birra in generale

    per me qui hai sintetizzato tutto perfettamente

  21. @ SR
    Scusa ma al consumatore che importa del prezzo franco birrificio ?
    A me interessa sapere quanto la pago (da consumatore) al pub o al beer shop

    • La risposta è dentro di te…epperò è sbagliata.

    • Fondamentalmente niente. Hai ragione. Da appassionati invece si dovrebbe cominciare a distribuire le colpe non solo ai birrai e i loro suv (cit.), ma anche a distributori e venditori al dettaglio.

    • provo a disegnarti le figure. se io raccolgo le arancia in Calabria e le vendo a 0.1 euro al kg e le rivendo e poi tu le trovi a Eat Milano in Duomo a 6 euro al kg, hai ben ragione ad incazzarti… ma con chi ti dovresti incazzare? qua è stata lanciata un’accusa precisa. e le accuse bisogna anche saperle sostenere

  22. @SR
    Scusa non eri tu il sostenitore del prezzo al consumatore ? Hai sempre sostenuto che le logiche birrificio-distributore-pub sono solo affari loro , e quello che conta, per una associazione di consumatori, è il prezzo finale a chi consuma.
    Come mai questo cambio di prospettiva proprio quando si parla di un tuo amico ?

    • temo tu faccia finta di non capire ma vabbé. un discorso è quello del livello dei prezzi della birra, che sono alti. lì vale il discorso del “a me chemmefrega delle tue giustificazioni”

      un altro è quello della distribuzione delle responsabilità di tutto ciò. hoppy (forse non è manco la prima volta) indirizza una lamentela ben precisa verso un produttore. salvo defilarsi alla prima domanda ficcante

      per fare questo, bisogna anche un attimo anche essere informati e sapere di cosa si sta parlando invece che roteare le ditina sulla tastiera a casaccio. io non conosco i prezzi di tutti i birrifici italiani, ma di qualcuno sì. e conosco i prezzi all’ingrosso di molte birre importate

      se scrivo che il Cata fa dei prezzi allucinanti, è perché ho fatto un giro al suo spaccio e so a quanto vende i fusti. se scrivo invece che Rurale (così sei contento, non vedo che c’entri l’amicizia) è un ladro perché mi hanno fatto pagare una 0.5 6 euro sono semplicemente UN PIRLA. perché se c’è un ladro, forse è chi me l’ha venduta… se ti prendessi la briga di informarti, scopriresti che molti birrifici italiani (molti, non tutti) fanno prezzi al fusto inferiori a quelli del Belgio in distribuzione. e che alcuni hanno prezzi alla bottiglia in linea con il Belgio (in linea vuol dire che qualcosa costa meno e qualcosa costa più)

      poi magari scopri che oramai tutti gli importatori, grandi e piccoli, hanno oramai una birra tedesca in portafoglio perché ha prezzi ridicoli e ci fanno dei ricarichi paurosi

      poi bisogna anche capire di cosa stava parlando hoppy: prezzi al beershop o al tavolo? da 4 a 7 euro ci ballano 3 euro… e per cosa? la Kerst Reserva o la Blonde?

      altro discorso – ma bisognerebbe mettere in funziona la testa – è dire: le tue birre nel tot posto costano una cifra da ladro. i casi sono due: o sei un ladro tu, o è ladro quello a cui le hai vendute. in ogni caso costano troppo e non te le compro, poi vedi tu che fare. che è esattamente il mio discorso che tu hai citato. solo che bisognerebbe anche aver voglia (o la possibilità) di capirle le cose…

      • Andrea Turco

        SR premesso che sono d’accordo col tuo discorso, se magari eviti ogni 5 righe di fare riferimento a una presunta inferiorità intellettuale del tuo interlocutore si riesce anche a portare avanti una discussione seria per più di 2 risposte.

        • coi finti tonti si fa così. se uno cerca la cagnara, si accomodi

          • Andrea Turco

            Credere che il tuo interlocutore faccia il finto tonto sempre e comunque è segno di presunzione. Ora io sto ai fatti e non so se lui fa il finto tonto, ma so che tu lanci frecciatine sulla già citata presunta inferiorità intellettuale dell’interlocutore. Questo significa che se la discussione va in vacca, è chiaro che c’è qualcuno che l’ha indirizzata in quel senso. Che sia chiaro.

          • a me pareva chiaro anche prima del tuo intervento…

          • Andrea Turco

            Perfetto allora, OT chiuso

  23. Non vedo niente di quello di cui parli nei messaggi di hoppy.
    Hoppy ha chiesto come mai le birre di certo produttore, che si è sempre schierato a favore del prezzo basso, fossero invece venduti a prezzi non proprio economici.
    Quindi tornando al tuo messaggio:

    1) nessuno ha dato del ladro a nessuno. hoppy fa una domanda, il produttore, se vuole, risponde. Altrimenti non risponde ma magari evita di indossare i panni del paladino del prezzo basso.

    2) La tua domanda non è affatto ficcante. Chiedi a hoppy se conosce i prezzi franco birrificio, ben sapendo che il listino dei produttori a rivenditori/locali è, giustamente, riservato. nessun birrificio lascia pubblici i propri listini, ritengo giustamente, ma al limite pubblica i listini allo spaccio, che sono un’altra cosa.

    Quindi amico caro, di cosa stai parlando ?

    • si ti rispondo di inforcare gli occhiali poi il Turco si scalda. e se non posso manco darti del finto tonto o peggio, evito parimenti di riscriverti la risposta precedente…

      i prezzi all’ingrosso sono il segreto di pulcinella

  24. @SR
    Permettimi, ma queste sono le risposte di chi non ha argomenti.
    Pensi di aver detto tutto, ma in realtà non hai detto nulla.
    La chiud qui anche io.

    • Alex, ti ho già esposto decine di righe di argomenti che a quanto pare fatichi ad assimilare. mi pare superfluo ripeterteli in diversa salsa, visto che a quanto pare sei convinto che paghi di più fare il finto tonto e lo specchio riflesso piuttosto che entrare nel tema

      a me pare che i prezzi qua siano solo un pretesto, semplicemente a te e a hoppy sta sulla balle Schigi. il che è lecito, comprensibile e forse anche condivisibile

      ma OT

    • Alex tu non sai quanto incide l’accisa.
      Poi noi birrifici italiani abbiamo il problema che l’asl ci fa fare sei bagni, poi noi mettiamo tanto luppolo che non sai cosa costa in questi ultimi raccolti, senza contare che abbiamo il tappo personalizzato e usiamo solo malto di prima qualità. E’ inutile fare il paragone con il Belgio, lì non hanno l’asl e fanno tutto in nero, se viene un controllo non chiudono il birrificio ma tutto il paese e non hai mai visto una coda alla posta il Italia?io ci perdo le mattine, da qualche parte dovrò recuperare…

  25. @SR
    A me invece pare che si facciano tanti pesi e tante misure.
    Ti visto diverse volte scagliarti contro alcuni produttori sostenendo che come consumatore, a te non importava di come il prezzo venisse costruito tra produttore-distributore-locale.
    Con altri produttori amici, vedo che improvvisamente diventa importante.

    A me pare che Schigi ti sia simpatico, il che è lecito, e comprensibile, ma non venire a fare il maestrino o a parlare di onesta intellettuale.
    Hai le tue simpatie e antipatie, come tutti noi.

    P.S. Schigi non mi sta sulle balle, anzi è una persona simpatica (più dal vivo che dietro una tastiera)

    • ascolta, io una Blonde di Extraomnes la pago la stessa cifra di una Taras Boulba (take away). mi spieghi, di grazia, per quale motivo dovrei darti ragione o dare del ladro a Schigi?

      io almeno non parlo perché mi hanno incastonato la bocca fra il naso e il mento e qualche confronto lo faccio… poi se tu paghi troppo anche la Taras Boulba allora ritorni a quanto ho già detto sopra

      idem sul chissene del prezzo. te l’ho già scritto, se vuoi andare avanti a ripeterlo come un disco rotto fai pure, altrimenti prova anche a leggerti quello che ti ho risposto

      • SR, chissà perchè, da consumatore, quoto Alex. Ovviamente non mi defilo, per 3 giorni non sono stato connesso, ecco tutto. Non ti arrabbiare e non offendere, ho solo chiesto il punto di vista di Schigi, che non conosco e quindi non posso avere sulle balle, sul cambio di prospettiva tra ieri ed oggi. E lui mi ha risposto con l’intervento poco sopra, e noto che oltre a luppoli costosissimi e a malti pregiati (che credo usino anche birrifici che hanno costi al consumatore inferiori, a parità di venditore) ci sono di mezzo anche TAPPI PERSONALIZZATI!!!! E VAI CON LA NICCHIA!!!!!

        • E’ come pescare trote in una cava a pagamento…

        • Ma non ti rendi conto neanche lontanamente che ti stavo prendendo per i fondelli, elencando una serie di scuse che io ho sentito per anni (da solo consumatore) e che ti posso confermare ora (da pro) che erano delle cagate???
          Io ho trovate la Blond (quella meno cara) di Extraomnes venduta tra i 2.50 e i 10 euro (!).
          Personalmente posso fare delle considerazioni su queste diffrenze, ma commercialmente , in un libero mercato , so che ci sono delle ragioni e fondamentalmente me ne impipo.
          La cosa che mi stupisce è che ci siano ancora consumatori ad un livello così basso, non solo di consapevolezza, ma direi quasi di intelligenza personale, che non capiscono che queste differenze sono slegate dal prezzo alla fonte…

          • Ti do ragione solo se mi dici chi la vende a 2,50, perchè non ne ho travato uno (ma può essere che se navigo altri 75 giorni lo trovo).
            Ti faccio solo notare, comunque, che hai già specificato tu che si tratta di quella meno cara.
            Quindi, mi confermi che non sei iscritto al “club della nicchia” e che non dipende da voi produttori nicchisti? Quando criticavi i produttori quindi sbagliavi? E’ questa la prova della tua superiorità intellettuale?
            Io credo che l’argomento sia in corrispondenza con il topic aperto da Andrea, perchè per quanto riguarda gli amici a cui ho fatto assaggiare della buona birra artigianale, le resistenze ad “aprirsi” a questo mercato sono dettate essenzialmente dai prezzi troppo alti, oltre che dalla scarsa reperibilità. Voglio solo rappresentarti che voi produttori andate subito sulle offese personali appena si cerca di toccare il nervo scoperto del mercato della birra artigianale in Italia: il prezzo al consumatore. Ma che m’importa che tu le vendi a 1 euro al distributore? Nè io me la prendo (solo) con te che poi arriva al consumatore a 4 euro. Ti ricordo le tue parole scritte nel primo commento del post: “serve prezzo, disponibilità e vicinanza”. Ecco, sono le uniche veramente intelligenti.

          • @Schigi
            Se volessimo riassumere, prima da consumatore non accettavi che un qualsiasi produttore lasciasse che il mercato e politiche commerciali stabilissero il prezzo, e secondo te e il professor SR facevano tutti extra-profitti (addirittura qualcuno li definiva ladri).

            Ora che sei passato dall’altra parte, quello che contestavi diventa lecito, e sostanzialmente “te ne impipi”.
            E’ curioso notare come gli interessi personali trasformino improvvisamente la me@@a in oro.

          • @Alex

            quando si è degli asini gli altri sembrano tutti professori. inutile chiederti ancora una volta di leggere quanto ti ho scritto n volte

          • Mi arrendo anche io…

          • @hoppy

            GIURO che ci sono capitato ora sul sito per caso…

            http://shop.viaprade8.it/birre/15-extraomnes-blond.html

            se hai un briciolo di onestà intellettuale dovresti dare ragione a Schigi… (le sghignazzate che sentirai in sottofondo sono le mie 😀 )

          • Si, scontata per qualche giorno dal prezzo di 3,70 €. Credi che la sostanza del discorso cambi? e fra qualche giorno che le rimanenze di magazzino sono terminate?
            La chiudo qua anch’io.

          • credo che tu ti stia arrampicando sui vetri. e soprattutto abbia rimediato una figuraccia. cito: “Ti do ragione solo se mi dici chi la vende a 2,50”

            ovvio che è un’offerta… ma credi che questi vendano sottocosto? fossi in te farei qualche riflessione più approfondita sullo scambio di vedute di questi giorni…

            e affrettati che l’offerta scade! 😀

            alla prossima

  26. ma cosa sono quelle bollazze sotto il tappo schigi??? ecco perchè costano cosi poco………..!!!!!!!

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