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Siamo sicuri che i birrai italiani siano davvero creativi?

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5dcaa0323cd75716b74699a5979ade43Spesso il modo più ricorrente per definire le caratteristiche dei birrai italiani è di fare ricorso al concetto di creatività. Vi sarà senz’altro capitato di ascoltare interviste o leggere articoli in cui, per identificare il carattere della birra italiana, veniva chiamata in causa la fantasia dei nostri produttori, capaci di realizzare birre geniali ricorrendo a ingredienti locali o a materie prime insolite. È un modo rapido ed efficace per attribuire un’identità specifica al nostro movimento, ma la domanda è: quanto c’è di vero in questa affermazione? Sia chiaro, non nego un aspetto incontrovertibile del settore in Italia, ma mi chiedo quanto effettivamente la creatività pesi e con quali sfumature. Si riduce davvero tutto a un impiego di ingredienti particolari? O c’è dell’altro? Per rispondere a queste domande ho analizzato le produzioni più importanti dei principali microbirrifici italiani.

Birrificio Italiano – Dici Birrificio Italiano e pensi subito alla Tipopils, una delle birre più identificative di tutto il movimento. E non è certo una birra insolita, visto che si tratta di una classica Bohemian Pilsner da tutti i giorni. Tuttavia c’è un “però”: la ricetta prevede il ricorso al dry hopping, tecnica non propriamente associabile allo stile. Il risultato è un carattere unico, che ha conquistato negli anni tanti appassionati. Nessun ingrediente strano quindi, ma creatività concentrata essenzialmente sulle tecniche produttive.

Baladin – Negli anni il Baladin ha costruito la sua forza e la sua immagine su una gamma standard orientata al mondo belga, con la Super a proporsi come ammiraglia. Una Strong Ale senza voli pindarici, ma a quei tempi bastarono gli elementi collaterali (marketing, packaging, ecc.) a decretare il successo dell’azienda. In tempi recenti la Xyauyù è diventata forse la birra più rappresentativa, per quanto particolarissima: un Barley Wine prodotto con metodo Solera. Anche qui nessun ingrediente insolito, ma originalità totale in termini di scelte produttive.

Birra del Borgo – La ReAle non è certo una birra insolita, visto che già nel nome omaggia le classiche Real Ale anglosassoni. Tuttavia è stata una delle prima birre italiane a sperimentare luppoli americani, dando il la a una moda poi seguita da tantissimi altri. Anche in questo caso le materie prime insolite non trovano spazio.

Bi-Du – La filosofia produttiva di Beppe Vento è fortemente improntata verso birre semplici, da bere con facilità. Chiaro quindi che difficilmente avremo a che fare con ingredienti insoliti, sebbene per la sua ArtigianAle si possa fare un discorso analogo a quello fatto per la ReAle.

Barley – Il migliore birrificio sardo ha una gamma di alto livello, ma la produzione che ha portato il nome di Nicola Perra alla ribalta è stata la BB10. Al tempo fece scalpore per utilizzare sapa di Cannonau, aprendo la strada alla tendenza – ancora in voga – delle birre ispirate al mondo del vino. In questo caso siamo effettivamente al cospetto di un birrificio che si è fatto conoscere per una ricetta insolita e legata al territorio.

Troll – L’azienda di Vernante è probabilmente priva di una vera flagship beer, tuttavia in molte sue creazioni la cifra stilistica è il ricorso a spezie locali. Anche in questo caso quindi vale il concetto di “creatività mediante ingredienti atipici”.

Montegioco – Quando Kuaska parla di birre prodotte con ingredienti locali, cita sempre le pesche di Volpedo della Quarta Runa. Ma se dobbiamo pensare a una birra ammiraglia di Montegioco, forse il pensiero corre alla particolarissima Mummia, birra acida dai caratteri unici. E in questo caso torniamo ai primi esempi, quelli cioè in cui la creatività non è data da materie prime insolite, ma dalle tecniche produttive adottate dal birraio.

Lambrate – Anche se molti a Milano sono cresciuti a litri di Montestella, continuo a considerare la Ghisa la birra più rappresentativa del Lambrate. È una Stout affumicata, che, sebbene non rappresenti una novità assoluta nel panorama brassicolo mondiale, si è imposta per il suo carattere originalissimo – oltre che per la sua bontà.

Toccalmatto – Ammesso che riusciamo a individuare una flagship beer nella produzione di Toccalmatto, è pacifico ritenere che la fama di questo birrificio si sia sviluppata intorno a birre “normali”. Semmai la fortuna di Bruno Carilli risiede nella sua grande conoscenza dei luppoli, utilizzati però sempre per produrre stili piuttosto comuni – a tal proposito ricordo che l’analisi si concentra sulle produzioni più diffuse dei birrifici, non su one shot o creazioni estemporanee.

L’Olmaia Birrificio “normale” se ce n’è uno: Moreno Ercolani non ha mai dovuto ricorrere agli effetti speciali per affermarsi nell’ambiente.

Amiata – Il birrificio dei fratelli Cerullo invece ha puntato forte su un ingrediente locale e più precisamente sulla castagna. Sono diverse le birre di Amiata che prevedono l’impiego di questo frutto, che, precisiamolo, in Italia non è a escluso appannaggio di questa azienda.

Brewfist – La Spaceman è forse la birra più rappresentativa del birrificio di Codogno, nonostante non si stacchi nettamente dalle altre produzioni della gamma base. In ogni caso sono sempre birre che rimangono ampiamente nei canoni dei principali stili mondiali (principalmente anglossassoni).

Birrificio Settimo – Le birre di Nicola Grande si ispirano al Belgio e lo fanno senza discostarsi molto dal paese di riferimento.

Extraomnes – Stesso discorso per Extraomnes, che in poco tempo ha ottenuto attenzione per ricalcare alla perfezione i non semplici stili belgi.

BirrOne – Sebbene recenti esperimenti, le birre del BirrOne sono tra le migliori interpretazioni italiane delle tipologie tedesche a bassa fermentazione. Anzi è proprio la capacità di restare aderenti alle caratteristiche di partenza che ha decretato il successo di questo birrificio.

Foglie d’Erba – Quando iniziò a salire agli onori della cronaca birraria, questo birrificio l’ha fatto con produzioni capaci di utilizzare intelligentemente spezie locali – Foglie d’Erba è l’unico birrificio italiano con il certificato PEFC. In realtà Gino Perissuti si trova perfettamente a suo agio anche con produzioni standard, come la recente Porter ha dimostrato.

Ducato – Le birre più conosciute dell’azienda di Giovanni Campari sono probabilmente la Via Emilia e la Verdi Imperial Stout, rispettivamente una Pils e un’Imperial Stout al peperoncino. Non è un caso: il birrificio rimane uno dei migliori in Italia sia con produzioni standard che con creazioni più originali.

Morale della favola? Come abbiamo visto non tutti i birrifici italiani possiedono le stesse caratteristiche, com’è normale che sia. I modi in cui hanno conquistato fama e prestigioso sono diversi e solo in poche occasioni le birre più rappresentative (o gran parte della gamma) possono essere ricondotte all’impiego di ingredienti insoliti o del territorio. È quindi sbagliato considerare originali i nostri birrai? Assolutamente no: in quasi tutti gli altri casi, infatti, c’è sempre un tocco innovativo a decretarne il successo. In particolare sono le soluzioni tecniche che spesso hanno distinto i prodotti più apprezzati, che sicuramente valgono di più del semplice ricorso a una spezia o a un frutto particolare. Perché quasi sempre, anche nel caso di ingredienti insoliti, occorre trovare i giusti accorgimenti produttivi affinché il risultato sia di livello.

Rimane il fatto che sottolineare il ricorso a ingredienti “strani” o locali è un concetto più vendibile nei confronti di interlocutori mainstream. Se è un modo per comunicare la ricchezza della birra artigianale italiana ben venga. Ma voi sappiate che c’è molto altro 🙂 .

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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21 Commenti

  1. È più il luogo comune della creatività che una vera genialità ad essere diffusa, a mio parere, e che serve a farci identificare da chi non conosce il movimento (estero, neofiti…).
    Il vero valore aggiunto di un birraio o di un birrificio credo sia prendere le distanze sia dalla banalità che dalle stramberie, ma non per il solo gusto di distinguersi dagli altri 500, ma per mettere a frutto le più geniali intuizioni, laddove ci siano.
    Altrimenti 100 volte meglio fare bene birre apparentemente scontate.

  2. Mi spieghi, se hai voglia, che criteri hanno orientato la scelta dei birrifici che hai usato come esempio?

  3. No dico, prima di Settimo e (stesso discorso per) Extraomnes dimentichi gli antesignani dell’aderenza al Belgio, Maltus Faber.

  4. Per me sono stati e lo sono tuttora , un riferimento e a quanto pare non solo per me…

    http://www.ratebeer.com/brewers/maltus-faber/9055/

    Mi spiace che siano spesso dimenticati a vantaggio di noi parvenu, forse più abili nell’acquisire visibilità.

  5. Non è tanto la creatività o la genielata … nessuno inventa niente (il metodo solera esiste da prima del 1800, per le spezie locali e i prodotti del territorio non dimentichiamo le saison belga, e via di seguito …), è la sfacciataggine con cui accostiamo metodi e soluzioni diverse e inconsuete che ci porta sotto i riflettori.
    Per esempio se vendessero dalle parti mie un prosecco aromatizzato alla fragola o peggio ancora alla frutta esotica, probabilmente lo appenderebbero a testa in giù in piazza a Valdobbiadene!!! Gridiamo allo scandalo quando i Cileni, gli Australiani o i Californiani mettono il vino in immensi botti di acciaio e ci immergono i truccioli per barricarlo … e noi stiamo a raccontare poesie in barricaie sotterranee. Forse perchè la birra non appartiene al nostro DNA … o almeno non quanto il vino.
    Perciò giro la domanda a te Andrea … che ne pensano della creatività italiana i popoli che la birra ce l’hanno nel loro genoma?
    ciao!

    • Andrea Turco

      Domanda da un milione di dollari. La mia impressione è che all’estero ci sia grande curiosità verso le nostre birre, ma che molti le ritengano – appunto – una curiosità proprio perché attirati dalle cose più particolari. Credo che in giro ci sia ancora l’idea che dovremmo prima imparare a fare le birre base, quando ormai sono anni che abbiamo imparate a farle bene. Ma di questo secondo me se ne sono accorti solo gli esperti che viaggiano di più, per il resto resiste quel luogo comune.

    • a mio parere c’è un punto fondamentale di cui tenere conto: il vino è (o dovrebbe essere…) un prodotto *prevalentemente* agricolo, mentre la birra è un prodotto *prevalentemente* artigianale. vale a dire: è una ricetta

      pensa ai tedeschi, che hanno nel genoma la birra: a Leipzig qualcuno un bel giorno ha pensato di buttarci dentro del sale e centinaia di anni dopo, proprio in questo periodo, pare stia pure diventando la moda del momento. non so come la presero allora, ma probabilmente non la presero così male

      te pensa a un produttore di chardonnay a cui viene la bella idea di salarlo… che fine gli fanno fare…

      a mio modo di vedere questa libertà della birra, che è quello di essere una ricetta, è un punto di forza. l’altro lato della medaglia è che oggi si perde di vista il focus, che dovrebbe essere quello di creare cercando sempre e cmq un prodotto che sia *piacecole*, per innovare cercando solo di stupire, ed in subordine pensando a fare una cosa davvero piacevole. i prodotti che durano l’arco di una stagione cominciano ad essere molti…

    • Ecco il significativo passaggio di un’intervista rilasciata qualche mese fa da Jef Van den Steen: “I can see that the italian microbrewers tend to offer their own interpretation of our beers.
      In itself, there’s nothing wrong with that but I feel that they are still at the ‘EXAGGERATION’ STAGE ( 😀 ) – wanting to produce the bitterest or sourest beer possible – at the expense of producing a balanced brew.
      The brewers want to make their mark and distinguish themselves.
      Their beers are interesting or daring, but one glass is usually enough and you won’t want any more”.

      • Andrea Turco

        Non sono molto d’accordo con questa opinione. Non mi sembra che sia l’Italia il paese più orientato verso certi estremismi e comunque è una visione un po’ anacronistica ormai.

        • D’accordo con te. Bisognerebbe conoscere gli assaggi fatti dal buon Jef, perchè non mi pare che ci sia penuria di birre italiane equilibrate, godibili e da bere in abbondanza.

        • Anche a me sembra un pregiudizio. E se devo pensar male, non credo derivi dagli assaggi. Sarei curioso di sapere, parimenti, come considera certe creazioni della new wave inglese e scozzese o le produzioni danesi.

  6. Abbiamo imparato a far bene le birre base, ma siamo tra i migliori nel fare le birre base?
    Non è una provocazione, sia chiaro, semplice curiosità.

    • Andrea Turco

      Per me non siamo i migliori (non potremmo esserlo con solo 20 anni alle spalle di fronte a secoli di storia brassicola), ma rispetto a 4-5 anni fa la situazione è ampiamente cambiata. Ora anche tra i consumatori sono sempre più apprezzati i birrifici che brassano bene stili classici

      • Ma il punto è: una volta appurato che le birre base alcuni le sanno fare molto bene, cosa il movimento italiano ha portato di costruttivo sullo scenario internazionale?
        Condividendo che prima bisogna cominciare a fare bene birre base, mi chiedo che senso ha imitare stili classici senza andare oltre (avanti ma anche indietro pescando qualcosa dal passato) e giustificando ogni differenza con l’alibi della indomabile creatività italiana.
        Gli americani non hanno imitato le IPA, le hanno reinterpretate tirandone fuori birre diverse. Noi copiamo più per poterci mettere al passo con loro piuttosto che per costruire qualcosa di diversamente creativo. Perchè?
        Poco fa snocciolai un po’ meglio questo concetto.
        http://berebirra.blogspot.it/2013/07/che-direzione-per-il-movimento-italiano.html?m=1

        • Gli americani ok.
          Ma gli altri paesi? Misuriamoci con realtà più in linea con le dimensioni italiane. Sono così innovativi nei paesi tradizionali? Quelli che innovano hanno una qualità migliore della nostra?

      • Tra le birre che amo bere regolarmente, almeno la metà (faccio a spanne) sono italiane. Io credo, ma posso sbagliare, che sul “nuovo” diciamo sul “moderno” siamo molto meglio di altre realtà.
        Mentre sul classico classico classico, mi accodo al tuo giudizio.

        Giriamo la frittata: non siamo i migliori, ma ci sono birrifici “nuovi” di altre nazioni che stanno un po’ abbassando la media del loro paese nel tentativo di smarcarsi dal Classico?
        Altra domanda interessante, come la pensate?

  7. Io non vorrei che questa “presunta” genialità sia frutto di una (passata?) mediocrità di base che fa svettare le eccellenze ancora più in alto.
    Ed è un discorso in italia non vale solo per la birra.

    Detto questo, secondo me il livello medio delle birre “base” italiane si è _notevolmente_ alzato. Peccato che all’estero ancora persista una percezione passata del tutto.
    Certo nell’ambito degli stili classici la concorrenza è molto spietata. E paradossalmente, dopo aver demonizzato le birre straniere di non essere “fresche”, lo stesso problema potrebbero avere i birrifici italiani cercando di affermarsi altrove.

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