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Uno sguardo al passato: i duri inizi dei pionieri del movimento italiano

Più pionieri di questi: Kuaska tra Teo (sx) e Ago (dx)
Più pionieri di questi: Kuaska tra Teo (sx) e Ago (dx)
Più pionieri di questi: Kuaska tra Teo (sx) e Ago (dx)
Più pionieri di questi: Kuaska tra Teo (sx) e Ago (dx)

Solitamente il 1996 è considerato l’anno di nascita del movimento artigianale italiano. Anche se alcuni birrifici avevano già aperto precedentemente (Turbacci, Beba, ecc.), fu allora che partì l’avventura di quelli che avrebbero, a loro modo, tracciato la strada per tutti gli altri: sto parlando di Baladin e del Birrificio Italiano, oltre che del Lambrate. Tutti questi produttori possono essere giustamente inseriti tra i pionieri del movimento, avendo anticipato lo straordinario fenomeno che stiamo attualmente vivendo. Penserete che aver bruciato gli altri sul tempo abbia portato a queste aziende enormi vantaggi, ma non è così. Anzi, come abbiamo visto in passato talvolta anticipare le tendenze può essere pericoloso, perché si rischia di operare in un contesto non ancora pronto o maturo. Ed è proprio quello che è successo nel nostro paese: cosa significava aprire un birrificio in Italia 15 o 20 anni fa? La risposta è facile: significava andare incontro ad alte probabilità di fallimento.

Penserete forse che la mia risposta sia esagerata e melodrammatica, ma non è così. È una conclusione surrogati dai fatti e dai numeri, che ho avuto modo di verificare mentre navigavo su Microbirrifici.org. Questo sito censisce tutti i birrifici italiani (e le rispettive birre), con la peculiarità di segnalare quelli che attualmente non sono più attivi. Quindi verificare la fortuna di un progetto brassicolo è molto semplice: basta controllare se, a distanza di anni, è ancora operativo. Quello che ho fatto è stato dunque prendere tutti i birrifici nati prima del 2000 e controllare il loro stato attuale. Ecco il responso:

Piemonte
Aramini – 1993 – Produzione sospesa
Baladin – 1996
Beba – 1995
Casa del Popolo – 1998 – Produzione sospesa

Lombardia
Artegiana – 1999
Birreria Blues – 1999 – Produzione sospesa
Birrificio Italiano – 1996
Ca’ De Gos – 1999 – Produzione sospesa
Hops! Desenzano – 1998
La Centrale della Birra – 1996 – Produzione sospesa
Lambrate – 1996
Maivisto – 1999
Manerba – 1999
Officina della Birra – 1999
Osteria di Bastardù – 1998 – Produzione sospesa

Trentino Alto-Adige
Birra di Fiemme – 1999
Bozner Brau – 1998
Greiter – 1995 – Produzione sospesa

Veneto
Arte Birraia – 1996
San Gabriel – 1997
Sancolodi – 1999
Vecchio Birraio – 1997

Friuli Venezia-Giulia
Befed Aviano – 1997
Birrificio Udinese – 1999
Cittavecchia – 1999
Il Mastro Birraio – 1994
St. Johannes Brau – 1996 – Produzione sospesa

Liguria
Busalla – 1999

Emilia-Romagna
Hops! Riccione – 1997
Lind Beer – 1995 – Produzione sospesa
Norton Brewing Co. – 1996 – Produzione sospesa

Toscana
Il Circolo 50 – 1997 – Produzione sospesa

Marche
Alpen Keller – 1999
Amarcord – 1996
Hops! Civitanova Marche – 1999

Umbria
Il Birraio – 1998 – Produzione sospesa

Lazio
Stazione Birra – 1998
Turbacci – 1996

Abruzzo
Magoo Beer – 1998 – Produzione sospesa

Campania
Brew Mood – 1994 – Produzione sospesa

Puglia
Tre Fontane – 1997 – Produzione sospesa

Calabria
Titanic – 1996 – Produzione sospesa

Sardegna
Montevecchio – 1993 – Produzione sospesa
Orteip – 1999
Sambrinus – 1997

Sicilia
Wild Spirit – 1998 – Produzione sospesa

A tutti questi poi bisogna aggiungere il St. Josef’s di Sorrento, datato addirittura 1983 1985, che fu il primo microbirrificio della renaissance italiana e che ha chiuso i battenti da molti anni. Quindi facendo due conti si scopre che su 47 birrifici nati prima del 2000, oggi 19 non risultano più attivi. In pratica si può concludere che se aprivi un birrificio in Italia prima del nuovo millennio, avevi più del 40% di possibilità di fallire. Non molto incoraggiante direi.

Le dimensioni del fenomeno acquistano ulteriore spessore se dalla lista dei birrifici ancora attivi escludiamo quelli che non si sono mai affermati in modo particolare – a dirla tutta ci sono diversi nomi che personalmente considero del tutto sconosciuti. A questo punto è facile capire quanto difficile doveva essere 15 o 20 anni fa affacciarsi sul mercato della birra di qualità, cercando di portare avanti un progetto capace di crescere nel medio-lungo termine.

Alla luce di tali dati possiamo comprendere perché quando i pionieri del movimento ricordano i primi anni di attività lo fanno con tanta enfasi. Essere riusciti a crescere ed emergere non deve essere stato affatto facile. Ho l’impressione che molti dei birrifici (o brewpub) sorti inizialmente avessero le idee poco chiare, limitandosi a scimmiottare le aziende straniere, in particolare tedesche. Chi invece ha avuto il coraggio e la creatività di proporre qualcosa di diverso, ha di fatto anticipato tutti, occupando una posizione di vantaggio.

E oggi com’è la situazione? Ovviamente molto diversa. Chi apre oggi un birrificio o lancia una beer firm “sfrutta” il lavoro di sensibilizzazione e comunicazione portato avanti dai pionieri del settore: i primi birrifici, chiaramente, ma anche i locali e le associazioni che per prime si sono affacciate su questo mondo. È un vantaggio non indifferente, ma che chiaramente non basta per decretare la fortuna (o la sopravvivenza) di un progetto, richiedendo comunque spirito di sacrificio, abnegazione, passione e capacità imprenditoriali.

Di contro oggi non parliamo più di poche decine di birrifici, ma di centinaia – abbiamo superato quota 600 – di aziende analoghe. Il pericolo è allora opposto: che cioè questo affollamento tarpi le ali ai vari produttori, rendendo più difficile il definitivo decollo dell’impresa – senza il quale si resta a rischio fallimento.

Quando raggiungeremo la saturazione del settore? L’espansione della base di consumatori riuscirà a bilanciare l’impetuosa nascita di nuovi birrifici? E se sì, per quanto tempo? Difficile rispondere a certe domande, secondo molti osservatori abbiamo già abbondantemente superato la soglia limite per il sostentamento di tutti i produttori. È anche vero però che sono anni che sentiamo le solite profezie pessimistiche, ma nel frattempo il mercato continua a crescere e con lui il numero dei suoi protagonisti.

Al momento possiamo affermare che oggi, rispetto a 15 o 20 anni fa, gestire un birrificio è forse un’attività più facile, o quantomeno in grado di esporre a rischi minori. I freddi numeri dicono questo, anche se per avere un riscontro valido dovremmo proiettarci qualche anno nel futuro, quando gli eventi ci potranno confermare o meno la salute reale degli attuali 600 birrifici.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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49 Commenti

  1. aggiungo: liguria – fabbrica birra busalla: 1999 e ancora in attività

  2. aggiungo:
    Puglia
    Tre Fontane – 1997
    produzione sospesa

  3. C’è stato un fiorire di nuove aperture sull’onda quasi di una moda della birra artigianale con produzioni veramente scadenti in un periodo di crisi economica bestiale. Imprenditori giovani e folli. Di questi tempi chi te la compra una birra che costa quanto un buon vino? Giusto qualche intenditore ma questo sa riconoscere la buona produzione da quella scadente….

  4. Posso dire che alcuni dei nomi fatti seppur non fra i vati della birra artigianale nella vulgata corrente hanno fatto e fanno signore birre (cito Arte Birraria e Bozner, e anche la mitica Dolomiti di Cagliari chiusa anch’essa anni fa’)?
    Il fatto curioso è comparare il successo di alcuni con la sorte d’altri..

  5. Aprire un birrificio in Italia 15 o 20 anni fa? La risposta è facile: significava andare incontro ad alte probabilità di fallimento.
    Oggi invece la probabilità non è alta, è certa!

  6. Vorrei ricordare inoltre il costo di un impianto 15 anni fa’ veramente un investimento impegnativo(ci si comprava tranquillamente un villino), e lo poteva fare soltanto chi oltre ad osare aveva gia’ i numeri di consumo . Non condivido l affermazione fatta che Molti birrifici non sono emersi perche’ non hanno osato, credo anzi che molti hanno scelto di dedicarsi piu’ al locale che alla vendita di birre e non ci vedo niente di male.

    • Andrea Turco

      È una mia lettura Roberto e non si riferisce a chi ancora oggi è in attività, ma ad alcuni di quelli che hanno chiuso

  7. C’è anche da notare, non so se in maggioranza o meno, molti di quelli “rimasti” (almeno nella zona Nord che conosco meglio) sono esclusivamente o anche brewpub il che a quanto pare aiuta sicuramente in termini di margini già abbastanza presto e quindi, futura durata..

    • Andrea Turco

      Il brewpub, a fronte di un investimento iniziale maggiore, ti garantisce ciò che un birrificio non può fare: un canale di vendita sicuro e con margini alti. Sempre che riesci a riempire il locale, chiaramente.

  8. A Roma e’ stato attivo dal 1998 al 1999 il Brew People, quindi la percentuale di fallimenti aumenta ulteriormente…

  9. Aggiungo Brew People a Roma e Orabrau a Riva del Garda. Il nostro impianto dell’88 arriva da lì

  10. Onore al merito.

  11. alexander_douglas

    in realtà amarcord è un caso particolarissimo: apre nel 1996 a rimini ( giustamente verso il nome), nel 1999 il marchio viene venduto a una società con sede a san marino e solo nel 2009 torna in suolo italiano, specificamente ad apecchio nelle marche

  12. Il Birrificio St. Joseph è nato dopo, se non sbaglio nel 1991, con un impianto da 60 hl che esiste ancora (pur tristemente trasformato in magazzino e sommerso da materiale vario); si può vedere in questo articolo del sempre puntuale Laschi: http://www.inbirrerya.com/2011/11/23/birrificio-sorrento-e-i-limoni/

    Nel 1982 invece, sempre a Sorrento, era nata la società Bi.mi.sud, che commercializzava una ale a marchio Chichester; ne dava notizia il Mondo della Birra in un articolo del 1985.

    Ringrazio ancora i ragazzi del Birrificio Sorrento per avermi dato l’articolo e per avermi portato a vedere l’ex impianto di St.Josef, visita davvero commovente.

    • Andrea Turco

      In realtà il St. Josef’s (con la f finale) nacque nel 1985, come evoluzione della Bi.mi.sud. Questa data appare tanto nell’articolo di Laschi, quanto in un vecchio post di Kuaska su it.hobby.birra http://it.hobby.birra.narkive.com/dpM8wLfw/primo-microitaliano

      • Sulla scrittura hai ragione, mi è sfuggito il “ph”, ma il marchio era “St. Josef’s Bier”. Sulle date invece continuo ad avere più di una perplessità.

        In un articolo apparso su Il Gambero Rosso nel settembre del 1994 (n. 32) si legge: “È al momento di installare la fabbrica di birra al centro del ristorante che sorgono i problemi. Nessuno lo ha mai pensato in Italia e quindi mancano le leggi, soprattutto quelle sulla sicurezza. A fronteggiare la burocrazia ci prova la moglie di Peppino, Anna Ottone, ex insegnante e piemontese d’origine. Dopo ripetuti assalti viene sconfitta e la prima microbirreria del centro sud italiano comincia ad operare nel marzo del ’91 di fianco all’Antico Frantoio, il ristorante di Peppino e Anna.”

        Quindi, stando a questa fonte, il birrificio St. Josef’s risalirebbe al 1991.
        Se non ricordo male Esposito era entrato in precedenza (e potrebbe essere nell’anno che indichi tu) nella società Bi.mi.sud., fondata da Antonino Cappiello, Claudio Sepe e Mimmo Celentano e che aveva installato il proprio impianto, di chiarissima ispirazione anglosassone, proprio in un locale di Esposito, nei pressi del ristorante dove poi avrebbe istallato il suo, d’ispirazione tedesca.

        • Andrea Turco

          A questo punto non so che dirti, sarebbe prezioso l’intervento di qualcuno che ha vissuto quella vicenda personalmente o quasi. Magari se i ragazzi del Birrificio Sorrento sono in ascolto…

  13. Ma quindi, secondo te, come va interpretata la decisione dell’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo di aprire un corso di alto apprendistato per formare mastri birrai? Una scelta kamikaze? Un’operazione puramente economica per seguire un certo trend di interesse attorno alla birra artigianale e spillare un po’ di soldi a giovani speranzosi? O ci sfugge qualcosa?

  14. Beh non è detto che tutti siano “falliti”, qualcuno può aver chiuso e liquidato la società senza passare dal tribunale.
    Quindi il più vecchio birrificio in attività è il veneto “mastro birraio”?

    • Andrea Turco

      Per fallito non intendo in senso letterale/giuridico, ma in termini di progetto imprenditoriale (“è stato un fallimento”).

  15. L’analisi è poco attendibile se non si considerano i motivi delle chiusure:

    Osteria dei Bastardù – ha avuto problemi con la proprietà dei muri ed ha preferito cambiare attività

    Iron Twin di Bergamo – che manca dal tuo elenco, ha chiuso dopo il secondo infarto del titolare

    Norton Brewing Co. – è vivo e vegeto come Amarcord

    Titanic – con quel nome era già previsto

    Magoo Beer – dice niente il terremoto dell’Aquila?

    Questi quelli che conosco, gli altri andrebbero analizzati caso per caso.

    @ StarTac
    Fortuna che non la pensiamo tutti come te, perché se così fosse, non staremmo qui a parlare di birra artigianale.

    • Andrea Turco

      Perdonami ma non c’è niente di poco attendibile, visto che quelli sono numeri. Poi puoi trovare motivi o giustificazioni alle chiusure e darne un’interpretazione soggettiva del motivo, ma rimane il fatto che prima del 2000 avevi il 40% di possibilità di chiudere nel giro di qualche anno

      • Affermi il 40% di possibilità di chiudere, per il mercato.

        Se ti faccio un elenco di cause esterne, che c’azzecca il mercato di quel periodo?

        E probabilmente conoscendo le storie di tutti i birrifici elencati, ci sono cause o concause che hanno poco a vedere col mercato. Se analizzi solo i numeri, l’analisi come puoi essere oggettiva?

        • Andrea Turco

          Ah ok, allora riconsidera l’analisi in questi termini: se aprivi prima del 2000 avevi il 40% di possibilità di chiudere, ma solo per sfortunate cause esterne o incredibili coincidenze.

          • Togli dal 40%, quelli che hanno cambiato sede o nome, come Norton, quelli che hanno chiuso per altri motivi: infarti, problemi d’affitto, ecc. e vedi che la tua analisi va a farsi benedire. Le incredibili coincidenze, come tu le chiami, sono cose che succedono nella vita, soprattutto agli imprenditori.

          • Andrea Turco

            Se permetti quelli che hanno cambiato sede e nome vanno aggiunti, visto che si tratta quasi sempre di gestioni che subentrano e che quindi sopraggiungono a un precedente fallimento (facendo salire ulteriormente la percentuale). Queste fattispecie neanche le ho prese in considerazione, figurati un po’…

          • Andrea, se togli rinominazioni, infarti, chi non riusciva a pagare l’affitto, chi ha chiuso per frode, chi per fallimento, chi perché si è rotto le balle, uno ha anche vinto al superenalotto, resta lo 0%

            chiaro no?

            LOL

          • Stupisce con quanta faciloneria si facciano certi tipi di analisi, con successivo ricavo di una percentuale inattendibile. Secondo il vostro ragionamento se uno vende un’attività commerciale, magari per fior di quattrini, è da considerarsi un fallimento.

            roftl

          • Andrea Turco

            Normanno sono 10 commenti che continui con questa solfa, metti i dati sul tavolo e ne riparliamo, perché questa polemica (che ovviamente non volevi fare, ci mancherebbe) è davvero sterile. Ah e non valgono considerazioni del tipo “Titanic ha chiuso perché con quel nome non poteva fare altrimenti”. Questa sì che mi sembra faciloneria.

          • Normanno, magari mentre rifacevano il pavimento hanno scoperto un baule pieno di dobloni d’oro, LOL

            dai inizia con l’elenco di quelli che hanno venduto a fior di quattrini (corredato dalla cifra ovviamente, sai mai che 30k euro a un’asta fallimentare per te siano fior di quattrini) che l’elenco di chi ha alzato bandiera bianca è fin troppo semplice

          • No avete ragione voi, i dati dicono che chi apriva prima del 2000 aveva il 40% di probabilità di fallire, poi se esistono cause esterne, estranee al mercato come motivi diversi, di salute o d’altro a voi non interessa. Il dato rimane.

            Stupido io che oltre a guardare i numeri, vado oltre e mi chiedo il perché.

            Sul Titanic voleva essere una battuta, stupido io a credere che non potesse essere fraintesa.

          • Andrea Turco

            Perfetto ora che siamo arrivati a una conclusione direi di chiuderla qui

  16. Ovviamente non si tratta solo di produrre buone birre,il problema più serio è confrontarsi con i mercati nazionale ed estero e quindi non è detto che un grande birraio sia o abbia al suo fianco un grande imprenditore.

  17. Giusto per puntualizzare, in maniera un po’ tediosa. Senza critica, davvero.
    “facendo due conti si scopre che su 47 birrifici nati prima del 2000, oggi 19 non risultano più attivi. In pratica si può concludere che se aprivi un birrificio in Italia prima del nuovo millennio, avevi più del 40% di possibilità di fallire.”

    Ecco, quel “in pratica si puo’ concludere” e’ un marchiano errore, di chi applica in maniera un po’ ingenua i dati ex post ad una previsione ex ante.
    Errore davvero di evitare. Il 40% delle imprese hanno chiuso. STOP. questo non dice nulla, né allora, né oggi, sulla probabilita’ di chiudere DOMANI per i birrifici aperti. e SOPRATTUTTO non dice nulla sulla probabilita’ di sopravvivenza della singola impresa (trattandosi di un dato aggregato).
    Lo so, sembra di spaccare il capello in quattro, me ne rendo conto. MA credimi, e’ cosi’ che si raccontano frottole molto serie, e magari si convince qualche entusiasta ad aprire una attivita’ che poi sara’ destinata a chiudere (per mille ragioni). Nella statistica, il gioco delle tre carte “il dato e’ questo, il dato e’ quello, qual e’ il dato?” e’ piu’ comune di quanto si creda.

    • Andrea Turco

      Senza polemica, ma dove sono la “previsione ex ante” e le profezie “sulla probabilità di chiudere domani”? I dati dicono che il 40% dei birrifici nati prima del 2000 hanno chiuso. Ho calcolato la percentuale e sottolineato quanto sia alta. Non mi pare di aver speculato sui numeri per raccontare “frottole molto serie”, convincendo “qualche entusiasta ad aprire una attivita’ che poi sara’ destinata a chiudere”. Semmai sollevo esattamente la questione opposta, ma a questo punto credo che tu abbia letto l’articolo con molta superficialità.

  18. Greiter era un brewpub poco sopra Merano, stava avendo un successone non solo nel loro locale (dove sono stato più volte) e aveva cominciato a distribuire birra in città.
    A quanto ne so fu rilevato (e fu interrotta la produzione, ovviamente) da una nota azienda tirolese di birra che mal digeriva la presenza di un piccolo concorrente locale.

  19. Riguardo al birrificio Sorrento spero di non sbagliare dicendo che nel 1982 prende vita la Bi.mi.sud che produce un’unica birra,la Chichester(dal nome del famoso navigatore inglese) all’interno del pub sorrentino English Inn. Solo in un secondo momento(1985) nasce la St. Joseph come evoluzione della Bi.mi.sud e chiude i battenti a metà degli anni 90 paradossalmente nel periodo in cui nascono i primi micro che daranno vita al “rinascimento brassicolo italiano”

  20. sarebbe interessante sapere quando hanno chiuso, magari un birrificio del 96 ha chiuso 4 anni fa, quindi in questi anni migliori del panorama artigianale, è un dato fondamentale.
    Ci sono un po’ di variabili da considerare, non è facilissimo avere delle statistiche chiare sull’argomento; di certo è palese che aprire un birrificio oggi èmolto più semplice di 15 anni fa, la risposta è intorno a noi, è la realtà che ci circonda a darcela, non ci vuole molto a capirlo.
    Certo se dovessi immaginare una data di chiusura di un birrificio del 94, la proietterei un 4/5 anni dopo…

  21. Poi non e’ detto che uno chiude perche’ fallisce, o no?

    • Andrea Turco

      E perché allora? Ripeto che per fallimento non intendo il termine strettamente giuridico.

    • hai ragione, magari ha chiuso perché in 4 anni, dopo aver investito svariate decine di migliaia di euro in impianti, non solo se li è già ripagati in due o tre anni, ma ha fatto talmente tanti soldi che si è trasferito a Cuba per godersi la vecchiaia

      LOL

  22. Occorrerebbe fare un analisi comparativa con altri settori “simili” (che ne so pasticcerie, panetterie, gelaterie, cioccolato ecc ecc) per vedere se siamo nella “normale” moria di impresa (e penso proprio di si) o se il settore birra si differenzia anche in questo.
    Un’ analisi generale di confartigianato parla di quasi il 50% di chiusure nei primi 5 anni http://www.ict4executive.it/pmi/news/un-impresa-su-due-si-arrende-nei-primi-5-anni-di-vita_43672151133.htm
    Sui grandi numeri il dato relativo ai produttori di birra pare quindi confortante (si ha meno probabilità di insuccesso che in altri settori), ma è comunque un puntare alla roulette sul rosso o sul nero ed investire denaro, e spesso tutte le risorse familiari in un’attività comunque a rischio. La mia sensazione è che negli ultimi 2 3 anni chi si approccia a questo mondo lo faccia con una mentalità molto meno “avventurosa” e con basi commerciali più solide e meno poetiche. (aiutato probabilmente anche dalle banche che erogano molti meno mutui di un tempo).
    Il mercato appare ben lontano dalla maturità e dalla saturazione …vedremo!

    p.s. non mi risulta che nessuno si sia arricchito così tanto da volare a Cuba per sempre.

  23. Mr. Malt dice di aver aperto nel 1991. Non lo segnamo? 😛 Io sono stato nei primi anni di apertura da Lambrate e Hops! a Riccione ma se non ci fosse stato internet e Mr. Malt il movimento sarebbe solo investimenti riusciti e mancati… invece si parla di birra artigianale, giusto? 🙂

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