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Il linguaggio segreto degli homebrewers

Tempo fa ho incontrato un amico (non-homebrewer) in un locale in cui stavo allegramente bevendo con alcuni compagni homebrewers. Sapendo quanto questo mio amico fosse appassionato di birra, l’ho invitato tra noi, convinto che avrebbe avuto diversi argomenti di discussione da condividere con la tavolata. Passati i primi minuti dedicati ai convenevoli, mi sono reso conto dell’abisso comunicativo che lo divideva dal resto della combriccola. Ci guardava con aria sbalordita, quasi impaurita, come se stessimo parlando russo. La ragione è che noi homebrewer parliamo una strana lingua, simile a un codice segreto. Ecco quindi qualche dritta per improvvisare un ponte comunicativo nel caso vi doveste trovare in una situazione del genere. Magari in futuro faremo anche una seconda puntata, la lista è lunga.

La fase di ammostamento

Protein rest

Da sempre uno degli argomenti più dibattuti tra gli homebrewer. Anche solo per incidenza statistica, vi capiterà prima o poi di sentirne parlare. Di solito, intorno a questo tema, si formano degli schieramenti: chi è a favore del protein rest, chi è contro e chi lo fa senza particolare convinzione, tanto al limite non cambia granché. L’argomento è piuttosto tecnico e anche abbastanza noioso. Diciamo che si tratta di un passaggio dell’ammostamento (ammollo dei cereali in acqua) che un tempo si utilizzava per sciogliere meglio le proteine contenute nei cereali per produrre la birra (malto d’orzo, grano, etc). Grazie alle moderne pratiche di maltazione sembra non sia più necessario, ma non tutti sono concordi. Che dire, prendete l’homebrewer del tavolo che vi sta più simpatico e allineatevi alla sua posizione. Il mio personale punto di vista è che il protein rest non serve a nulla, ma tendenzialmente non sono l’homebrewer più simpatico del tavolo 🙂 .

Fioretta

Fioretta

Quando incontrare un homebrewer che si è preso la fioretta, abbracciatelo subito e offritegli una birra (non è contagioso, tranquilli). La fioretta è il nome popolare con cui viene chiamata la Candida Mycoderma: un particolare tipo di lievito che quando finisce nella birra attacca l’alcol ossidandolo e trasformandolo in acqua e anidride carbonica. Come tutti i microorganismi che possono “infettare” la birra, non è in alcun modo pericolosa per la nostra salute ma rende la birra insipida, quasi insapore. Quando inizia a infestare l’attrezzatura, l’homebrewer entra nel panico e si lancia in disinfestazioni casalinghe estreme: getta acidi, candeggina e soda caustica su qualsiasi cosa,  anche su animali domestici, amici e parenti. Siate buoni e comprensivi con chi è stato contagiato, porta un profondo dolore nel cuore.

Chiamare i lieviti per nome o per numero

Questo è uno dei principali ostacoli al dialogo tra persone normali e homebrewers. L’elenco sarebbe lunghissimo, perché di lieviti ne esistono veramente tanti. L’US-05, per esempio, è uno di quelli più utilizzati (ne avrete sentito parlare, immagino). Generalmente neutro in termini aromatici, viene usato spesso per produrre IPA e APA (quindi nel 90% dei casi). Un altro lievito di cui si sente parlare nelle nostre tavolate, spesso con parole accompagnate da astio, rancore o pura rassegnazione, è il Belgian Saison (nome in codice 3724, si dice sia il ceppo utilizzato per produrre la Saison Dupont). Vero spauracchio dei birrai casalinghi, questo lievito solitamente si pianta a metà fermentazione, lasciando il povero homebrewer nel panico. I più deboli di cuore al suo posto usano un altro lievito: il Belle Saison, meno incisivo in termini aromatici ma più semplice da usare. In molti lo definiscono un “trattore” per la sua tendenza a consumare praticamente tutti gli zuccheri presenti nel mosto in pochissimi giorni – cosa che manda regolarmente in estasi gli homebrewer, anche se poi la birra che ne viene fuori sembra un’acqua tonica (ma poco importa, basta metterci dentro un chilo e mezzo di coriandolo e il gioco è fatto).

yeast-starter

L’hai fatto lo starter? Bravoh!

Vi ricordate Lillo nel film Johnny Stecchino che chiedeva in continuazione a Benigni “hai fatto l’amore?” per poi rimanere puntualmente contrariato ogni volta che Benigni rispondeva di no? Ecco, la scena è più o meno simile quando un homebrewer confessa di non aver fatto uno starter. Ma che diavolo è uno starter? Dovete sapere che i lieviti per fare birra sono microorganismi molto delicati (specialmente quelli in forma liquida) e anche discretamente costosi. Quelli liquidi, in particolare, arrivano in confezioni che costano attorno alla decina di euro e spesso non sono sufficienti nemmeno per fare dieci litri di birra. Invece di comprare più pacchi e finire sul lastrico, di solito prepariamo uno starter che altro non è che una piccola birra fatta con estratto di malto (uno o due litri) che servirà a far moltiplicare le cellule di lievito. La birra/starter (venuta ovviamente male perché senza luppolo e fatta solo con estratto) si butta e il lievito sul fondo si ripesca e si usa per fermentare la birra vera, quella che poi berremo. Perché è così importante fare uno starter? Abbiamo detto la scorsa volta che è fondamentale utilizzare sempre la giusta quantità di lievito per fermentare la birra, altrimenti può capitare che la fermentazione si interrompa o che il lievito produca sapori sgradevoli durante la fermentazione a causa dello stress. Molti homebrewer alle prime armi non hanno voglia di preparare lo starter e usano il lievito liquido così com’è, convinti che la loro birra verrà buona lo stesso. Ma spesso, ahimè, non è così. Da qui la frequente domanda “l’hai fatto lo starter?” e l’espressione contrariata quando l’homebrewer di turno risponde “no, ma è andato tutto bene lo stesso”. Sicuro?

Ci sarebbe ancora molto da raccontare, ma lasciamo la parola a voi: avete amici homebrewer che parlano in codice? Che dicono?

L'autore: Francesco Antonelli

Francesco Antonelli

Ingegnere elettronico prestato al marketing, da sempre appassionato di pub e di birre (in questo ordine). Tra i fondatori del blog Brewing Bad, produce birra in casa a ciclo continuo. Insegna tecniche di
degustazione e produzione casalinga. Divoratore di libri di storia e cultura birraria. Da febbraio 2014 è Degustatore Professionista dell’Associazione Degustatori di Birra.

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9 Commenti

  1. Un termine che semina il panico ultimamente a Roma e dintorni è GUSHING.

  2. …Priming, Flame-out… e chi più ne ha più ne metta! 😉 strana gente gli homebrewers…

  3. beh e poi il classico, manco fosse una gita, “da dove\quanto sei partito, quanto\quanto sei arrivato?” e le varie rampe (o monostep) di mash, a volte capita proprio con ‘estranei’ al tavolo di rendersi conto dopo un po’ di essere parecchio noiosi ahah

  4. “quali cara hai messo?”
    “ma ha finito? (di fermentare completamente”
    ” e a zero minuti ?”

    Se poi passi una giornata in un homebrewing contest americano, diventi citrullo a convertire libbre, once, quarter, gallons, farenheit e barrels… 🙂

    • Francesco Antonelli

      Ah ah! Tempo fa mi è capitato di fare un interessante scambio di opinioni con un homebrewer americano: abbiamo passato metà del tempo a convertire con i cellulari i gradi centigradi in fahreneit e viceversa. 🙂 Tra l’altro ha portato un paio di birre fatte da lui di altissimo livello.

  5. E di Grist ne vogliamo parlare? 🙂

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