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Fenomenologia dei giudici nei concorsi di homebrewing

Negli ultimi giorni si è alzato nuovamente il polverone su un tema a me molto caro: l’eterna diatriba tra giudici e homebrewer. Accuse reciproche vanno ormai avanti da tempo, mentre ogni giorno nascono nuovi concorsi più o meno ben organizzati (spesso meno, a dirla tutta: ma le eccezioni ci sono). Tempo fa provai, sempre in questa rubrica, a evidenziare qualche punto dolente di questi concorsi, senza pretesa di essere esaustivo. Qualcosa è cambiato negli ultimi anni, almeno nei concorsi più importanti, ma dal mio punto di vista c’è ancora molta strada da fare. Oggi però non voglio entrare nuovamente nella discussione con questo articolo, anzi vorrei uscirne con un po’ di cazzeggio. Negli ultimi tempi mi è capitato infatti di partecipare come giudice a qualche concorso. Pochi (devo ancora fare esperienza), ma sufficienti per iniziare a elaborare dei modelli fenomenologici applicabili ai giudici di contest per produttori casalinghi. Mi faceva piacere condividerli, ricordando a chi legge che il tono vuole essere scherzoso e in alcun modo offensivo. Tra l’altro, io stesso mi ritrovo almeno in un paio di queste descrizioni. Il mio riferimento sono unicamente le giurie dei concorsi per birre fatte in casa, le uniche a cui ho preso parte fino ad ora.

La macchina seriale da concorsi

La macchina da concorsi è un giudice che vola alto. Di solito ha molta esperienza, specialmente in concorsi “pro”, e una competenza che va da discreta a ottima. La macchina seriale da concorsi è un tipo che arriva, sorride a tutti, saluta gente in lontananza che voi nemmeno vedete e che ovviamente non vede voi. Beve gratis, prima del concorso, dopo il concorso, il mese ancora dopo e quello dopo ancora. Lo conoscono tutti. Porta la maglietta dell’ultima competizione internazionale a cui ha partecipato come giudice, per il resto è vestito in modo anonimo. È stanco, sempre, perché solitamente la sera prima del concorso si è sbronzato pesantemente con gli altri amici giudici.

Quando iniziano a girare le birre da giudicare si siede, ammutolisce senza perdere il sorriso sornione, e parte. Gli passano una birra ogni due minuti. Sente tutto, sa tutto, scrive poco. Non vede l’ora di andare via, perché questi concorsi di homebrewer sfigati lo annoiano. Arriva il secondo round, un minuto netto a birra. Batte tutti sul tempo. A volte riesce a giudicare le birre prima che arrivino al tavolo, solo guardandole da lontano nel bicchiere (e ci prende pure). Ti viene il dubbio che stia scrivendo cose a caso, pensando già alla prossima trasferta. Finisce prima di tutti, dispensa un paio di consigli agli altri tavoli e se ne va al banco a bere. Le sue schede sono precise, mostrano una competenza estrema, ma mentre le scorri pensi anche che Ungaretti, al confronto, era un tipo logorroico.

Quello che ogni birra sotto i 10 gradi e i 100 IBU è scarica

Le correnti e le mode birrarie degli ultimi anni hanno forgiato dei mostri. IPA ultra luppolate, birre acide con dentro qualsiasi cosa e imperial stout prodotte con capsule di Nespresso in infusione hanno arrecato seri danni alla cultura birraria da pub. E così nei concorsi ormai non si possono più presentare bitter, porter semplici, stout irlandesi o simili. Nemmeno le American Pale Ale se la cavano bene con i giudici abituati a bere le bombe alcoliche norvegesi o le trovate markettare di Omnipollo o Evil Twin. Per loro tutto il resto è scarico: manca corpo, la birra è watery, manca luppolo, la birra è corta, non si sente l’aroma, non sento il cioccolato, non sento le fave di tonka – ma non ci sono! E va bene, allora gli do 30/50 e scrivo nei suggerimenti “aggiungere le fave di tonka”. Le APA non sono mai abbastanza luppolate, e vai a spiegare che se lo fossero non sarebbero APA ma IPA: loro insistono che il naso è scarico, che il luppolo non si sente abbastanza e che la birra fa schifo. È colpa loro se nei concorsi a stili misti non vince mai una bitter o una irish stout, perché per loro non sono nemmeno classificabili come birre: sono acqua da bere al bancone del pub (in realtà non vincono bitter o irish stout perché non le fa nessuno, ma mi serviva lo spunto drammatico per il pezzo).

Quello che tutto è ossidato

Questi mi mandano completamente ai matti. Guardano la birra e non gli va bene il colore. È troppo scura, è ossidata, gli do 20/50 e scrivo nei suggerimenti “comprati un fermentatore unitank che tenga la pressione e una cavolo di imbottigliatrice isobarica, brutto pezzente, spedisci la birra con un camion frigo per non interrompere la catena del freddo o non ti azzardare mai più a fare una IPA in casa che tanto non sei capace”. Ma come, non l’hai nemmeno assaggiata la birra. E lui: è ossidata, si vede. Punto. Che poi nella maggior parte dei casi hanno anche ragione: la birra si è leggermente ossidata, ma alla fine se la assaggi e la giudichi con un minimo di serenità nel cuore non è nemmeno così male. È un po’ grigia, d’accordo, ma magari il colore stava bene con le mensole della cucina rosso bordeaux. Che esagerazione.

Quello che tutto è infetto

Lacto. Pedio. Brett. Coli. Ancora brett. Un po’ di lacto. Aceto. Di nuovo pedio. Pare di stare a una convention medica. Invece ti sei seduto in giuria, accanto al tipo che trova infezioni ovunque e chiama tutti i microrganismi con un nickname, manco fossero vecchi compagni di scuola. Li sente tutti lui i difetti da contaminazione. Tu lo guardi e ti chiedi se sei scemo o se ti manca forse una parte delle papille gustative o dei recettori nasali; perché, anche impegnandoti, tutta quella roba lì mica la senti. Alla decima birra di fila che questo tipo giudica infetta, ti rendi conto che forse il problema non sei tu. È lui che non sa vivere in pace con il mondo, ma ormai te lo trovi in giuria e non puoi farci granché. Ti hanno rovinato la giornata, lui e i suo amici microbi.

Quello che non sta mai zitto

Teoricamente, nella valutazione delle birre durante i concorsi, il tavolo dei giudici dovrebbe procedere nel modo seguente. Ognuno riceve la propria birra. Sta zitto. La osserva bene, dà una prima annusata, posa il bicchiere sul tavolo. Sta zitto. Scrive qualcosa sull’aspetto della birra, la schiuma, il colore. Dopodiché sta zitto. La annusa e, sempre zitto, argomenta scrivendo sul foglio qualche frase sull’aroma. La posa sul tavolo. Prende un sorso. Sta zitto. Si rimette a scrivere passando in rassegna il bilanciamento dolce/amaro, l’acidità, la scorrevolezza al palato, il retrogusto. Sta zitto. Scrive. Assegna dei valori numerici alle varie componenti, se li appunta da qualche parte (spesso sulla scheda stessa, con una matita). Fa la somma, si appunta anche questa e sta zitto. Dopodiché si guarda intorno: se vede che anche gli altri giudici hanno finito di valutare la propria birra, apre bocca. Solo a quel punto si prova a discutere, si vede se i voti combaciano; se sono troppo distanti, si cerca di allenarli sviscerando pregi e difetti della birra in questione.

Questo è quello che dovrebbe accadere, ma non accade quasi mai. C’è sempre il giudice che proprio non si tiene, che riceve la birra e inizia a parlare. E parla. E parla ancora. E dice tutto quello che sente. Poi c’è sempre un altro giudice che di suo starebbe anche zitto, poveruomo, ma una volta provocato parte pure lui. Quello che non sta mai zitto aizza quindi il tavolo snocciolando un difetto dopo l’altro, tutti iniziano a parlare e a sentire difetti all’unisono, te provi a scrivere ma non ti concentri. Senti aromi che non esistono, descrivi colori che non hai mai visto, ti ricordi che c’hai pure fame e non ti hanno pagato nemmeno il viaggio. A questo punto sbrocchi e inizi a mettere voti a casaccio aspettando solo di andartene. La giornata è rovinata. Il concorso pure. E tutto per colpa sua: di quel maledetto giudice che non sta mai zitto.

Quello che le schede di valutazione gli stanno antipatiche

Le schede di valutazione rappresentano sempre un cruccio enorme per chi organizza concorsi. Se proponi un formato troppo sintetico, i giudici sono contenti e gli homebrewer si incazzano; se invece lasci tanto spazio per scrivere, i giudici si incazzano e gli homebrewer si incazzano lo stesso perché i giudici non hanno tempo per scrivere. Poi ci sono quei giudici a cui non va mai bene niente. Gli manca sempre un colore per descrivere la birra (non trovo il nero oltretomba sulla scheda, come faccio?), i descrittori non sono sufficientemente chiari (che vuol dire “esteri”? Devo flaggare solo se ci sono gli esteri o anche se sento aroma di frutta da luppolo?), manca un difetto nella lista (dove devo spuntare per il difetto “olezzo di cantina di mia nonna in inverno tra le 12 e le 14 quando c’è ancora il sole”?) oppure non riescono a capire come applicare un voto da 1 a 12 all’aroma (perché fino a 12? Non si poteva fare fino a 10?). Gnapozzofa.

Quello famoso che invece ti sorprende

Chiudiamo con una figura che si incontra raramente in questi contesti, ma quando capita ti rimette in pace con il mondo. È un tipo strano, uno che magari a vederlo non gli daresti una lira ma poi, quando lo riconosci, ti senti piccolo piccolo. Naviga nel mondo della birra da anni, conosce tutti e sorride a tutti ma lo fa con modi composti. Non saluta amici immaginari in lontananza, si ubriaca meno degli altri (ma si ubriaca comunque) e ha modi e linguaggio pacati. Si siede al tavolo dei giudici e mette tutti a proprio agio con tre parole e quattro gesti. Dedica il giusto tempo a ogni birra, senza eccedere e senza portarla all’ossidazione totale a forza di girarla nel bicchiere per ore. Scrive piccolo piccolo sulle schede, velocemente, ma non frettolosamente. È preciso nelle descrizioni, non cerca per forza difetti nella birra ma non ha paura di evidenziarli spiegandone l’origine, se ce ne sono. Spesso non produce birra in casa ma sa immedesimarsi, scrive giudizi negativi con tatto e precisione chirurgica.

Lo guardi e pensi che vorresti essere così da grande, e che vorresti anche che avesse un clone per presenziare ogni concorso per homebrewer in Italia. Tutti, nessuno escluso. Lo vorresti sempre vicino a te, quando stappi la prima bottiglia della nuova cotta o quando apri il vecchio barley wine dimenticato in cantina. Lo vorresti seduto accanto a te alla cena di Natale, o a Capodanno, per apprezzare insieme il sentore di anidride solforosa mentre con i cerini si accendono le micce dei botti, augurandoci un buon anno e un mondo (brassicolo) migliore.

L'autore: Francesco Antonelli

Francesco Antonelli
Ingegnere elettronico prestato al marketing, da sempre appassionato di pub e di birre (in questo ordine). Tra i fondatori del blog Brewing Bad, produce birra in casa a ciclo continuo. Insegna tecniche di degustazione e produzione casalinga. Divoratore di libri di storia e cultura birraria. Da febbraio 2014 è Degustatore Professionista dell'Associazione Degustatori di Birra.

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7 Commenti

  1. Niente male Francesco, ma ora vogliamo anche l’articolo sulla fenomenologia dei partecipanti!

  2. Anche secondo me sarebbe molto simpatico un articolo sugli stereotopi dei concorrenti… di roba ce ne sarebbe tanta.
    Tipo:
    – “partecipo solo per avere un feedback e per trascorrere una giornata con gli altri homebrewer, ma se non vince asfalto il locale”;
    – Concorso con 3 categorie: ipa, porter, tripel. Cit: “in quale categoria posso iscrivere la mia saison?”
    – “potete dare un premio a mio figlio?”
    – “posso iscrivere 18 birre? Se non si può le intesto a tutti i miei cugini”
    – “quando ho fatto assaggiare la birra ai miei famigliari o ai miei colleghi tutti mi hanno detto che era buonissima, come può essere che la mia birra non sia andata in finale?”
    Infine voglio dire anche che un viudice beve pochissimo, fa alcuni sorsi spalmati in una mezza giornata e deve essere molto concentrato per tradurre in linguaggio verbale quello che sente al naso e in bocca. Mentre gli Homebrewer presenziano ai concorsi se la godono alla grande bevendosi le loro birre e quelle del locale ospitante.
    Meglio fare l’Homebrewer che il giudice. Lo dico perché sono stato in entrambe le posizioni.
    Resto in attesa dell’articolo di par condiciò.

  3. bravo FRANCESCO sei sempre esilarante !!

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