Con il mese di novembre all’orizzonte, negli Stati Uniti si ricomincia a parlare di Pumpkin Ale. Per quanto possa sembrare strano, questa tipologia di birre appartiene alla storia del movimento americano, in particolare al suo periodo pionieristico, quando i primi immigrati erano costretti a birrificare con ingredienti di fortuna in mancanza di orzo maltato. La zucca era uno di questi surrogati, il cui utilizzo si perse con il miglioramento delle tecniche produttive locali. Con la renaissance birraria del paese, la zucca tornò protagonista, impiegata per aromatizzare birre stagionali. E ovviamente l’occasione ghiotta è rappresentata dalla festa di Halloween, capace di smuovere un giro d’affari paragonabile solo a poche altre ricorrenze. Ma perché questa lunga introduzione sulle Pumpkin Ale? Per il semplice fatto che ho trovato alcune curiose analogie con uno stile (l’unico?) prettamente italiano: le birre alle castagne.
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'11Delle sottili analogie tra Pumpkin Ale e birre alle castagne
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'10Una panoramica delle birre alle castagne italiane
Autunno è tempo di castagne e, ovviamente, di birre alle castagne. Più volte abbiamo ricordato come questa tipologia di birra è estremamente diffusa in Italia, al punto che in molti (primo fra tutti Kuaska) la hanno elevata a primo e unico stile birrario tipicamente italico. In passato ho addirittura proposto di trovare un nome alla categoria, così da definire queste produzioni in modo univoco e distintivo. Su Microbirrifici.org sono catalogate sotto la denominazione Chestnut, che mi sembra piuttosto valida. A proposito del sito in questione, col suo supporto ne approfitto per offrire una panoramica delle birre alle castagne italiane.
ott
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'08Birra alle castagne: uno stile italiano in cerca di un nome
Con la crescente popolarità della birra artigianale in Italia, mi sembra che si avverta sempre più la necessità di trovare un’identità internazionale alla nostra cultura birraria, di affrancarsi insomma dalle tradizioni dei maggiori paesi europei in materia. Stiamo passando da una fase in cui abbiamo tratto ispirazione dalle realtà delle grandi nazioni birrarie a un momento in cui ricerchiamo una nostra autonomia, uno o più elementi caratteristici che differenzino il prodotto italiano dal resto d’Europa.
Si tratta di un’esigenza fisiologica, che segna il raggiungimento di una prima fase di maturità. Ho riscontrato questo desiderio di imporsi come realtà a se stante in molte circostanze: quando ad esempio è stato fondato il Consobir, Teo Musso ha parlato del progetto di impiantare nel nostro territorio la prima qualità di luppolo italiano, che dovrebbe diventare uno degli elementi unici delle birre nostrane.








