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Viaggio in Giappone: dove e cosa ho bevuto

Eccoci di nuovo qui, a inaugurare una nuova stagione birraria dopo la consueta pausa estiva. Concluse le due settimane di vacanza, che per il sottoscritto hanno coinciso con un fantastico viaggio in Giappone, da oggi Cronache di Birra torna regolarmente operativo con i soliti aggiornamenti quotidiani. Dicevamo del Giappone: impossibile pensare che il mio tour nella terra del Sol levante non abbia incluso anche la birra, considerando che negli ultimi anni nel paese nipponico si è sviluppato un certo interesse per i prodotti artigianali. Tuttavia non nascondo che mi aspettavo un’invasione di birra craft ben più consistente: a Tokyo gli indirizzi non mancano, sebbene occorra cercarli col lanternino nella fiumana di informazioni e luoghi che investe il comune visitatore; a Kyoto invece i locali specializzati meritevoli di attenzione sono davvero pochi, considerando che si tratta comunque di una città di un milione e mezzo di abitanti. Insomma, l’impressione è che in Giappone la birra artigianale si stia sì diffondendo, ma non rappresenti quel boom clamoroso riscontrabile in altre realtà.

Tokyo

Partiamo allora da Tokyo e dall’Ant ‘n Bee, il pub che ho visitato la mia prima sera nella capitale giapponese. Situato in un seminterrato del quartiere di Roppongi, è un locale piccolo ma molto accogliente, dove si respira grande passione per il prodotto. È gestito dalla mia amica Makiko Kawabe, che conobbi un paio di anni fa in giuria a Birra dell’Anno e che è stata gentilissima a incontrarci nonostante mancassero solo un paio di giorni alla sua gravidanza – nel frattempo è diventata mamma, congratulazioni! L’impianto consta di una decina di spine con sole birre artigianali del paese, selezionate con grande attenzione. Qui ho assaggiato la Hanakin Dandelion di Ise Kadoya (una scura acidula, definita “ibrida”), la Mazaku Ipa di Shiroyama (una Ipa discreta aromatizzata con agrumi) e la IPA n° 10 di Shika Kogen (una Double Ipa davvero ben fatta). Se avete in programma un viaggio a Tokyo vi consiglio caldamente di inserire l’Ant ‘n Bee tra le vostre destinazioni birrarie.

Tra le centinaia di locali che animano il folle quartiere di Shinjuku sono incappato nel Yona Yona Beer Works, marchio di proprietà del birrificio Yo-Ho (prefettura di Nagano). Il posto è sicuramente d’impatto: spazi ampi e splendidamente rifiniti, impostazione “americana”, bancone grande e abitabile e batteria di rubinetti a parete di sicuro effetto. Purtroppo le stesse descrizioni entusiastiche non si possono estendere alle birre, alquanto deludenti: la Seasonal 2017 American ESB è discreta al naso e sgraziata in bocca, la Yona Yona Ale piatta e caratterizzata da una sgradevole sensazione alcolica, la Suiyobi no Neko una Witbier poco carbonata e con coriandolo invadente. In definitiva non un indirizzo da tenere in considerazione, buono solo se siete in crisi di astinenza e non vi va di proseguire verso mete più interessanti.

È un po’ fuori dalle principali rotte turistiche ma merita sicuramente una o più visite il celeberrimo Bakushu Club Popeye, il più famoso locale birrario di Tokyo se non dell’intero Giappone. La fama risiede nell’incredibile numero di spine a disposizione: ben 70, con prodotti provenienti dalla madre patria e dal resto del mondo. Gli spazi non sono così ampi come i numeri dell’impianto potrebbero suggerire, ma per chi sta avanzando perplessità sulla freschezza delle birre bisogna considerare due aspetti: non tutte le spine sono sempre operative (quando ci sono stato ne erano attive una cinquantina) e il turnover dei clienti è sempre molto sostenuto. Tra le decine di birre disponibili ci sono quelle a marchio Strange Brewing, di proprietà dello stesso locale: ho provato la Uonona Summer Honey Saison (nella quale non ho trovato tracce né di miele né di Saison) e la Dark Mild (niente male, ma poco armonica e alla lunga stucchevole). Ovviamente mi sono orientato anche verso altri produttori: ho assaggiato la Session Ipa di Coedo (troppo carbonata e piuttosto anonima) e la Shimaguni Stout di Baird (molto in stile, gradevolissima e con un’ottima mouthfeel). Popeye è una destinazione da non mancare a Tokyo e non è una caso che sia segnalato anche dalle principali guide turistiche.

A proposito di Baird, che è uno dei produttori giapponesi più conosciuti, ho avuto la possibilità di visitare la loro tap room situata nel quartiere Harajuku, proprio alle spalle dell’assurda Takeshita Dori. Il locale è impostato come una classica izakaya (sorta di taverna alla giapponese) dove servono i tradizionali yakitori (spiedini di carne). A livello birrario il luogo può invece vantare la bellezza di 15 spine dedicate alle produzioni della casa, tutte di buon livello per gli standard giapponesi. La Rising Sun Pale Ale è una valida via di mezzo tra l’interpretazione classica dello stile (più evidente al naso) e quella moderna (finale agrumato); la Teikoku IPA una IPA molto classica, facile da bere anche se non particolarmente incisiva; la Dark Sky Imperial Stout un ottimo esempio dello stile, pur con qualche sbavatura sulla resa della nota alcolica; la Red Rose, infine, l’unica che non ho gradito particolarmente: poco maltata e luppolata, nel complesso anonima. Il locale di Baird è un’altra tappa da non mancare, anche perché situato in posizione strategica.

Prima di lasciare Tokyo e dirigerci a Kyoto ho incontrato birra craft in altre due occasioni. La prima ad Hakone, frequentatissima località turistica situata nelle vicinanze della capitale e celebre per i panorami del Monte Fuji e per altre attrazioni. In uno dei moli sul lago Ashi ho incontrato le birre di Hakone Brewery, non certo indimenticabili: la Hakone Pils sembra una copia delle versioni industriali, con una fastidiosa nota metallica; la Hakone Ale si distingue per una dolcezza stucchevole e per una veste artefatta. Decisamente meglio, ma non certo su livelli esaltanti le birre di Hoppy, birrificio di Tokyo di cui ho incrociato un banchetto espositivo nella mastodontica stazione centrale della città. Prodotti impersonali e insipidi, che non è un caso non aver incrociato nei vari locali della capitale.

Kyoto

Per i motivi espressi in apertura, a Kyoto sono riuscito a visitare solo due locali, ma entrambi molto interessanti. Il primo è Beer Pub Takumiya, che propone solo birre artigianali giapponesi a eccezione di una spina dedicata alla Guinness. Ci sono stato un paio di volte bevendo la Oushuu no Kaze di Kyoto Brewing Co. (una Blonde Ale molto piacevole e adatta alla stagione calda), la Hop White di Talmary (molto gradevole al naso, decisamente meno in bocca), l’American Ipa di Jangookuko (una IPA al miele più delicata del previsto, anche se alla lunga stancante), la Saison du Japon di Hitachino Nest (una Saison sui generis, prodotta con riso Koji) e la Daiton Gold di Daiton (spacciata per una Golden Ale, a me è sembrata quasi una IGA). Da segnalare anche la cucina del Takumiya, informale ma gustosa.

Il secondo locale che ho visitato a Kyoto è stato il Beer Komachi, caratterizzato da spazi angusti ma anche da un’atmosfera molto verace. Qui ho bevuto una Four Seasons Summer di Kyoto Brewing Co. (pulita e facile da bere, ma poco Saison), la Otoko Ume Summer Sour Ale di Ushi-Tora (acida realizzata con prugne, sale, basilico rosso giapponese e perilla rossa, meno peggio del previsto) e la Snow Monkey di Shika Kogen (New England IPA con naso in stile, ma troppo carbonata in bocca e priva della tipica mouthfeel della tipologia). Da segnalare che tra gli spuntini con cui accompagnare le birre c’è anche un ottimo sashimi di tonno, a prezzi incredibili per le nostre abitudini. Un’altra tappa che avrei sperimentato volentieri in città è la taproom annessa alla sede di Kyoto Brewing Co., ma è fuori mano e aperta solo di sabato e domenica, giorni che non rientravano nei miei programmi di viaggio.

In definitiva il Giappone rimane una meta interessante per la birra artigianale, ma non certo una delle priorità quando si pensa a una destinazione birraria nel mondo. Il livello delle produzioni mi è sembrato decisamente altalenante: i nomi conosciuti sono pochi, ma anche i soli che garantiscono una certa costanza qualitativa. In quanto a locali, ci sono due aspetti che mi hanno colpito. Il primo riguarda il servizio, che purtroppo è spesso trascurato: mi è capitato quasi ovunque di bere birre sovracarbonate (o al contrario piatte) e quasi totalmente senza schiuma. Il secondo riguarda l’impostazione dei pub, la stragrande maggioranza dei quali dispone di un piano cottura alle spalle del bancone: questo permette di offrire una cucina di buon livello anche in posti molto piccoli, ampliando l’offerta e aumentando la marginalità. Qualcosa di assolutamente impensabile con le regole in vigore in Italia e nel resto d’Europa.

Anche se non vi strapperete i capelli per la birra craft in Giappone, sappiate che si può bere discretamente bene senza particolari sforzi. Se poi vorrete buttarvi sul sake, vi segnalo tra gli altri il Jam Sake Bar di Kyoto, che è inspiegabilmente valutato come uno dei migliori luoghi birrari della città da Ratebeer (ha solo una birra alla spina). A ogni modo il Giappone merita una visita almeno una volta nella vita, con o senza birra artigianale. Kampai!

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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