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Le 10 birre che hanno cambiato i miei gusti in fatto di birra – Parte I

Complice il periodo abbastanza noioso, nelle ultime settimane siamo stati subissati da giochini e catene social. Cose che in altri periodi avremmo cestinato a prima vista, ma che durante il lockdown hanno permesso di passare il tempo in maniera alternativa e allontanare, almeno per qualche istante, i brutti pensieri. Tra queste iniziative sta girando nell’ambiente della birra artigianale un “contest” dedicato alle 10 birre che ci hanno svezzato come appassionati e che hanno rappresentato un passaggio chiave in termini gustativi nel nostro percorso di amanti della birra. L’idea è stuzzicante e anche più formativa di quanto potrebbe sembrare a prima vista, così ho deciso di partecipare al gioco pubblicando la mia personale lista sulle pagine di Cronache di Birra. Dieci birre non sono poche e ognuna merita un minimo di spiegazione, così ho deciso di dividere l’articolo in due parti. Oggi cominciamo con le prime cinque, che proverò a distribuire in ordine cronologico nella mia formazione di bevitore.

Tennent’s Super

Ho cominciato a bere birra artigianale intorno al 2003, quando avevo da poco superato i vent’anni. Fino ad allora ero stato un costante bevitore di Lager industriali da pub, come molti miei coetanei. Nonostante fossero tutti prodotti scialbi e anonimi, tentavo di capire quale incontrasse maggiormente i miei gusti. Oggi ritengo che quell’ingenua ricerca abbia rappresentato il primo seme per il mio futuro innamoramento nei confronti della birra artigianale: sebbene i risultati fossero irrilevanti, c’era in me una predisposizione che si sarebbe rivelata preziosa in futuro. Non ricordo quali fossero le mie birre industriali preferite del tempo, perciò scelgo l’inflazionata (e terribile) Tennent’s Super per un motivo sostanzialmente simbolico. Mi capitava spesso di consumarla a suon di boccali da un litro (all’incredibile prezzo di ottomila lire), seduto ai tavoli dell’inossidabile Birreria Trilussa. Mentre sorseggiavo la mia Tennent’s osservavo con curiosità quel minuscolo e disabitato pub posto dall’altra parte della strada, che qualche anno (e gestione) dopo sarebbe diventata la mia palestra di vita birraria.

Guinness

Il mito della Guinness crebbe in me grazie ai tanti Irish Pub che andavano di moda all’epoca, ma soprattutto per merito di un sito che ritengo estremamente importante nel mio percorso formativo: Antidoto. Potrei definirlo un mix pionieristico tra Tripadvisor e Ratebeer, gestito da un gruppo di appassionati – tra cui il “nostro” Francesco Antonelli – che giravano per Roma recensendo i migliori pub della capitale. Grande attenzione era riposta ai locali che spillavano la Guinness con tutte le accortezze del caso e fu grazie ad Antidoto che scoprii molte birrerie interessanti, come lo Shamrock, l’Abbey Theatre e soprattutto il piccolissimo The dog and duck di Leo. La Guinness fu quindi la prima birra per cui invertii il criterio di selezione delle mie uscite: cominciai a non scegliere più la birra in base al pub, ma il pub in base alla birra. Il forum di Antidoto, tra l’altro, era frequentato da molti utenti che poi sarebbero diventati i miei migliori compagni di bevute.

Andechs Doppelbock

Il passo decisivo per entrare nel mondo della birra artigianale fu la scoperta del Ma che siete venuti a fa’ a Trastevere. Fu amore a prima vista e l’inizio di un viaggio senza più ritorno, che continua ancora oggi a distanza di oltre quindici anni. Il Macche divenne presto la mia seconda casa ed è impossibile contare tutte le giornate passate tra quelle quattro mura ammuffite, scandite dalle birre proposte all’epoca. Al tempo il pub era ancora legato a un distributore (Interbrau per l’esattezza), dunque la rotazione dei prodotti alla spina quasi inesistente. Proprio quella costanza però facilitò il mio innamoramento per alcune birre che per me hanno rappresentato una sorta di rito di passaggio: Bush 12, Tripel Karmeliet, Augustiner Helles e soprattutto Andechs Doppelbock. Per quella produzione bavarese iniziai a coltivare una totale devozione: ricordo le partite dell’Europeo trasmesse al Macche, che accompagnavo puntualmente con un Maß di Doppelbock nel primo tempo e uno nel secondo – per fortuna poche partite finirono ai supplementari. Con me c’era il fidato amico Pisky, che oggi lavora proprio dietro le spine del Ma che siete.

Turbacci Noel

Credo che la Turbacci Noel sia stata la prima birra artigianale italiana che ebbi occasione di assaggiare. Eravamo ancora nella prima metà degli anni 2000 e i birrifici operativi nei pressi di Roma erano pochissimi e per lo più sconosciuti. Sapere perciò che a Mentana, appena fuori il Raccordo Anulare, c’era un produttore attivo da quasi dieci anni, era motivo di grande curiosità per un appassionato alle prime armi come il sottoscritto. Tuttavia non assaggiai la prima birra di Turbacci nel loro bel brewpub all’interno del palaghiaccio locale, bensì sempre al Macche: ricordo ancora distintamente il momento in cui Manuele Colonna condivise con me il suo bicchiere di Turbacci Noel. Chiaramente era inverno e probabilmente quella fu anche una delle prime Kerstbier che bevvi nella mia vita.

Moinette Blonde

A questa birra di Dupont è legato un aneddoto a cui sono molto affezionato e che coinvolge molte persone citate finora, assumendo quindi un valore particolare per il sottoscritto. Tutto iniziò con un evento per publican e operatori del settore, organizzato da un distributore (forse proprio Interbrau) in collaborazione con Antidoto. Tra i partecipanti ci sarebbe stato anche il Colonna, che nei giorni precedenti allargò l’invito anche a me e al Pisky, nonostante fossimo semplici consumatori. Non è difficile immaginare il nostro entusiasmo di fronte a quell’offerta, che comunque fu minimo se paragonato all’estasi che provammo una volta giunti sul posto: c’erano un paio di impianti di spillatura con una decina di vie ciascuno e la possibilità di provare tutte le birre senza alcun limite. Raccontai di quella giornata e del mio primo incontro con Kuaska e Mike Murphy in un pezzo risalente a quasi dieci anni fa, che vi invito a leggere. Ciò che non spiegai all’epoca, citandola appena, fu la mia infatuazione per la Moinette Blonde, da cui fui letteralmente rapito. Da quel momento decisi che l’avrei ribevuta, ma l’unico pub ad averla alla spina a Roma si trovava dall’altra parte della città. Nessun problema: passai diverse serate imbottigliato nel traffico romano solo per raggiungere la birreria (non ricordo il nome purtroppo) e bere ancora una volta quella fantastica birra.

A domani con le prossime cinque birre. Ripartiremo da una storica creazione italiana e da una birreria che è rimasta nel cuore di tanti appassionati romani: il Bierkeller.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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5 Commenti

  1. Avatar

    Premetto che il sottoscritto beve artigianale coscientemente dal 2009 inoltrato, quando entrò in contatto per le prime volte con beershops come Jhonny’s off licence e Gradi Plato.

    1) Schneider Weiss Tap 6
    Ho nominato questa perché è quella che mi è rimasta più impressa, ma potrei citare insieme con questa anche la Tap 1, Tap 4 , la Weiss di Franziskaner e tutte le altre proposte in cui mi sono imbattuto nientepopodimeno che da Blockbuster. Ebbene sì… lì ho avuto senza ancora saperlo il mio primo inconsapevole incontro con la “birra diversa”. Prima, ma anche dopo, essendo un “uomo da trasferta” mi sono bevuto ettolitri di Ceres percorrendo su e giù lo Stivale. Cosa che continuo a fare, ma accompagnato da ben altri prodotti che promuovo ai miei compagni di viaggio in maniera talmente assillante che mi chiedono se faccio il commerciale per conto di qualche birrificio o distributore

    2) HB Original
    Anche qui, fu uno dei primi prodotti divergenti dalle “solite minestre” che iniziai ad incontrare con una discreta frequenza (insieme alla già citata da Andrea, Tripel Karmeliet). Ero ancora abbastanza piccolo di età ed avevo una conoscenza nulla anche delle caratteristiche più basilari delle birre (di bassa/alta fermentazione non avevo alcuna nozione e non ero il solo…), ma mi si spalancò un mondo davanti perché in una trasferta in quel di Monaco mi ero prefissato di andare a bere l’HB alla fonte. Fu la prima volta che partii con un itinerario mentale che prevedeva una sosta specifica per bere una determinata birra. Ovviamente, non assaggiai solo l’Original ma anche le altre proposte del Birrificio (Dunkel, Schwarze Weiss, ecc) e tornai a casa urlando agli otto vènti che il prodotto che ci veniva servito ai nostri pub era assolutamente diverso. Dicevo “se ti mettono davanti l’HB dell’Invisible è una birra, se ti mettono affianco l’HB di Monaco è un’altra birra”. Ho quasi nostalgia di quella ingenuità, dato che ero completamente all’oscuro che la birra che ci servivano era prodotta da stabilimenti HB in Italia, ma sono anche felice del mio percorso autodidatta che è partito da queste esperienze.

    3) La Rulles Estivale
    Ancora acerbo di esperienza e pieno di paletti mentali da abbattere, quando incontrai tale prodotto il tempo si fermò. Mi ricordo perfettamente che mi venne consigliata dal gestore del beershop dell’epoca e senza troppo entusiasmo, dato il prezzo della bottiglia, feci questo passo. Per la descrizione delle emozioni che ho provato rimando all’Atto II dell’opera di Shakespeare ambientata a Verona. Fu il mio punto di partenza per iniziare a bere artigianale e che mi catapultò in un modo nuovo e tutto da scoprire passo dopo passo in un cammino che continua tutt’ora.

    4) Guinnes
    Prima (irish)Stout che ho bevuto. Assaggiata anche prima della citata Rulles Estivale poiché da sempre molto apprezzata dalla mia genitrice. Sarò breve perché praticamente ha già raccontato tutto Andrea. Irish pubs di Roma, stesse offerte in locali diversi ma speculari quindi Kilkenny, Harp di diversa gradazione ecc… Non fu amore a prima sorsata ma ho iniziato ad apprezzarla piano piano. La mia conoscenza del mondo stout iniziava e finiva con Lei. Se guardo alle “perle scure” che ho in cantina ad invecchiare sembrano passati secoli, eppure tutto iniziò lì.

    5) Tipopils
    Sempre sotto suggerimento del gestore del beershop dell’epoca (2009/2010). Mi ricordo perfettamente che mi è stata presentata come una “Pilsner leggermente più amarognola”. Ovviamente il concetto di “Italian Pils” non balenava neanche lontanamente nel lessico di riferimento. Prima di passare a tipologie brassicole caratterizzate da un amaro preponderante, mi fermai un bel po’ su questo capolavoro. Mi prendevo SEMPRE Lei. Appena colta la bottiglia del frigo del beershop, nonostante ve ne fossero già altre al fresco, la prima cosa che dicevo era “me ne metti subito un’altra in frigo”. Tutt’ora penso che sia tranquillamente nelle 10 birre che ho apprezzato di più in vita mia. Quando tutt’ora la trovo attaccata a qualche spina non me la lascio scappare. Una delle poche birre che non esito ad accostare ad un buon piatto (forse perché ne ho bevuta troppa e ormai ci conosciamo a vicenda). Su quest’ultima affermazione mi sento in dovere di dare una piccola spiegazione della mia visione allo stimatissimo (e già so che si farà una risata, data la sua formidabile autoironia) Salvatore Cosenza. Carissimo, io sono un grande fan dell’accostamento birra artigianale/cucina di qualità e la pensiamo allo stesso modo riguardo alla maggior duttilità della birra rispetto al vino per accompagnare un buon piatto sia esso di terra, di mare ecc. Confesso con altrettanta leggerezza d’animo che però, soprattutto quando degusto una birra per la prima volta, mi piace “studiare” il prodotto in sé, per poi magari farmi un’idea di quale sarebbe la pietanza che potrebbe essere esaltata o semplicemente ben accompagnata dall’accostamento con tale birra. So che mi hai/avete capito, ma ti sparo comunque un esempio: cena di pulled pork. Accostare alla portata una Rauch non precedentemente assaggiata sarebbe un azzardo che potrebbe costarmi una copertura dell’affumicatura(magari ben decisa) della birra ai danni dell’affumicatura (magari più delicata) del pulled pork; ed allora probabilmente invece di prendermi quella birra solo perché ritenuta “idonea” come stile, avrei ipoteticamente preferito una Keller o una Smocked Porter con affumicatura più qualificata per l’ accompagnamento. Quindi 100% sì all’accostamento birra/cucina, ma prima bisogna conoscere entrambi i prodotti dell’accostamento. E’ pur vero che è sbagliando che si impara, ma nessuno parte per sbagliare.

    Al prossimo papiro in vista delle prossime cinque birre.

    Grazie ragazzi.

  2. Avatar

    Bellissimo articolo! La birra che non dimenticherò mai è la bitter & twisted di harviestoun, presa al johnny off license ormai più di dieci anni fa, fu l’apripista a tutto quello che ho bevuto dopo!
    Non posso non ricordare poi un posto fantastico di Roma che è lo Stone Age vicino piazza Lodi a Roma, gestito da Tiziano che divento il mio pubblican di riferimento e mentore. Quanti ricordi!!!

  3. Avatar

    Oddio, la Moinette Blonde è una delle mie birre del cuore e la bevo ancora abbastanza regolarmente 🙂

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