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Più garanzie per i consumatori

BirraIl post di lunedì sulla creatività dei birrai italiani ha destato molto interesse e si è arricchito del contributo di diversi interventi, tutti preziosi. Oggi mi sono imbattuto in un “editoriale” di Davide Bertinotti su Microbirrifici.org, che in qualche modo si ricollega ad alcune riflessioni che erano emerse su queste pagine. Davide riporta alcuni passaggi di una lettera ricevuta da un amico, il quale critica la generalizzata mancanza di attenzione nel nostro paese nei confronti del risultato finale di una birra artigianale. Il discorso è sempre lo stesso: di base è inamissibile che il consumatore finale si ritrovi tra le mani un prodotto scadente o con difetti evidenti, soprattutto a fronte di prezzi poco accessibili.

La questione torna spesso d’attualità, e una delle risposte è che si tratta di un aspetto inevitabile per un prodotto artigianale. Giusto: la birra artigianale è un prodotto vivo, in continua evoluzione, non trattato industrialmente. Il rovescio della medaglia di questa situazione è anche la possibilità di aprire una bottiglia che non sia proprio a posto. Ok ci sto, fa parte del gioco, sono ben contento di avere un’alternativa di qualità alle lager industriali, anche se questo significa ogni tanto ritrovarsi con una birra “problematica”.

Fin troppo facile però capire che questo discorso è valido finché il rapporto tra birre marce e birre a posto è fortemente sbilanciato in favore delle seconde. Se cioè il prodotto con difetti si allontana dall’eccezione per diventare la regola (o quasi), allora c’è qualcosa che non va. E il gioco non vale più la candela. Illuminante in questo senso un estratto ripreso dalla suddetta lettera:

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Se tu fai una cotta buona e dieci no (Fantome docet per me) per me hai avuto culo la volta buona, non è che devo bere porcherie per 9 volte perchè “devi affinare” e perchè c’è il miraggio della cotta perfetta.

Dal punto di vista del consumatore credo ci sia poco da obiettare. Non è neanche un discorso completamente riconducibile a colui da cui parte tutto il meccanismo che poi porta sul tavolo del bevitore la sua bottiglia di birra. Però sicuramente sarebbe apprezzabile un maggior controllo sul risultato finale, che dipende non solo da chi la birra la fa, ma anche da chi la distribuisce, la conserva e la rivende. Insomma verificare tutto l’iter produttivo e distributivo. Probabilmente un’utopia al momento e in futuro, almeno fino a quando in Italia il settore artigianale resterà una nicchia.

Andrea Turco
Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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5 Commenti

  1. Questo discorso è legato in maniera indiretta a quello fatto qualche thread addietro. L’unico strumento che il consumatore ha è quello di esprimere il proprio dissenso nelle situazioni che lo vedono sfavorito. Molti locali dove si serve birra artigianale si trincerano dietro l’alibi della “non industrialità” del prodotto per mascherare lacune nella filiera distributiva, altri invece stanno prendendo (esperienza personale) la sana abitudine di stappare al tavolo la bottiglia per un check pre-consumo. Ecco,questa è la strada che i gestori dovrebbero perseguire, per eventuali problemi ogni parte deve prendersi la propria responsabilità…a partire dal consumatore…
    Anche perchè, come diceva giustamente qualcuno, se vuoi fare sperimentazioni, me le fai pagare allora a prezzo sperimentale 😉

  2. I gestori dei locali andrebbero anche un attimo avvertiti. Mi è capitato di prendere una birra che sapeva di uovo marcio e il gestore, alle mie osservazioni, mi rispose: non ci posso fare niente, la birra è quella, non ci sono dentro. No, a questo non ci sto. Se un “lotto” è venuto male va quantomeno ritirato e al consumatore va data un’altra birra. Se non diventa comune questa abitudine, il mercato dell’artigianale, in particolare della birra artigianale, rimarrà una nicchia e tutti i microbirrifici, eccetto forse una decina, saranno obbligati a chiudere per il “non saperci fare” di tutto il movimento.

  3. A me è capitato purtroppo di vendere una bottiglia (ho un negozio quindi non “posso” far assaggiare prima di comprare) non a posto. Purtroppo, assaggio quotidianmente le birre, ma non ce la faccio con tutte (son + di 300) e quando mi accorgo, se proprio ve lo devo dire me la prendo in saccoccia, perchè son pochi i distributori o i birrifici che si riprendono il lotto fasullo e te ne danno uno a posto. Io al cliente l’ho cambiata a mia spese quando me l’ha detto, anche perchè mi è dispiaciuto, dicendogli che “ogni tanto” può capitare per diversi motivi, ma questo implica anche che in un beershop è forse meglio evitare birre che facilmente si deteriorano o non reggono? Il cliente secondo voi ha capito bene la situazione, nonostante le diverse spiegazioni?
    E soprattutto 1 bottiglia oggi e 1 bottiglia domani che cambi i conti ( e son tanti per tutti) non tornano…
    Dura ma teniamo duro tutti 😀
    Mirko

  4. Mirco, ma quando un distributore o un fornitore non si comporta come tu fai con il cliente tu che fai? Non vendo, magari certi meccanismi non mi sono chiarissimi…Ma farglielo presente e poi cambiare forse potrebbero essere la soluzione, anche a costo di non avere in gamma certe birre. Però ammetto che per chi ci deve campare qualche problema può esserci.

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