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Pub aperti in Regno Unito: code e tutto esaurito, ma la normalità è lontana

Una delle prime conseguenze dell’efficace campagna vaccinale del Regno Unito sarà un notevole rimbalzo del Pil nel secondo trimestre dell’anno. A guidare il rilancio dell’economia britannica saranno i pub, che in questi giorni stanno festeggiando l’allentamento delle restrizioni anti-coronavirus e un primo ritorno alla normalità. Da noi solo ora si cominciano a tracciare vaghi programmi per le riaperture, dunque è naturale accogliere le notizie provenienti dalla Gran Bretagna con un misto di invidia, speranza e insofferenza. Ma ciò che sta accadendo al di là della Manica non è tutto rose e fiori: la nazione è ancora lontana da riacquistare una condizione pre-Covid e lo stesso settore della birra si trova a vivere un momento contraddittorio, caratterizzato da prospettive positive per il futuro, ma anche da tanti dubbi su cosa accadrà nei prossimi mesi. Al di là dei facili entusiasmi, come sempre la realtà è più complessa a sfaccettata di come appare a una prima analisi.

Chiariamo subito un concetto: nel Regno Unito i pub hanno riaperto, ma permangono forti limitazioni. La più evidente riguarda la somministrazione, che al momento è ancora vietata in ambienti chiusi: ciò significa che i clienti possono sedersi ai tavoli, ma solo se sono disponibili spazi all’aperto. Per questa ragione molti locali non hanno potuto riaprire oppure hanno preferito non farlo in assenza di dehors sufficientemente grandi. In aggiunta non bisogna dimenticare che l’ultima volta che i pub britannici rimasero aperti era Natale (o poco dopo in base alle regioni) e da allora il Regno Unito ha dovuto confrontarsi con restrizioni molto severe, non riguardanti solo il settore della ristorazione. La somministrazione al chiuso sarà nuovamente concessa a partire da metà maggio, quando a quanto pare anche in Italia i locali saranno tornati a operare senza molte delle attuali limitazioni. Insomma, prima di abbandonarci allo sconforto e alla gelosia è opportuno tenere in considerazione tutti questi aspetti, fermo restando che il piano vaccinale britannico è stato portato avanti in maniera esemplare.

A ogni modo è bastato allentare un po’ le restrizioni e riaprire i pub per scatenare una sorta di eccitazione collettiva. Come riportato da Il Sole 24 Ore, in patria il lunedì delle riaperture è stato battezzato “Manic Monday” per sottolineare le file che si sono create in ogni attività fornita di spazi all’aperto. Dopo mesi di pesanti sacrifici, alla prima occasione gli inglesi hanno preso d’assalto pub e locali, contribuendo in maniera decisiva al rilancio dei consumi. Come accennato, gli analisti si aspettando un prevedibile rimbalzo del Pil come reazione a un lungo periodo di depressione economica. I tavoli di molti pub e ristoranti risultano già prenotati almeno fino a giugno e tanti esercenti già parlano di una frenesia mai sperimentata prima, neanche negli anni migliori. Frenesia che non ha mancato di creare problemi, come accaduto al pub di Coventry che è finito sotto investigazione da parte delle autorità per aver riaperto sin dalla mezzanotte del primo giorno di riaperture – probabilmente avrete visto le foto della lunghissima coda di gente creatasi per l’occasione, non certo ammirevole in un momento del genere.

L’entusiasmo che sta accompagnando le riaperture non cancella però la devastazione che si è abbattuta nel settore birrario britannico. Come prevedibile molti locali non sono sopravvissuti alla pandemia, nonostante i ristori e gli aiuti statali. Da anni il Regno Unito affronta una grave crisi dei pub, con tassi di chiusure annuali sempre più preoccupanti. Inutile sottolineare che l’emergenza sanitaria ha acuito questo problema, sferrando il colpo di grazia a tante attività che già navigavano in acque agitate. Nel 2020 il bilancio tra aperture e chiusure ha raggiunto numeri clamorosi, con un saldo negativo di 5.970 unità: il numero di pub costretti a chiudere i battenti sono stati quasi il doppio di quelli dell’anno precedente.

Come sempre succede in situazioni del genere, le distanze tra piccoli e grandi operatori tendono a intensificarsi. In altre parole a pagare la crisi sono stati soprattutto i pub piccoli o a conduzione familiare: un danno incalcolabile per l’economia del paese e ancor di più per il tessuto sociale del Regno Unito. L’unica consolazione arriva dalla British Beer & Bar Association, secondo cui negli ultimi anni si è verificato uno spostamento dei consumi verso il segmento premium, rappresentato in parte dalla birra artigianale: un fenomeno che limita solo in parte le pesanti ripercussioni della chiusura dei pub sulle tradizioni e sul senso d’identità di un intero popolo.

Il Regno Unito può festeggiare la riapertura (limitata) dei locali e la rinnovata ventata di ottimismo per il futuro. Ma, come spiegato in apertura, la situazione non è così idilliaca come potrebbe sembrare a prima vista. Secondo gli analisti di Standard & Poor ci vorranno almeno tre anni per tornare ai livelli del 2019, dunque la strada verso la normalità è ancora lunga e non dipende esclusivamente dall’efficacia di un piano vaccinale. Molti pub inglesi continueranno a chiudere con ritmi superiori al passato e questo permetterà ai grandi gruppi di ampliare la propria presenza sul mercato. In tutto ciò occorre sperare che sia preservata la birra artigianale e la cultura birraria locale.

L'autore: Andrea Turco

Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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