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I pericoli (sventati e concreti) che minacciano la birra trappista

Se ripercorrete gli articoli di Cronache di Birra sin dal suo inizio, vi accorgerete che per molti anni quelli dedicati alla birra trappista sono stati pochissimi. Si tratta infatti di un mondo tendenzialmente chiuso – e non potrebbe essere altrimenti, essendo popolato esclusivamente da monaci di clausura – in cui tutto sembra rimanere identico a sé stesso nello scorrere del tempo. Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato: abbiamo assistito alla nascita di nuovi birrifici trappisti (anche in Italia), al lancio di prodotti inediti dopo decenni di immobilità, a cambiamenti radicali in consuetudini commerciali consolidate. Tutti questi avvenimenti si spiegano con la crescente attenzione dell’opinione pubblica per la birra artigianale, che in aggiunta facilita la circolazione delle notizie. Ma anche con un’indubbia apertura di molti birrifici trappisti verso un certo tipo di comunicazione più orientata al mercato, diventata necessaria vuoi per le trasformazioni indotte dalla pandemia, vuoi per problematiche più profonde legate alla vita monastica in epoca moderna.

Non deve quindi meravigliare se da ieri molte testate nazionali (come il Corriere della Sera) stanno rilanciando una notizia relativa a Rochefort, di cui ci eravamo occupati a fine 2016. In quell’occasione raccontammo del braccio di ferro tra la comunità monastica dell’Abbazia di Notre-Dame de Saint-Remy e l’industria mineraria Lhoist, interessata a ampliare la cava di calcare adiacente alla sorgente Tridaine, da dove proviene l’acqua per le birre Rochefort. Sin dal 1833 il monastero detiene infatti un diritto di servitù sulla fonte, che in realtà è di proprietà di Lhoist: forte di questa posizione, il gruppo minerario sta da anni rivendicando la necessità di allargare la cava per continuare a estrarre calcare, pena l’interruzione di ogni attività in loco a partire dal 2022. I monaci di Rochefort si sono sempre opposti a quella richiesta, spiegando che un intervento del genere potrebbe compromettere la composizione dell’acqua e di conseguenza la qualità delle loro tradizionali birre. A nulla sono servite le perizie condotte da Lhoist, secondo le quali i lavori non produrranno alcuno degli effetti negativi tanto temuti: i frati si sono sempre dimostrati irremovibili.

La vicenda si è presto trasformata in un contenzioso tra le due parti. Dopo l’allarme lanciato dai monaci, nel 2014 le istituzioni della Vallonia revocarono il permesso di procedere con i lavori a Lhoist, appellandosi ad alcuni cavilli formali nella domanda presentata dal gruppo minerario. La questione finì sotto la lente d’ingrandimento del Consiglio di Stato, ma prima ancora di un suo pronunciamento Lhoist presentò una domanda ex novo, questa volta priva di problemi. Operazione che non ebbe fortuna, perché fino a oggi i monaci hanno raccolto solo vittorie, riuscendo così a scongiurare le operazioni previste nel cava di calcare. L’ultimo successo è storia recente, perché qualche giorno fa la Corte di Appello di Liegi ha confermato che la sorgente va tutelata, permettendo dunque a Rochefort di tirare un ulteriore sospiro di sollievo. Ora manca l’ultimo passaggio, quello in Cassazione, per considerare la vicenda chiusa per sempre, almeno fino a prova contraria.

La vittoria di Rochefort scompare però di fronte a un pericolo più profondo, che non minaccia soltanto l’Abbazia di Notre-Dame de Saint-Remy ma tutto il mondo trappista. Ricorderete che a gennaio scrivemmo di come il birrificio Achel avesse perso il tanto agognato logo Authentic Trappist Product, a causa della disgregazione della locale comunità monastica. In altre parole, non c’erano più frati a seguire l’attività brassicola, uno dei tre criteri imprescindibili affinché un birrificio possa definirsi trappista a tutti gli effetti. La vicenda attirò l’attenzione dell’opinione pubblica sul problema della continuità delle comunità monastiche, messa a dura prova dal costante processo di secolarizzazione. In pochi giorni diverse testate nazionali si concentrarono sulla questione, spiegando che il problema riscontrato da Achel potrebbe riguardare anche altri monasteri Cistercensi della Stretta Osservanza (e di altri ordini), mettendo a rischio l’esistenza stessa della birra trappista.

Il motivo del declino è spiegato chiaramente da Il Post:

La scarsità di nuovi monaci trappisti ha cause simili a quella riscontrata in altri ordini religiosi. I monaci sono invecchiati e nel frattempo il mondo si è secolarizzato sempre di più. La vita monastica, fatta di meditazione, lavoro e rinunce, attrae ormai pochissime persone. Nel caso dei trappisti, poi, reclutare nuovi membri è ancora più difficile perché la regola dell’ordine impedisce loro di aprirsi al mondo oltre una certa misura. A differenza di altri ordini religiosi, per esempio, fanno un uso molto limitato dei cellulari e di internet.

Per questa ragione le recenti “aperture” dei birrifici trappisti che abbiamo citato all’inizio non andrebbero interpretate tanto come una sorta di tradimento dei propri principi, quanto il tentativo di sopravvivere in un contesto che risulta sempre più impervio. Banalmente, se i monaci scarseggiano, scarseggiano anche le risorse necessarie per il mantenimento della vita all’interno del monastero. Come riporta ancora Il Post:

Nonostante le aperture, non è chiaro come i monaci trappisti – e i loro prodotti – potranno evitare il declino in corso senza snaturarsi e perdere la propria identità. Secondo Manu Pawels, responsabile del marketing del marchio belga Westmalle, «i monaci credono in Dio, e sperano che sarà lui a risolvere la questione».

L'autore: Andrea Turco

Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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2 Commenti

  1. La penuria di vocazioni, che tocca un po tutti quanti gli ordini religiosi, comporterà inevitabilmente, una “revisione” della regolamentazione anche nel settore della produzione birraria monastica. Ritengo che, se ciò non avverrà, le birre “religiose” saranno sempre meno. Personalmente, credo che pur cambiando le regole, se le ricette sarebbero salvaguardate, non ci troverei nulla di scandaloso. Si farebbe di necessità virtù.

    • Probabilmente andrà così. Già permettendo la supervisione della produzione a un’altra comunità trappista (come succede attualmente per Achel) il problema sarebbe meno pressante

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