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Vendere il proprio birrificio a causa delle Hazy IPA: il caso Trinity Brewing

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla vendita di tanti birrifici artigianali, per i motivi più disparati: l’interesse di qualche grande colosso del settore, difficoltà economiche non più sostenibili, l’uscita di scena dall’assetto societario di un personaggio particolarmente importante. Mai però era accaduto che un imprenditore decidesse di cedere il suo birrificio perché stanco della direzione intrapresa recentemente dal settore. Sarebbe questo il motivo che avrebbe spinto Jason Yester a vendere la sua Trinity Brewing all’imprenditore e homebrewer Matthew Dettmann, il quale è ora il nuovo proprietario del brewpub da oltre 500 mq situato a Colorado Springs, nello stato del Colorado. Come racconta il sito Westworld, Yester è stato sempre un personaggio sopra le righe, estroverso e geniale, ma anche polemico e irrequieto. Ciononostante la sua scelta ha destato una certa impressione nell’ambiente, perché maturata sulla base di alcune considerazioni piuttosto centrali nel dibattito birrario del momento.

Secondo Yester la birra craft negli Stati Uniti ha raggiunto da tempo il suo picco e ora si sta preparando ad affrontare un momento di crisi. L’evidenza arriverebbe dal successo delle Hazy IPA, ma anche da altre tipologie emerse di recente, come le Pastry Stout e le birre dalle sembianze di succhi di frutta:

Ritengo che la birra americana abbia raggiunto il suo picco e non credo che potrà migliorare. In effetti è stata dura per me vedere come sia peggiorata negli ultimi due anni. La birra artigianale ha incarnato un movimento… Ha rappresentato un periodo speciale. Ma quando le Hazy IPA hanno raggiunto il successo, tutto è sembrato prendere un’altra strada e verso una direzione che non mi ha più ispirato.

Non mi sento più parte dell’ambiente. È davvero difficile constatare dopo 24 anni che il settore – un settore che era molto diverso da quello attuale – è diventato così omogeneo in termini di stili birrari. Sento che si è persa gran parte della creatività che c’era prima.

Che la scena birraria americana (e internazionale) sia sempre più influenzata dalle mode è evidente, ma quella delle Hazy IPA non è l’unica. È impossibile non sottolineare, infatti, che il birrificio Trinity divenne famoso nell’ambiente grazie alla sua Red Swingline (4,1%), una Sour Session IPA fermentata con soli Brettanomyces, brassata con l’aggiunta di scorza di limone e mandarino e affinata in botti di rovere francese ex Chardonnay. Una birra – vincitrice tra l’altro della medaglia d’oro nella sua categoria al Great American Beer Festival del 2009 – che incarnava diverse tendenze emergenti del mercato craft: le maturazioni in legno, l’uso di lieviti non ortodossi, la creazione di IPA dal basso contenuto alcolico, l’aggiunta di agrumi in birre luppolate (le Grapefruit IPA vi dicono nulla?), l’accostamento tra acido e amaro (sigh!).

Rispetto ad alcune di queste tendenze la birra di Yester fu sicuramente in anticipo sui tempi, tanto che la sua idea di ricorrere esclusivamente a Brettanomyces fu considerata visionaria e influenzò diversi birrifici americani. Indubbiamente fu il frutto di uno studio sul comportamento di questi microrganismi, innestato tuttavia su un’intelaiatura che seguiva alcune correnti ben precise. In altre parole anche dietro il moltiplicarsi di tante Hazy IPA, che possono apparire come la prova di un mercato sempre più omologato, può nascondersi un’analisi approfondita sulle materie prime. Basti pensare alle considerazioni che per mesi (se non anni) si sono rincorse sulle caratteristiche dei lieviti del New England o sulla liceità dell’aggiunta di cereali alternativi all’orzo maltato.

Ma evidentemente Yester aveva individuato nelle torbide IPA del New England il simbolo di un settore nel quale non si ritrovava più. Basti pensare che nel 2018 arrivò a scrivere pubblicamente:

Penso che produrrò tre birre chiamate Puree Party, Soulless e Cheap Trick. Fanculo a tutta questa merda, sta letteralmente distruggendo ciò per cui ho lavorato negli ultimi venti anni. Fanculo al lattosio, fanculo alle birre hazy con etichette viola e basate tutte sulle stesse identiche ricette, e fanculo ai colori primari. Fanculo a chiunque supporti questa merda.

Sembra di leggere l’incipit di Trainspotting, invece sono le parole di un birraio che qualche mese dopo decise di scendere a patti con la popolarità dello stile e lanciare la sua Hazy IPA: fu battezzata sarcasticamente Hype Forager e l’etichetta si presentò con un trionfo di colori primari, palloncini a forma di cuore e caratteri tipografici vorticosi. Non a caso, quasi contemporaneamente, Yester cominciò a cercare un acquirente per il suo brewpub: quella creazione rappresentò una sorta di ironico testamento spirituale con cui chiudere il suo rapporto con un mondo che nel quale non si sentiva più a suo agio. O, più verosimilmente, nel quale non trovava più le certezze (creative ma anche economiche) del passato.

Yester ha probabilmente venduto la sua Trinity Brewing per una serie di valutazioni, nelle quali la noia per le tendenze assunte dall’ambiente rappresenta solo uno dei tanti motivi e forse neanche il più importante. Le sue dichiarazioni però evidenziano ancora una volta la tendenza all’omogeneizzazione assunta dal settore della birra artigianale, ammesso tuttavia che stia avvenendo davvero. La birra artigianale è infatti più noiosa oggi, con il successo delle Hazy IPA e delle Pastry Stout, o lo era in passato, a causa delle battaglie a suon di IBU e al proliferare di Black IPA? Da quando è cominciata la rivoluzione internazionale della birra craft le mode si sono susseguite a velocità importanti, senza che questo abbia impedito il diffondersi di tante tipologie diverse. Che certe tendenze non possano piacere è normale, ma fa parte del gioco. E il gioco secondo me resta ancora estremamente divertente.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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