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Alcune considerazioni su Birra dell’anno 2012

Ormai credo che molti di voi abbiano appreso i risultati di Birra dell’anno 2012 di Unionbirrai, il più importante concorso sulla birra artigianale organizzato in Italia (chi ancora non li conoscesse, può consultare il mio post di questa mattina con i podi delle 20 categorie). A questo punto possiamo lanciarci in qualche considerazione, che mai come quest’anno sarà interessante. Prima però qualche numero: l’edizione appena conclusa ha visto la partecipazione di 448 birre, prodotte da 85 diversi birrifici e valutate da 32 giudici – in realtà 31 a causa delle defezione di Maurizio Maestrelli per una sfortunata influenza. Come sottolinea Alberto Laschi, sono numeri impressionanti, soprattutto se confrontati con quelli delle precedenti edizioni (100 birre da 32 birrifici solo nel 2006).

Mi piace partire con il birrificio vincitore del contest, ossia lo storico Birrificio Italiano. Per Agostino Arioli (visibilmente emozionato al ritiro del premio) si tratta di una grande soddisfazione e di un ritorno alla vittoria dopo ben 5 anni. Interessante notare che nelle tre edizioni di mezzo il riconoscimento è andato due volte al Ducato, il cui birraio Giovanni Campari è uno dei migliori discepoli di Agostino. Se insomma vogliamo trovare un luogo che ha influenzato la storia del movimento italiano, direi che abbiamo avuto un’ulteriore conferma che bisogna cercare in zona Lurago Marinone (CO) – sebbene proprio negli scorsi giorni il birrificio abbia inaugurato il nuovo impianto produttivo in un comune limitrofo. Interessante rilevare anche che il premio è arrivato grazie a birre “strane”, a voi decidere se si tratta di un aspetto positivo o negativo.

Guardando ai risultati in generale, si nota una presenza costante dei nomi più consolidati, ma spesso al di sotto della prima posizione. In altri termini, le medaglie d’oro quest’anno hanno presentato parecchie sorprese: dalla Slurp! di Sor’a’lama’ (clamorosamente davanti proprio alla Tipopils del Birrificio Italiano) alla Pomposa del giovane Birrificio Emiliano, dalla Montinera del Piccolo Birrificio Clandestino alla Charlotte del BiRen, dalla Petra di La Gastaldia alla Norma di San Michele. Diversi birrifici importanti hanno mancato il podio (ma purtroppo non sappiamo quanti di essi abbiano effettivamente partecipato), mentre tante giovani realtà hanno raggiunto incoraggianti risultati.

Impossibile poi non parlare di quanto avvenuto nella categoria 5, quella relativa alle birre luppolate di ispirazione angloamericana – per capirci IPA, APA e via dicendo. La giuria infatti ha deciso di non assegnare il primo premio, lasciando il podio di fatto sguarnito della posizione più prestigiosa. Una scelta radicale e che ha immediatamente attirato le polemiche, ma che sento di condividere e che apprezzo per il coraggio. Il motivo di una decisione tanto severa è che i giudici hanno ritenuto che tra le decine di birre iscritte nella categoria – la più numerosa, per la cronaca – non ce ne fosse una davvero di alto livello, meritevole della medaglia d’oro.

La scelta può essere più o meno condivisa, ma deve essere letta nel giusto modo. Ha evidentemente un valore simbolico importante e dovremmo innanzitutto guardare al suo significato: il fatto che in una categoria tanto popolosa non sia assegnato il metallo più pregiato significa che nessuna birra ha raggiunto un soddisfacente livello di eccellenza. Come a dire: è facile decidere di seguire la moda dei prodotti luppolati, ma è difficile ottenere risultati davvero buoni. Un monito per tutti i birrai italiani, che potrebbe essere utile per far crescere ulteriormente il movimento. Sull’attendibilità del giudizio, poi, c’è poco da dire visto l’alto livello dei giudici che si sono trovati a valutare la categoria in questione.

A livello di conferme rimango per l’ennesima volta stupefatto dei risultati del Rienzbrau. Ormai questo birrificio può essere considerato una vera stella polare nelle basse fermentazioni, poiché ogni anno porta a casa riconoscimenti importanti nelle rispettive categorie. Questa volta le medaglie d’oro sono state due, assegnate a La Nera (dark lager) e alla Finitor (Doppelbock). E’ incredibile come il livello del Rienzbrau sia inversamente proporzionale alla sua fama nel settore, nel senso che pochissimi tra esperti ed appassionati hanno mai bevuto o fatto visita all’azienda di Brunico. La lacuna vale anche per il sottoscritto, ma spero di riuscire a colmarla presto, perché – dati di Birra dell’anno alla mano – si tratta di uno dei migliori microbirrifici italiani di sempre.

Gli spunti di riflessione non si fermano qui. Ce ne sono due di ordine geografico piuttosto interessanti, che riguardano i birrifici del Centro-Sud Italia e quelli dei nuovi territori ammessi a partecipare. Per quanto riguarda il primo aspetto – che considererei più importante – è emerso un forte ritorno allo squilibrio tra Settentrione e resto della nazione. Non che negli scorsi anni le cose fossero profondamente diverse, ma si era notata comunque una certa crescita da parte dei birrifici centro-meridionali. Quest’anno l’unico riconoscimento a una birra del Mezzogiorno è stato il terzo posto dell’Abboccata di Birranova. Davvero troppo poco…

Per quanto riguarda il secondo aspetto, quest’anno il concorso permetteva la partecipazione anche ai birrifici del Canton Ticino, di San Marino e della Città del Vaticano. Ebbene sono state premiate due birre svizzere (Dude e Two Penny di Bad Attitude) e una sammarinese (Titanbrau Rossa di Birrificio Artigianale Sammarinese), che in numeri rappresentano il 5% del totale dei prodotti sul podio. E’ una percentuale sicuramente bassa in termini assoluti, ma molto significativa se contestualizzata.

Chiudo con due “fotografie” della premiazione che esulano dalle mie considerazioni, ma che mi fa piacere sottolineare. Il primo è dedicato alla “famiglia” Vecchia Orsa, presente con una vasta rappresentanza sul palco al momento della vittoria della loro Saison nella rispettiva categoria: un premio eccezionale non solo al prodotto, ma al lavoro fantastico legato al progetto Fattoriabilità. Il secondo riguarda invece Zurgo e Francesco di Birra del Forte, contenti come due bambini alla premiazione delle loro 2 Cilindri e Gassa d’amante: una soddisfazione comprensibilissima per due debuttanti tra i pro in un settore che hanno frequentato per anni per sola passione.

Ovviamente ci sarebbe molto da scrivere anche sulla mia partecipazione al concorso in qualità di giurato, ma rimando il resoconto a un post che pubblicherò nei prossimi giorni.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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71 Commenti

  1. 3 birre su 60 premi (uno non assegnato) rappresentano il 5% non il 1.5%…

  2. io nno lo so quali sono tutti i birrifici che hanno partecipato alla competizione,ma in italia di birre apa-ipa ecc. ce ne sono di ottimissimo livello,sarebbe da capire qual’è per i giudici la birra di riferimento da medaglia d’oro

    • Andrea Turco

      Ci sono birrifici di ottimo livello che in concorsi del genere fanno magre figure: i giudici valutano ciò che c’è nel bicchiere, nient’altro che quello.

  3. ci sono birrifici a Città del Vaticano?

  4. ..azz, proprio sabato sono tornato dalla settimana bianca, ero a due passi da Brunico e non sapevo dell’esistenza di Rienzbrau….. peccato, sarà per il prossimo anno

  5. però addirittura nessuna da meritare il primo premio?non dico che non è possibile eh,cerco solo di capire qual’è una birra da medaglia d’oro,ad esempio se mi trovassi di fronte due birre di thornbridge che ne so,jaipur e kipling entrambe in ottima forma,chi vince?la kipling è tutt’altro che bilanciata mentre la jaipur è entra più nei ranghi,cioè dove finisce l’obiettività e inizia il gusto personale?

    • Andrea Turco

      Beh ma c’è una differenza tra l’ideale che abbiamo di una birra e la sua reale incarnazione il giorno delle valutazioni. Mi spiego: per molti la Tipopils è la migliore Pils italiana, eppure nell’occasione è stata battuta dalla Slurp. Evidentemente al concorso la Slurp era più buona della Tipopils… stop.

    • La spiegazione è probabilmente un’altra: troppe birre da degustare, troppo diverse nella stessa categoria, “difficoltà” a mettere insieme valutazioni discordanti e di tirar fuori una classifica. Non assegnare il primo perchè “non c’è un vero vincitore” e assegnare il secondo significa premiare quest’ultimo. Di fatto la migliore IPA italiana è la Dude con buona pace degli altri.

      • Andrea Turco

        D’accordo con l’ultima parte: la Dude è la migliore IPA italiana, con il chiarimento che comunque anche lei non è meritevole dell’eccellenza
        Sulla spiegazione iniziale mi sento in disaccordo, visto che il meccanismo è finalizzato proprio a creare una prima scrematura dei prodotti più meritevoli.

      • Dai risultati si direbbe che la miglior ipa italiana sia la Freewheelin’ I.P.A.

      • non direi che il motivi siano quelli che dici, anzi immagino che possa essere una delle categorie piu’ omogenee (pensa invece ad esempio alle birre in legno, che possono avere le impostazioni piu’ disparate). Il motivo e’ che (a torto o a ragione) non han ritenuto che ci fosse un”eccellenza…

  6. Sì, ma se vedo quella categoria senza premio, mi chedo:
    C’era la Spaceman?La Zona Cesarini?La PInk Ipa?LA Reale Extra?La ArtigianAle?La Ortiga?

  7. O non c’erano o non avevano la scintilla 🙂

  8. non erano presenti le birre del bidu! se no’ vincevano loro!! haaaaaaaa haaaaaaaaa

  9. e probabilmente non c’era neanche le birre di Elav

  10. Grazie ai BadAttitudeboys che nell’istante dopo che sono stati proclamati i menopeggio(loro parole) nelle IPA mi han regalato due lattine di Drugobeer 🙂

    Cmq il podio va sempre riempito, al massimo ci si deve inventare un punteggio assoluto e confrontabile da affiancare alla posizione, ma dire sei arrivato secondo perché il livello non è alto, sportivamente non è un concetto corretto!

    • No no assolutamente.
      Se i punteggi vanno da 1 a 100 (non è il caso in esame ma per spiegarmi) e la migliore prende, che ne so, 56 allora l’oro giustamente non viene dato.
      Non siamo alle olimpiadi dove se uno è zoppo ma arriva primo vince la medaglia, qui devi anche meritarla.

  11. Premettendo che non mi piacciono i concorsi (troppe variabilli: raramente si capisce bene chi partecipa con cosa; condizioni del prodotto; skills e gusti dei giurati; ambiente; etc etc) ed in particolare non mi piacevano le categorie di questo:
    ma siamo (o anche “siete”, visto che Andrea partecipava) sicuri che non ci fosse una ipa meritevole del primo posto mentre tutte le altre categirie avevano esponenti da medaglia d’oro?

    io stesso che sono il primo criticone del prodotto nostrano, faccio fatica a crederci.

    Sa molto di presa di posizione…

    • Andrea Turco

      Ho partecipato, ma la categoria in questione non mi è capitata, quindi non posso darvi indicazioni maggiori di quelle che avete. Però come ho scritto non c’è alcun dubbio sulla qualità e l’esperienza dei giudici che si sono espressi al riguardo, dunque mi fido ciecamente. Se hanno deciso così significa che la situazione giustificava una scelta simile

  12. Non esiste che non si trova una prima classificata……
    Ci sarà stata la migliore di quelle che avete assaggiato? Quella era la prima classificata….
    Perche’ avete assaggiato Ipa, ecc. migliori di quelle del concorso durante la vostra vita, non per questo nessun’altra birra merita il primo premio…..

  13. Le birre di elav erano iscritte sicuramente visto che una ha preso pure una menzione, a dire che tutte le altre categorie hanno avuto un oro mentre le ipa/apa no, sottolineo che era la categoria con più birre!ben 62!mi sembra un dato già di per se rilevante che fa tornare sul discorso di Andrea:non basta fare birre con tanto luppolo per fare una buona ipa!ok..dopo questo giretto a casa di Andrea torno nel mio mondo!

    • ma allora non bastano acqua luppolo e malto per fare una buona birra di qualsiasi stile.
      Ripeto, mi sembra strano che SOLO nelle ipa (inglesi? americane? categorie troppo campate in aria…) ci siano stati esempi poco validi.
      Noto da sempre in italia MOLTO MA MOLTO più critica la situazione di porter e (i)stout.

      Se poi le ipa in concorso erano tutte delle indistinguibili, mostose e succose spremute di agrumi e frutti tropicali come si intendono le IPA di recente in italia, ben venga il risultato.
      Però IPA valide in italia ci sono eccome.

      • Andrea Turco

        La tua ultima frase è corretta, ma ricordo sempre che i giudici hanno valutato ciò che c’era nel bicchiere, non ciò che si può bere in un pub o acquistare in un beershop

        • Sì. Assolutamente.
          Infatti non metto in dubbio che il livello potesse essere basso nelle ipa in concorso, ma che non lo fosse anche in altre categorie 😀 Insomma ipa stile simbolico?
          Leggendo altrove un po’ di conferma a questo mio dubbio arriva…

          • Andrea Turco

            Beh, era comunque il gruppo più numeroso, quindi c’era un valore simbolico intrinseco già in partenza… indipendentemente dallo stile in sè

          • Giusto. Avevo sottovalutato anche questo aspetto.

      • io invece sono piuttosto contento della non assegnazione

        il giudizio è sicuramente severo, ma che serva da sprone. oramai, sulla scia romana degli hop-head e del “tanto questi se bevono tutto”, chiunque mette in cantiere una pseudo-IPA: mezza carriola di malto pale, qualche caramellato e biscuit per non farsi mancare niente, due carriole di luppolo, un lievito secco (che è, S04?) e il gioco è fatto senza pensarci troppo

        i risultati spesso però modesti, e non parlo di difetti, ma di noia e pesantezza. per non parlare dell’omologazione: io credo che molti birrai italiani si ispirino a loro volta verso altri birrai italiani e insomma, in assenza di punte di diamante non è che ne sia uscito granché negli ultimi 5-6 anni… oltre ad assomigliarsi tutte moltissimo

        alla fine ti bastano un paio di defezioni di birrifici che le IPA le sanno fare decentemente e magari una cotta poco brillante di Spaceman ed è la morte

        fossi nei birrai prenderei questo cartellino giallo come un segnale per fermarsi un attimo nelle sperimentazioni a nastro e per tornare a lavorare sulle ricette già avviate, approfondendo sia il lato tecnico che la parte gustativa documentandosi sui migliori esempi presenti sul mercato

        • US05 ma anche US04 ma anche Nottingham ma anche altri ancora…dipende da chi le fa. 😀

        • però dobbiamo anche sfatare sto mito della Ipa a tutti i costi equilibrata,bilanciata e con ampia curva gustativa,se la fai in stile classico inglese de cento e passa anni fa ok,ma è unacompetizione di birre di qualità,non di cosplayer,parliamoci chiaro,sappiamo tutti chele american pale ale ad esempio NON sono equilibrate,il luppolo è protagonista prepotentemente sopratutto nel pacifico,se ne voglio sentire tutte le sfumature lo devo isolare,punto,e un buon birraio saprà rendere il prodotto al meglio su questo punto di vista senza stuccarci il palato,la zona cesarini alle prime cotte era na spremuta de succo tropicale,adesso è una signora birra,la reale qualche anno fa era una signora apa,adesso c’ha quel caramellato che al mio gusto non piace e così via,ma questo succede pure per tante tripel che so na spremuta de pane e basta.A Roma c’è un “trend”questo è innegabile,però le ipa vanno via a secchi,piacciono,creano movimento per i borderline,ovvero appassionati ma non troppo,segno che cmq non direi che annoiano,d’altronde non vedo il motivo per cui dobbiamo precludere al nostro gusto la facolta di scegliere una volta una tranva e una volta un prodotto “lento”.

          • non sono sicuro che quello che viene dagli usa sia sempre estremo o fuori le righe, anzi.
            I birrifici craft americani difficilmente ragionano sulla singola bottiglia venduta, per loro la “drinkability” (termine in realtà orribile quanto “beverina”) è un punto fermo; soprattutto riguardo stili come le apa.

            A me sembra che i birrifici italiani (generalizzo, ci sono le solite ottime eccezioni) abbiano modelli incerti; tipo la copia della copia, casomai scandinava e non USA e anche clienti non tanto consci di quello che bevono. Poi le brutte abitudini son facili a diventare la norma.

            Sempre puntualizzando che la poca maturità del mercato Italiano fa ondeggiare birrai, publican e consumatori tra troppe identità diverse della birra che fondamentalmente fanno a cazzotti tra loro.

          • quoto Indastria

            quando io e Allo tornammo dalla California, Allo allora birraio di Bruton propose al IBF una (Double) IPA e la presentò dicendo “m’è venuta più danese che americana”. frase illuminante

            Patrizio, negli USA le APA e le IPA sono tutt’altro che delle bombarde. certo, c’è chi le fa più o meno attenuate e più o meno caratterizzate e più o meno caramellose, certo nella West Coast sono più “cattive”, certo il territorio gustativo è quello dell’amaro, ma sono tutt’altro che dei mostri o squilibrate (con ovvie eccezioni)

            se vuoi un “mostro”, ti prendi una Double (o Imperial) IPA, le hanno inventate apposta. che poi in Italia tutto finisca nel frullatore è un altro discorso, tanto quanto il fatto che a Roma il trend sia quello

            per capirci, parole del birraio di Brewfist, “la Spaceman è stata creata appositamente per il mercato romano”. grande birra eh! ma fossi un romano ci farei una riflessione

            ps: io leggo sempre più spesso in giro l’esatto opposto di quanto tu sostieni sulla Zona Cesarini, cioè molti che rimpiangono le prime versioni. per quanto mi riguarda, non ho sufficienti assaggi per esprimermi

          • sì INDASTRIeffettivamente dovevo specificare a ciò a cui si sono ispirati i birrai italiani nella maggior parte delle ipa,ovvero le ale americane con luppolo suadente,se ci pensiamo bene è proprio la scelta del luppolo,se la riempi de kent goldings piuttosto che di amarillo non hai lo stesso successo,cmq estremo non è sinonimo di pesante(anche se molte volte lo è)rifacendo esempio della kipling,è una bomba di luppolo,ma bevibilissima,SR quello che dici riguardo alla zona cesarini è vero,proprio poco fa un mio amico mi ha detto la tua stessa cosa,evidentemente è un prodotto discontinuo,altro discorso da intraprendere,come la a.f.o. di ducato che dall’essere tra le mie preferite a mio avviso ha subito un netto peggioramento,troppo evidente.cmq da noi le birre americane arrivano troppo tardi,otto nove mesi dall’imbottigliamento sono troppi,il luppolo d’aroma se lo semo già giocato..

            riguardo la storia della brewfist birra “de roma”è maledettamente vero,però è una cosa che mi fa anche ridere oltre che riflettere,il coatto di roma comincia a bere ipa piuttosto che peroni,è un segno che moda o no lo standard si è alzato,senza sminuire il prodotto,la spaceman è signora birra.D’altronde i risultati veri si capiscono proprio dagli atteggiamenti e richieste della “massa inconsapevole”piuttosto che gli appassionati del settore.

          • ovvio che il livello è più alto, anzi altissimo a Roma. però, mi sia concesso, nei pub e nei beershop si è fatta la “cultura della birra” che tornava più comoda. alla fine il potere di indirizzo dei propri clienti di un buon publican è altissimo e tutti hanno imboccato la strada più semplice e redditizia

  14. “Quest’anno l’unico riconoscimento a una birra del Mezzogiorno è stato il terzo posto dell’Abboccata di Birranova. ”

    Non c’e’ anche la sedicigradi di birra del borgo ?

  15. @Luca Mercuri, ok c’è la 16gradi, ma il concetto è che a parte la Toscana, la somma di tutte le regione del centro sud porta solo 3 riconoscimenti e tra l’altro nessuno al primo posto.

    A questo punto la morale è:
    – o i birrifici del centro sud non partecipano, e ci sarebbe da capire poi perchè (e io purtroppo un’idea me la sono fatta da tempo…)

    – oppure il livello qualitativo dei birrifci del mezzogiorno e spaventosamente lontana da quelli del Nord, se metti che in Lombardia sono stati assegnato oltre 15 premi e più del 50% solo tra Pimeonte e Lombardia

    L’arcano si risolverebbe solo se UB comunicasse otlre al numero dei birrifici partecipanti anche i loro nomi

    Ma del resto se UB non si apre al centro Sud Italia in maniera seria, le associazioni tecniche fioranno ancora…

  16. Distanza del concorso dal movimento nazionale dei birrifici.
    Partecipazione solo di 1/4 di essi a Birra dell’anno.
    Isolamento geografico e culturale tra sud e centro-nord.
    Scarsa chiarezza sulle categorie dalle maglie larghe e sui partecipanti tra cui si gioca la partita.
    Come si fa a ricavarne uno specchio dell’Italia birraria fedele alla realtà?

  17. Da amante delle IPA e delle APA (seppur non molto esperto), devo dire che tra i birrifici italiani ho trovato ottimi prodotti (ELAV su tutti, ma anche TriplIpa, Spaceman, Noscia, AFO, ReAle, Zona Cesarini…). Poi è innegabile il fatto che ormai questa tipologia di birra sia quella di tendenza per eccellenza e che c’è quasi una guerra a suon di IBU.
    La decisione della giuria di non assegnare il primo premio secondo me sostanzialmente può essere corretta (inutile parlare di eventuali assenze perché si giudica chi c’è, non chi ci poteva essere), ma formalmente non la condivido perché in una competizione va comunque premiato il migliore dei partecipanti. Anche perché la seconda classificata in realtà non è seconda a nessuno, quindi è la prima (scusate il gioco di parole).

  18. Mah, a me la non assegnazione del primo premio alle IPA/APA mi puzza, ma proprio tanto. Non vorrei che dietro ci sia qualche ragione commerciale. Non lo so, ma mi puzza proprio.

    • Andrea Turco

      Dai però adesso motivano questo dubbio che sono curioso…

      • Andrea, è una sensazione epidermica. T’ho già detto: non lo so. Ma mi viene il sospetto che di IPA/APA/DIPA se ne comincino a vendere un po troppe e che questo possa dar fastidio a qualcuno, ad esempio alle multinazionali. Non voglio offendere nessuno, i giurati non li conosco (anche se dalle parti mie si dice: “Acquaiuolo, l’acqua com’è?” e l’acquaiuolo risponde inevitabilmente: “E’ fresca!”) quindi non posso nutrire dubbi sulla loro professionalità nell’esprimere (o meno) giudizi. Ma non mi riesco a spiegare una cosa molto semplice: se le IPA/APA/DIPA erano quelle più numerose al concorso, quelle più bevute dalla gente, quelle magari già vincitrici di precedenti edizioni (senza fare nomi si pensi a qualcuno che sta dalle parti di Pavia), come cazzo è possibile che non ce ne è stata una, dico uno tra le tante, che fosse dello stesso livello delle prime di altre categorie? Ma daaaaai!!!!

        • Andrea Turco

          Non hai capito, è che non mi è chiara la presunta “ragione commerciale” dietro la decisione. Questo ti chiedo di spiegarmi

          • Semplice: chi non produce IPA/APA (l’acquaiuolo) sostiene: è inutile che andate dietro a ‘sta moda delle birre straluppolate, bevetevi una bella birra mainstream, magari ben fatta, ma che trovate pure all GDO. Come diceva Andreotti a proposito del pensar male???

          • Andrea Turco

            Chi sarebbe questo grande vecchio che non produce IPA/APA? Tra i giurati non c’erano produttori italiani…

            Rileggendo mi viene il dubbio che secondo un clamoroso volo pindarico mentale il tuo ragionamento si ricollegherebbe al presidente di giuria, che lavora in Carlsberg. Se ho ragione, allora ti chiedo: tu sai che ruolo assume il presidente di giuria in un concorso come Birra dell’anno? Quali sono le sue mansioni?

          • Non conosco i giurati, nè i loro ruoli nè le loro mansioni e non me ne importa nemmeno. Non mi convincono le argomentazioni adottate da loro per giustificare la mancata assegnazione del primo posto. Anzi le ritengo ridicole e per la prima volta sono daccordo con quanto sostiene Schigi sul post parallelo. Chiudo e mi vado a bere una Ipa da 100 ibu.

          • Andrea Turco

            Invece ti dovrebbero interessare le loro mansioni, visto che consideri il presidente di giuria un giurato quando invece non ha giudicato un bel niente. Il presidente supervisiona il concorso ma non giudica. Nella fattispecie ha preso atto di ciò che avrebbero voluto esprimere i giudici del tavolo e ha avallato la loro scelta.

            Prima di fare facile dietrologia e usare a modello di pensiero politicanti italiani incorsi nel reato di concorso esterno in associazione mafiosa, bisognerebbe avere una visione completa delle cose. A quel punto l’ipa da 100 ibu (io ne ho bevuta recentemente una italiana ottima da 403) sarà anche più buona.

          • LOL deduco che nella GDO si trovino fior di birre “mainstream” acide, affumicate, invecchiate in legno… visto che in queste categorie i primi premi sono stati tutti assegnati 😉

          • fantastica queste deriva complottistica del blog. io prenderei seriamente in considerazione il fatto che qualche giudice in realtà possa essere un rettiliano

  19. Nominate sempre le stesse Ipa/Apa, per giunta sempre degli stessi produttori .A me pare che gli stereotipi e le Ipa/Apa di riferimento le abbiano i consumatori, piuttosto che i birrai nostrani mentre ne creano una! Visto il fatto della non assegnazione del primo posto nella suddetta categoria, perchè non organizzare un campionato italiano di Ipa/Dipa/Apa? Poi, dove sta scritto che non debbano diventare gli stili predominanti? Evidentemente meritano di esserlo! A me tutte queste crociate contro certi stili fanno sorridere. Ma tant’è… Come siamo tutti allenatori, musicisti, politici e chi più ne ha più ne metta, siamo anche tutti birrai o degustatori navigati! Ricordate che è sempre meglio bere una pigna scandinava o un birrone americano piuttosto di qualsiasi altra schifezza mainstream. Da li poi si può partire per conoscere il resto sempre e comunque! Se poi voi romani volete proprio prendervela con qualcuno, prendetevela con Mike Murphy 🙂

    • oddio, “meglio qualsiasi cosa artigianale che una birra mainstream” è il motto sul quale parecchi birrifici campano o hanno campato proponendo -a caro prezzo- di tutto, dalle birre infette a quelle nemmeno fermentate. Volendo essere buoni e lasciando da parte birre totalmente fuori stile, campate per aria o semplicemente non valide.
      Ci vuole maturità, sia dei consumatori che dei birrai.

    • Hai ragione….il successo di una birra lo fanno i consumatori…..e quindi il mercato….

      De Moelen, Brewdog, Mikkeller, Struise, De La Senne..etc…. hanno avuto un grande successo e non mi sembra che abbiano mai vinto qualche premio in giro…….
      Poi ci sono altri Birrifici che ne fanno una leva di Marketing…..

      De Gustibus…..

      Le IPA hanno successo perchè stanno piacendo agli appassionati di birra…..
      Se non è stato assegnato il premio è per “merito/demerito” di Derek Walsh uno dei pochi giudici professionisti di birra dell’anno….che ha detto al sottoscritto di aver riscontrato tutte le birre dello stile in questione non a posto…..

      • leggendoti mi viene in mente questa lettura del concorso, mutuata un po’ dalla teoria dei giochi

        un concorso in fondo serve soprattutto ai birrifici giovani, o esordienti, o comunque non sotto i riflettori. in questo modo ha un momentaneo ritorno di visibilità che può sfruttare

        un birrificio già noto e affermato per i propri prodotti non ha questa esigenza

        al limite ha da perderne, se partecipa. per 3 motivi

        1) se trionfa non gliene viene poi molto in termini commerciali, visto che è già ben posizionato

        2) se non vince un tubo ci fa pure una figuraccia

        3) se partecipa legittima il concorso con la sua presenza favorendo di fatto solo i possibili concorrenti outsider che hanno da guadagnarci

        e quindi l’equilibrio di Nash del gioco (cioè, la soluzione razionale del gioco) per il birrificio già affermato è quello di non partecipare

        a questo punto, posso fare i complimenti a Teo Musso che sa benissimo di non fare “birre da concorso” (tranne xyaoiu o come si scrive), che vince sempre poco, ma che comunque partecipa forse solo per il piacere di esserci?

        • Andrea Turco

          Per fortuna le persone non sono macchine e hanno qualcosa che si chiama voglia di mettersi in gioco, affezione a un certo evento e piacere di confrontarsi con i colleghi. Ti dirò di più, se Teo Musso (come alcuni altri birrai) non avesse provato tutte queste cose, forse non sarebbe mai diventato Teo Musso.

          • guarda, io non entro nemmeno nel merito del concorso, che sicuramente ha delle pecche, che non ho ragioni di credere sia organizzato in malafede. anche perché son sicuro che ad andare a vedere ne trovi altrettante nei concorsi esteri

            (e non è certo un buon motivo per non migliorare e correggere)
            (e non è certo un buon motivo per risparmiare critiche)

            però mi ricordo bene le premiazioni al GABF di Denver, “microbirrifici” come Dogfish Head grossi come metà della scena italiana gioire per un premio

            poi fuori di lì tornano a suonare i registratori di cassa e i fatturati. ma per un giorno c’è l’emozione della gara

            a me fanno paura quelli per cui il registratore di cassa non può smettere di suonare nemmeno un minuto

            (e non sto dicendo che tutti quelli che non hanno partecipato hanno in mente solo il cassetto)

          • Andrea Turco

            Sì la penso come te. Credo che in Italia ci sia bisogno di momenti di aggregazione e il concorso di UB possa esserlo al di là dei calcoli economici collegati con l’iscrizione delle birre (o dei calcoli di prospettive di prestigio).

  20. Mi sembra manchino extra omnes e busker’s tra i più famosi

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