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Coltivazione del luppolo: un’intervista per approfondire il discorso

luppoloQuella della coltivazione del luppolo è una moda che negli ultimissimi anni ha trovato spazio in Italia, sebbene in modo tutt’altro che organico e diffuso. Accanto ad alcuni progetti universitari, possiamo oggi contare sull’iniziativa di singoli birrifici, se non di semplici appassionati. Sono quasi sempre poco più che esperimenti e l’idea di una coltivazione estensiva di luppolo è ancora lontana dalla realizzazione. A differenza di quanto si pensi, i problemi non sono tanto di ordine climatico – nonostante non sia una pianta coltivata nel bacino del Mediterrano, è perfettamente adattabile alle nostre latitudini – ma di ordine pratico, legislativo e, naturalmente, economico. Per approfondire il discorso di seguito accolgo l’invito di Gianluca Bertozzi (giornalista e homebrewer), pubblicando la sua intervista a due giovani agronomi che hanno condotta una sperimentazione sulla coltivazione del luppolo in Friuli Venezia Giulia.

La coltivazione del luppolo in Italia 

In Friuli Venezia-Giulia, grazie ai progetti “FuturBioErbe” e “Filiera Birra”, che hanno coinvolto CirMont (Centro Internazionale di Ricerca per la Montagna), ERSA (Agenzia regionale per lo sviluppo rurale), Università degli Studi di Udine (Facoltà di Agraria) e CRITA (Centro per la Ricerca e l’Innovazione Tecnologica in Agricoltura), è stata avviata una sperimentazione sulla coltivazione del luppolo, seguita da due competenti ed appassionati agronomi: Elena Valent e Federico Capone, che hanno studiato il comportamento delle piante nel luppoleto biologico di Fiume Veneto (PN) ed in quello convenzionale di Udine. Per comprendere meglio quali siano le reali possibilità di una remunerativa coltivazione del luppolo nel nostro Paese, abbiamo fatto loro qualche domanda.

Elena, come sono andati i raccolti di questi primi due anni di sperimentazione?

Ci sono state delle sostanziali differenze tra i due luppoleti; in quello di Fiume Veneto la produzione è stata influenzata dalle condizioni climatiche; soprattutto quest’anno le precipitazioni molto intense in primavera e la siccità nei mesi estivi hanno creato diversi problemi in termini di stato fitosanitario delle piante e di produzione (30% in meno). Nel 2012 invece la produzione è stata discreta ed abbiamo eseguito diverse raccolte per individuare il periodo ottimale ai fini della resa in luppolina. Nel luppoleto di Udine la presenza di un impianto di irrigazione a goccia e di un telo antigrandine, ma soprattutto le caratteristiche del terreno ottimali, hanno consentito di ottenere produzioni migliori, anche se la posa delle piante è stata effettuata solamente nell’aprile del 2013.

Federico, quali sono le varietà di luppolo che, dopo due raccolti, ritenete più idonee ad essere coltivate nel nostro territorio?

Considerando che la sperimentazione è ancora in atto e che due anni sono pochi per fare una valutazione complessiva, si può però ipotizzare che le cultivar che sembra abbiano un buon adattamento climatico e che diano una produzione quantitativamente e qualitativamente buona siano le seguenti: Cascade, Hallertauer Magnum, Fuggle, Primadonna, Challenger, Hallertauer Mittlefruh e Opal (solo per la % in alfa e beta acidi).

Elena, avete riscontrato delle particolari patologie nelle piante? Le avete conseguentemente trattate con fitosanitari?

Nella coltivazione di fiume Veneto nel 2012 grazie ad una stagione regolare, considerando le piogge, la gestione delle patologie è stata piuttosto semplice. È stato però necessario intervenire con delle concimazioni fogliari a base di microelementi nel periodo di maggiore sviluppo della pianta. Inoltre sono stati eseguiti dei trattamenti con induttori di resistenza per stimolare le autodifese della pianta.

Nel 2013 invece la situazione è stata completamente differente. Le piante hanno subito notevoli stress, prima idrici e poi un susseguirsi di carenze nutrizionali, attacchi di acari e funghi (pseudoperonospora, oidio, alternaria) ed infine botrite e virosi nel periodo di siccità, determinando una diminuzione della produzione. Poiché in Italia non esiste alcun prodotto registrato per la difesa del luppolo, sono stati usati induttori di resistenza, inserendo dei trattamenti mirati con rame e zolfo (ammessi in agricoltura biologica).

Nel luppoleto di Udine l’impossibilità di effettuare un trapianto all’inizio della primavera ha permesso alle piante di evitare stress idrici e lo stato fitosanitario è stato preservato. Solamente in giugno è stato necessario un intervento di concimazione fogliare in microelementi. Non sono stati necessari trattamenti con prodotti fitosanitari, poiché le piante non hanno manifestato significative problematiche.

Federico, in seguito alle analisi ed alle prove effettuate dai microbirrifici locali, qual è il giudizio complessivo sui luppoli coltivati nei due luppoleti sperimentali della regione?

Il raccolto è stato analizzato e successivamente testato da due microbirrifici in Regione (La birra di Meni e Birrificio Campagnolo), che ringraziamo per la disponibilità. Sulla base della loro esperienza il giudizio è stato positivo, così come quello dei consumatori.

Chi volesse approfondire il tema o sia interessato alla coltivazione del luppolo, come può contattarvi o raccogliere ulteriori informazioni?

Gli interessati possono visitare il nostro blog dove sono contenute tutte le informazioni riguardo il progetto sperimentale.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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22 Commenti

  1. Interessante, potrebbe essere utile sentire i risultati di chi ha piantagioni da oltre 3 anni, cioè dal momento in cui le piante hanno sviluppato un apparato radicale di una certa massa.
    Andrè, qualche anno fa l’avevo pronosticato che avremo avuto i birrifici con luppoleto 😉 🙂

  2. CIao, noi (Birrificio San Paolo) siamo un birrificio con luppoleto dal 2008, e produciamo una birra wet hop stagionale dal 2009 con regolarità. Ovviamente, essendo una produzione limitata, lo usiamo solo per nostre produzioni.
    Il discorso economico è molto legato alla totale assenza di infrastrutture a supporto: laboratori di analisi, macchine per la concimazione e la raccolta, e soprattutto seccare e pellettizzare. CI vogliono investimenti significativi per partire, inoltre la vicinanza con la vite nelle zone italiane dove è stato sperimentato ha sempre portato malattie e cali di produzione dopo pochi anni.

  3. Mi sembra di ricordare che anche Nicola del birrificio Settimo ha qualche
    filare di luppolo li a VA. Non sono sicuro abbia mai brassato qualcosa con quel luppolo

  4. Ciao! Premetto che trovo molto interessante l’analisi fatta. L’interesse nasce dal fatto di riuscire a coltivare una coltura in un paese di cui si sa praticamente poco o nulla e questo risulta chiaro anche dai commenti che mi precedono! Ma la difesa della coltura dalle crittogame mi lascia un po’ perplesso. Ogni agrofarmaco (anche ad uso BIO) ha una registrazione per date colture ottenuta dal ministero. Ma sul luppolo non ve ne sono troppi. Riuscireste ad indicarmene qualcuno? Perché secondo me è lo scoglio da superare! Molte volte mi capita di dover suggerire un prodotto a chi si interessa della cosa, ma poi mi accorgo che senza una registrazione non si va da nessuna parte. Anzi, si rischia ancora qualche guaio!!!
    Grazie mille a tutti!

    • Il problema è reale. Il fatto che gli agrofarmaci abbiano possibilità di utilizzo nei disciplinari bio non è sinonimo nè di salubrità nè tanto meno di possibilità legale di utilizzo. Anche un “banale” rame idrossido o uno zolfo non riportano in etichetta il luppolo come coltura registrata, pertanto l’utilizzo è vietato. il motivo è strettamente economico: una registrazione per singola coltura di un agrofarmaco costa alla ditta farmaceutica che lo commercializza circa € 30.000 (almeno fino a qualche anno fa). Quanto ritorno di queste cifre al momento ci potrebbe essere in Italia, paese dove non esistono estensioni di luppoleti? coltivare in Italia si può, il luppolo cresce spontaneo lungo le rive dei fiumi, ma dal punto di vista fitoiatrico è ancora impossibile una completa gestione della coltura se non con mezzi meccanici.

  5. Se puede cultivar…. Io sperimento già da 4 anni con ottimi risultati, certo è molto onerosa come coltura, però se si trova la giusta qualità di rizoma in base alle proprie specifiche climatiche e territoriali si possono fare dei numeri. La mia ricerca negli anni con prove e controprove (visto e considerando anche che sbagliando si impara) mi ha portato a dryhoppare la American IPA che produciamo attualmente nel birrificio in Sardegna, il vantaggio dove sta? Prima di tutto utilizzare il prodotto fresco, appena essiccato e in fiore, e credetemi i risultati ci sono anche in laboratorio… Questa primavera estenderemo il luppoleto a circa 100 piante e in estate arrivare in campagna e vedere filari gialli di fiori di luppolo, per un birraio non ha prezzo!

  6. Difficile seguire i riferimenti tecnici, però è interessante seguire gli sviluppi su questo fronte. Assieme ad un buon maltificio, credo sia un percorso necessario per la birra artigianale italiana

  7. Tra gli homebrewer come spesso accade percussori di tendenze e sperimentatori di nuovi modelli (non avendo vincoli di conto economico o rispetto di normative di produzione) la pratica di coltivazione del luppolo si sta diffondendo a macchia d’olio.
    Non c’è regione d’Italia dove non ci sia in giardino o sul terrazzo qualche pianta..la comunità a inizio anno si anima e inizia lo scambio di rizomi e informazioni sulle tecniche culturali. Ciascuno condivide le proprie esperirienze e chi coltiva da più anni supporta i nuovi adepti con consigli su dove reperire rizomi o su come trattare un determinato sintomo.
    Tutto ovviamente molto hobbistico ma per darvi una idea date un occhio a questo thread
    http://forum.areabirra.it/index.php?/topic/14288-Coltivazione-domestica-del-Luppolo-(2013)

    Personalmente sono al 4 anno con risultati variabili in funzione dell’annata e delle varietà ma devo dire che i risultati sono incoraggianti e non passa giorno in cui qualcuno mi contatta x info e ricerca/scambio rizomi

    In birrificazione la pratica delle birre “fresh hop” esalta l’auto produzione..raccogliere i coni direttamente dalla pianta e gettarli nel pentolone il giorno stesso della cotta non ha prezzo!

    Chissà che come tutte le tendenze anticipate da noi homebrewer qualcuno non decida di produrre in maniera seria e strutturata magari come accade negli USA con partnership strette con i birrifici locali

    Enjoy
    Davide

  8. Ciao Lorenzo,
    anche io ho la tua stessa idea di iniziare a coltivare luppolo.. di dove sei??

  9. ciao. sono di Asti. vorrei provare a coltivare luppolo. qualcuno mi sa dire quale tipologia è più adatta per la mia zona e dove posso comprare i rizomi ? ho visto da Leroy Merlin delle piantine di luppolo. sono affidabili ?
    grazie ciao

  10. Mi sembra una cosa ampiamente positiva quella di riuscire a coltivare parte dei luppoli sul territorio.

  11. sarei interessato alla piantagione del luppolo ma prima di iniziare vorrei sapere in termini economici l’importo per iniziare e quanto sarebbe la rendita

  12. Salve,

    mi piacerebbe avere qualche contatto di chi già ha qualche anno di esperienza in merito alla coltivazione di Luppolo.

    grazie

    saluti

    Alberto

  13. Vanes rapparini

    Ciao a tutti, ho un’azienda agricola che è stata strutturalmente rovinata con il passaggio di una strada provinciale formando appezzamenti irregolari difficili da lavorare con macchinari,vorrei quindi autilizzare questi appezzamenti creando una piantagione di luppolo
    Avete consigli da darmi ?abito nella zona di Granarolo dell’emilia Bologna

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