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Che ne sarà del carattere popolare?

Sabato il caro Giaguarino mi ha linkato un articolo apparso sul sito de Il Giornale e risalente allo scorso novembre: l’argomento è la birra artigianale, con un ampio resoconto dello status di questo segmento di mercato, in continua espansione grazie alle numerose conferme e alla conquista di un numero sempre maggiore di estimatori. Per la verità i successi analizzati si limitano all’alta cucina nazionale e ai nuovi spazi ottenuti dalla bevanda nei menu di ristoranti, pizzerie e birrerie.

Ecco come inizia l’articolo:

Ha tra venticinque e quarant’anni, è diplomato o laureato e attento alle novità. È giovane e colto il profilo del gourmet della birra tracciato da AssoBirra. E, soprattutto, alla moda. L’ultima tendenza della buona tavola – o meglio, delle buone tavole – infatti, è proporre la birra, meglio se artigianale e locale, non più come bevanda «popolare» ma per accompagnare ricette di alta cucina.

Da questa premessa l’autrice (Valeria Arnaldi) passa in rassegna alcuni indirizzi “a tema” della Capitale, condendo il tutto con interventi di personaggi di spicco del movimento, tra cui Marco Bolasco del Gambero Rosso e Leonardo Di Vincenzo della Birra del Borgo. Un articolo puntuale, senza pretese per noi appassionati, ma utile e interessante per i più.

Ciò che mi tormenta è proprio l’introduzione, con la conferma che la birra artigianale sta acquistando sempre più spazio sui media non per il suo valore aggregante e “sociale”, ma come prodotto quasi elitario. Il movimento che viene percepito è quello dell’ingresso della birra nei favori dei grandi chef (per quanto gli indirizzi citati siano molto “easy”) invece che quello formato dalla marea di neofiti che quotidianamente vanno a incrementare il numero di appassionati.

E’ come se al momento convivessero due dinamiche parallele: da una parte la costruzione di una base popolare di appassionati, nata dal lavoro di gestori illuminati, associazioni locali e altri “evangelizzatori”; dall’altra la creazione di un fenomeno da dare in pasto ai media, collegato a concetti ben lontani da quello verace di “movimento”.

Ammesso che questa visione sia corretta, il problema è che una delle due difficilmente viene recepita dagli organi di informazione: il rischio, quindi, è che la concezione modaiola tenda a sovrastare quella popolare anche nella percezione di chi non conosce la birra artigianale. Magari è solo un mio timore infondato e molti obietteranno con argomentazioni diverse, però ancora una volta esprimo la mia idea al riguardo: se non si vuole ridurre il tutto a pura moda, se si vuole davvero creare un movimento, occorre cercare di dare spazio quantomeno a entrambe le modalità di intendere la birra artigianale. Siete d’accordo?

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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5 Commenti

  1. Senza aver la pretesa di fare l’ilvo diamanti de noantri, credo che vedendo anche altri fenomeni il “fighettismo” sia un prezzo da pagare.
    Anche fenomeni popolari, es la stessa pizzica che era un fenomeno in disuso, sono tornata di moda quando qualcuno “famoso” li ha rilanciati e sono diventati quasi di massa.
    Il rovescio della medaglia e’ la sindrome da “riserva indiana” e cioe’ che il fenomeno deve rimanere una cosa per pochi nerd e chi si espande o ci costruisce sopra una attivita’ tradisce la tribu’ ed e’ solo un palancaio. Anche questa visione danneggia il “movimento”. Insomma guelfi o ghibellini, e’ l’Italia bellezza.

  2. Era una cosa pronosticata da tempo, ma non credo che la birra perderà il suo carattere popolare così facilmente…Presidente, per quanto mi riguarda il Macche sarà sempre un locale di “cacca” e io non ho intenzione di lavarmi più spesso 😉

  3. Se non si ha la fortuna di abitare nei paraggi dei pochi locali che servono birra artigianale, la stessa non si trova e quando la si trova la si paga cara.

    Mi sembra una naturale conseguenza che, al di là del “movimento”, la birra venga vista come un qualcosa di elitario; il costo e la difficoltà nel reperimento non sono 2 indici di esclusività?

  4. daccordissimo con Albe, prima ancora della qualità della birra e degli abbinamenti che propongono chef che (giustamente) cercano sempre il top, quello che interessa il “vulgo” è il prezzo e la reperibilità, e sono quindi, in primis, questi due fattori che caratterizzano la visione del prodotto, che (è bene ricordarlo) è di recentissima “scoperta” ed è purtroppo ancora sconosciuto ai più.

    Vorrei anche far notare un aspetto che è secondo me sottovalutato da chi è ormai troppo lontano dalle origini di coloro che si avvicinano al mondo brassicolo, la famiglia media apre “una bottiglia di vino” da 75 cc e la beve in 2 o 3 giorni (sarà anche sbagliato per alcuni vini ma i più lo fanno), la stessa cosa è improponibile per “una bottiglia di birra” da 75 (che sia una pils o una stout) non tanto per il discorso dell’ossidazione sconosciuto ai più, ma per il sempice motivo che (mettendo da parte gli stili-eccezione) a nessuno piacerebbe una birra sfiatata (e con questo “sfiatata” voglio ancora sottolineare l’aspetto più o meno colto e consapevole del consumatore).

    Ed ecco che chi vede a fianco di un vino semisconosciuto una birra sconosciuta a parità di prezzo e di volume è probabilmente più propenso a prendere il vino.

  5. Le due tendenze possono convivere tranquillamente, come negli USA, ma purtroppo o per fortuna siamo in Italia e vedo che la birra artigianale italiana sta prendendo la brutta piega del vino come prodotto “trendy”con prezzi elevati, dovuti anche all’accostamento con alcuni ristoranti di alto livello.
    Comunque vedrai che dopo questo periodo di grande euforia si tornerà alla normalità, con meno produttori, spero, più qualità e prezzi adeguati (non credo…)

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