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Definizioni e pionieri della birra americana

Spesso in Italia si fa un gran discutere della definizione di birra artigianale, un tema che in alcune occasioni è stato al centro di confronti anche su Cronache di Birra. Da noi in realtà non esiste una definizione ufficiale, né tantomeno un disciplinare di produzione in base al quale distinguere ciò che è artigianale da ciò che non lo è. Negli Stati Uniti è diverso: lì la Brewers Association (l’associazione dei produttori) ha stabilito criteri precisi per identificare i birrifici artigianali, ai quali tutti si attengono. In un settore come quello americano, tali criteri sono importantissimi, perché stabiliscono i confini del comparto artigianale e di conseguenza il suo peso economico – che non è assolutamente irrilevante, poiché pari quasi al 10% del mercato della birra, multinazionali comprese.

Tutto questo preambolo per annunciare che qualche giorno fa la Brewers Association ha modificato la definizione di birrificio artigianale. Un cambiamento minimo, ma significativo, riguardante una delle peculiarità richieste ai microbirrifici, nello specifico di essere “piccoli”. Affinché questa condizione sia valida, ora la produzione non deve superare i 6 milioni di barili all’anno, in confronto ai 2 milioni della precedente definizione. Insomma, i birrifici devono ancora essere piccoli, ma un po’ meno piccoli di prima 🙂 .

Nel concreto, questa modifica permette di mantenere nel club dei produttori artigianali la Boston Beer Co., conosciuta per la sua birra Samuel Adams. Avendo infatti da poco sforato il tetto dei 2 milioni di barili all’anno, l’azienda avrebbe perso la denominazione di birrificio artigianale. Un favore fatto dunque a uno dei pionieri della reinaissence americana, ma anche una scelta strategica, che permette di continuare a includere i mostruosi numeri di Boston Beer tra i dati di crescita del comparto “craft”.

Scelta giusta? Sbagliata? Inutile cercare di trovare una risposta, perché inevitabilmente finiremmo per tornare sul concetto generale di birra artigianale, un enigma probabilmente irrisolvibile. Non è un caso che sui siti internazionali si siano scatenati appassionati e addetti ai lavori, ognuno con la propria visione.

Tra i vari articoli mi ha però colpito quello dello scrittore Andy Crouch, che non solo ha analizzato le modifiche alla definizione, ma anche i passaggi che sono rimasti inalterati. In particolare quello relativo alla necessaria autonomia dell’azienda: un birrificio artigianale non può essere posseduto o controllato per più del 25% da un’industria del beverage che non sia a sua volta un birrificio artigianale. Le grandi aziende del settore possono dunque possedere quote di un microbirrificio, ma non in modo determinante. Un criterio che negli USA esclude dalla “craft beer” produttori come Goose Island, Redhook, Magic Hat e Pyramid.

Fino a oggi avevo sempre accolto con favore questo criterio, ma l’articolo di Crouch mi ha fatto riflettere. Egli critica la regola, chiedendosi perché dovrebbero essere esclusi birrifici che hanno solo la “colpa” di avere rapporti contrattuali con distributori affiliati magari a una multinazionale come Anheuser-Busch. Situazioni insomma in cui nel concreto un’ingerenza delle multinazionali è debole e indiretta.

Si potrebbe obiettare che una definizione deve comunque porre dei paletti, e che uno dei più importanti è che la birra artigianale rimanga chiaramente distinta da quella industriale. Benissimo, ma l’autore aggiunge quanto segue:

[…] Alla fine, almeno per me, la cosa importante è la birra e queste definizioni corporative recano un reale disservizio alla causa della buona birra. […] Quando i birrai artigianali e gli appassionati si scagliano irragionevolmente contro Boston Beer, definendola ironicamente “macro beer” o grande birrificio, guardo con preoccupazione al futuro della buona birra in America. Oltre ad aver ricoperto un ruolo pionieristico nello sviluppo della birra artigianale negli Stati Uniti, Boston Beer continua ad essere uno dei birrifici più innovativi del settore.

Allo stesso modo, mi disturba enormemente quando gli appassionati o i miei colleghi disprezzano e mettono al bando i pionieri della birra artigianale, come Goose Island.

Un articolo interessante, partito dalla definizione della Brewers Association e arrivato al sentimento di molti operatori del settore per particolari birrifici. Birrifici aperti diversi anni fa con poche risorse, cresciuti rapidamente (come tutto il settore), fino a perdere le loro caratteristiche originali. Ma restando pure sempre artigianali e meritando il rispetto di tutto l’ambiente, almeno secondo Andy Crouch.

Un concetto che mai come ora possiamo trasferire al movimento italiano e rispetto al quale trovo diversi punti di contatto. Cosa ne pensate?

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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22 Commenti

  1. Io credo che sia necessario chiarire bene cosa significhi artigianale, che non è sinonimo di buona birra…Anche un birrificio artigianale può produrre una birra non particolarmente buona, ma rimane comunque artigianale se affida ad un artigiano (il birraio) la scelta delle materie prime, il controllo del processo produttivo, l’imbottigliamento, ecc… E’ inevitabile che in questo caso i volumi prodotti siano uno spartiacque: il piccolo artigiano, che lavora con qualche collaboratore ed è attento ad ogni fase della produzione di birra, non potrà con il proprio birrificio arrivare a produrre 5 milioni di barili l’anno… Con quei numeri a mio avviso non si può più parlare di un birraio artigiano che attraverso la sua passione comunica direttamente con i propri clienti. Che ne pensano i birrai nostrani?

    • Andrea Turco

      Sulla tua prima affermazione torna anche Crouch, in modo piuttosto analogo.
      Secondo me il punto è: dobbiamo promuovere la buona birra o la birra fatta da un artigiano, nel senso più “limitante” del termine?
      Io la risposta ce l’ho bene impressa nella mente (almeno credo), ma non è detto che tutti la pensino come me.

      Comunque per la cronaca, in USA si dibatte se un birrificio è ancora artigianale quando raggiunge dimensioni che qui in Italia il più grande produttore può solo lontanamente immaginare

  2. Servirebbe scrivere tutto un disciplinare produttivo per poter definire la birra artigianale in Italia (un po’ come è stato fatto per definire le doc e le docg dei vini) ma se tale disciplinare fosse troppo rigido poi ne potrebbe risentire l’inventiva dei mastri birrai. Certo aumentare il limite di produzione significa poter avere più birra ma forse questo la renderebbe meno apprezzabile.

  3. bellissimo articolo…qua che ne dicono i mastri birrai?

  4. Allora cerco di puntualizzare, per me:

    1)Cosiddetto Birrificio Artigianale Americano = Industria.
    Boston Beer Company : 1MIlione di Hl x anno, Sierra Nevada:700.000 Hl x Anno, uno Medio fà ca 100.000 Hl x Anno… sia per strutture/personale che per fatturato…..non è lontanamente comparabile con la realtà italiana….dove il più grande tra gli artigianali produce circa 7.000/8.000 Hl x anno (una pulce)…..e gli altri in media si assestano sui 500-600 Hl x Anno..
    2)Birra Artigianale tal quale non è affatto automatico sinonimo di Birra di Qualità
    3)Birra Industriale tal quale non è automatico sinonimo di birra di Scarsa qualità
    4) la Qualità dipende dalla filosofia di marketing e tecnico/produttiva dell’azienda che molto spesso deriva dalla passione per il prodotto e dalle coerenza/serietà della proprietà. Cosi’ possiamo avere una Boston Beer Company che produce delle ottime birre o altri birrifici anche europei che per passione della proprietà hanno continuato a fare grandi prodotti senza accettare compromessi con le sirene del mercato più facile…..le multinazionale hanno sempre di più fatto prodotti peggiori perchè non più dirette dagli uomini di produzione ….ma dai finanziari…..con scarsa cultura di prodotto…
    5)Il concetto di artigianale è comunque spesso usato a sproposito… anche da chi artigiano non è….anche in settori diversi da quello della birra…(si parla spesso di “metodo artigianale” adottato anche da Industrie Multinazionali..)..
    6) Artigiano è chi fà impresa lavorando direttamente all’interno della propria azienda con una dimensione strutturale limitata e con poco personale …
    Gli altri non sono artigiani…al limite possono fare della birra con metodo artigianale…
    Quindi ci sono due livelli diversi:
    – chi è realmente un artigiano/piccola impresa che produce con metodi artigianali;
    – chi è industria e produce birra con metodi/filosofia artigianale (es.USA).

    6) Importanza dell’Indipendenza: l’indipendenza è importante proprio per non perdere il legame con la primogenitura del progetto e con la filosofia del birrificio che pur di dimensioni importanti mantiene il suo orientamento principale al prodotto…e non si fà influenzare da Multinazionali o da Distributori che in quel caso possono assumere una importanza così forte per le decisioni strategiche dell’impresa da farne perdere la propria personalità/credibilità (in USA ci sono stati dei casi emblematici…con conseguente perdita di vendite e di quote di mercato…)…in Italia viste le piccolissime dimensioni dei birrifici il rapporto con la distribuzione o con l’industria può essere ancora più mortale…se avessi in società una quota importante di un distributore/industria non sarei più io a decidere…..
    7)+ Volumi = Prezzi più Bassi, è una vera idiozia…dipende dalla filosofia di prodotto e dalla politica di marketing (segmentazione del mercato, etc)…….come dipende da quello la scelta dei formati….
    8)la cosa fondamentale è fare birre di grande livello qualitativo, avere un carattere distintivo, essere coerenti con il proprio progetto/passione…….
    9)il valore più importante della mia attività è la libertà di creare quello che più mi piace….senza condizionamenti…..e questo può farlo solo un Artigiano Indipendente …..
    10) Disciplinari: nella mia lunga esperienza nell’industria alimentare ..non ho mai visto un “disciplinare” produttivo di un consorzio che funzionasse o che fosse rispettato (dal Parmigiano Reggiano al Vino Brunello di Montalcino…)….
    Oltretutto non si può imbrigliare in un disciplinare unico la produzione di tanti prodotti diversi come sono le birre fatte dai produttori artigianali italiani….non stiamo parlando di un unico prodotto…
    Quello che si può fare è definire dei paletti tecnico/qualitativi o di processo accettabili per la produzione artigianale (es. no pastorizzazione,etc..)
    Ma queste cose chi le fà ??? Chi le definisce ??? Assobirra???

    Il resto è noia…..

  5. l’anchor nonostante i volumi continua (per adesso) a fare birre di qualità che tanti “artigiani” ancora si sognano.

    Quindi “artigianalità” e qualità non devono per forza essere sinonimi.
    Così come il discorso americano di “craft”non lo vedo simile a come si intende la birra artigianale in italia.

  6. @Catalizzatore

    solo sul punto 7). mi pare ovvio che sia una condizione necessaria ma non sufficiente… se uno vuole decuplicare il prezzo mica lo poibisce la legge… poi però deve venderle…

    • ovviamente…..è solo il mercato che decide…!!!!
      Ma se un imprenditore sa fare il suo mestiere…..farà qualcosa di coerente con quanto il mercato o meglio i segmenti di mercato …desiderano….o chiedono….

      Credo che ci sia molto spazio ancora per crescere….ma io faccio il nicchione e non voglio fare prodotti da vendere al Lidl…..e sono libero di farlo…..

      Poi fate quello che vi pare……

  7. @Catalizzatore, anch’io!

    Mi piace molto la tua analisi.
    Il punto 7), però, non può ignorare che se aumentano i volumi, il trend dei prezzi è ascendente. La filosofia di marketing, certo, ne determina l’entità, ma economicamente dovrebbe convergere verso questo fenomeno.

    Sull’argomento generale sono secco: gli USA possono permettersi di ragionare in termini di volumi data la loro abnorme estensione geografica che si riflette sulla rete di distribuzione. In Italia è un discorso che si potrebbe fare e intraprendere a livello di legislazione, ma non deve essere il solo, sarebbe troppo troppo limitativo, ci sono troppi furbetti in giro…!

    • beh se vedi beer wars noterai che uno dei problemi che lamentano i birrai americani, che non siano coors o bud, è proprio quello della distribuzione.

      Un po’ come in europa, da stato a stato cambiano distribuzione, leggi e tasse. Non ovunque si trova tutto.

  8. Gaetano Leschiera

    Ciao, chiedo aiuto a voi che siete esperti in questo interessante blog. Sto facendo una tesi di laurea in marketing e devo – in un capitolo centrale – trattare l’approccio della GDO ai segmenti di nicchia. Poichè dagli iper-mercati fino ai supre-mercati, si trova sempre più spesso – tra le diverse referenze di Birra – la presenza di “birre artigianali” e/o “speciali” stavo cercando 5 righe di definizione di birra artigianale/speciale che mi aiutassero ad introdurre l’argomento nel capitolo sul Beverage.
    Questo sito (e la sua survey sui consumatori e sui loro luoghi di approvvigionamento e modalità di consumo) si è rivelato una fonte preziosa di spunti ed informazioni e se nulla osta, lo citerò tra le Fonti. Per quanto attiene la definizione di birra artigianale, la migliore mi pare quella che ho trovato su movimentobirra.it nel post dedicato alla Definizione di Birra Artigianale: http://www.movimentobirra.it/forum/forum_posts.asp?TID=3532
    Mi piacerebbe, se possibile avere da voi altre fonti web e non, da potere consultare al fine di una corretta definizione del prodotto (i vs articoli a riguardo sono molto estesi, ben dettagliati ma non giungono a definire un perimetro). Per quanto attiene la dicitura “speciali” utilizzata spesso in GDO, non ho trovato nulla di interessante e sono a chiedere supporto, non mi è chiaro se “speciale” e “artigianale” siano sinonimi o no.
    Vi ringrazio per l’aiuto che saprete/vorrete darmi, Gaetano

  9. Un paio di considerazioni.
    La BA in realtà definisce chi è associabile, non la birra artigianale. Più scrittori hanno sottolineato come sia impossibile una definizione “restrittiva” di craft beer.
    Si parla di “small” e “independent”. Non si parla più di tanto di metodi produttivi e poco sull’utilizzo di “aggiunte”.
    La definizione in Italia accettata, almeno mi pare, e proposta negli anni da Unionbirrai è molto più particolareggiata: si parla di birra non pastorizzata (definizione di processo) e senza conservanti etc. E si parla di “prodotta da artigiani”, che come ha ricordato il Sig. Catalizzatore 🙂 per la legislazione italiana ha un valore preciso.
    Il quantitativo prodotto (su cui penso si sia tutti d’accordo, è assolutamente slegato dal fattore qualità) è per una associazione importante anche in relazione alle normative vigenti: per esempio, se come artigiani vogliamo agevolazioni fiscali, per le dogane è necessario individuare un livello produttivo oltre al quale tali agevolazioni non sono usufruibili.
    Pertanto la definizione di Ub individua chi può associarsi. Come per la BA. Ma nel nostro caso mi pare che si sia molto più vicino ad una sorta di definizione di prodotto.
    Spendibile ed utilizzabile nelle sedi opportune.
    Ritengo in ogni caso, mi ripeto lo so, che tutto passi prima di tutto dalla qualità delle nostre produzioni: una birra artigianale mal fatta è il peggior nemico per il nostro comparto.

  10. io vorrei fare una domanda a tutti voi. ma se in un giorno lontano, lontanissimo, siderale, tendente a più infinito, le grandi multinazionali della birra si mettessero a fare birra con ingredienti di qualità e processi produttivi rispettosi del prodotto (se vogliamo anche rispettosi dell’etica ecc. ecc.), voi sareste contenti o no? che non lo si capisce mica… io sì, sia chiaro

    spero che il disprezzo che da sempre meritatamente l’industria raccoglie in questo ambiente derivi dalla scarsa qualità del prodotto proposto e dal messaggio culturale degradante e fagocitante più che dalle dimensioni degli impianti. altrimenti non è più una battaglia per difendere la qualità del prodotto ma una battaglia ideologica sulla struttura di un sistema economico e produttivo. battaglia lecita, ma sono due cose ben diverse…

    per capirci, io non considero come il Catalizzatore Sierra Nevada un’industria, anche se ovviamente mi accorgo della differenza di taglia. ma finora da loro ho assaggiato solo delle gran birre da cinema (se non violentate da trasporto e conservazione inappropriata) e non mi pare poco…

    ah, non c’è bisogno che qualcuno mi ricordi che spesso piccolo è condizione necessaria per buono e grande è condizione sufficiente per schifezza… lo so già

  11. Beh ..Stefano…e io che cosa ho detto????

    Traduzione: Sierra Nevada è una realtà di tipo industriale che produce delle ottime birre!
    Alcune multinazionali hanno già aziende che fanno produzioni di alta qualità e sono proprio quelle aziende che BA ha messo all’uscio in USA….
    Poi noi abbiamo visioni ed interessi leggermente diversi ….

    Mah…. a volte mi pare di parlare ad un muro di granito….

  12. Bruno, non è che tutto quello che dico lo dico per darti contro… e non è che questo blog sia una chat fra me e te…

    era una mia riflessione e per sentire cosa ne pensa altra gente… oltretutto visto nell’ottica dell’incipit paradossale…

  13. Io giudicherei i risultati.
    Gli americani hanno fatto bene e se oggi siamo a parlare di queste birra artigianale (qualsiasi cosa essa sia) è sopratutto che merito loro.

    Personalmente sarei per l’approccio giapponese.
    Inizia copiando quello che altri hanno fatto prima di te e poi miglioralo.

    Alcuni mi hanno però segnalato che l’italia e gli italiani non sono la stessa cosa degli americani e le formule che funzionano là non possono essere importate tali e quali (più bottegai, più litigiosi… più mafiosi).
    E’ stato un brutto risveglio per il mio animo semplice, quasi sempliciotto…ma devo dire che probabilmente è così.

    Dobbiamo quindi, oggi, trovare una nostra “via”.
    Numeri diversi.
    Substrato diverso.
    Stessa passione e capacità italiana di eccellere in campi dove fantasia e creatività sono elementi fondamentali.

    Personalmente terrò sempre un forte legami con i “padri” americani.
    Ma dobbiamo far decollare la birra italiana.

    Per farlo abbiamo bisogno di una associazione di categoria forte che catalizzi le forze in modo che due più due possa fare almeno cinque.
    Proprio come gli americani.

  14. “Personalmente sarei per l’approccio giapponese.
    Inizia copiando quello che altri hanno fatto prima di te e poi miglioralo.”

    questo te lo quoto

    secondo me cmq sei fuori strada sulle origini. cinque anni fa il 99% degli appassionati (nemmeno del volgo) non sapeva nemmeno come fosse una bottiglia di birra americana. io guarderei al buon vecchio belgio e cmq alle realtà europee come influenza originaria principale… agli americani come modello

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