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Due interessanti notizie birrarie da Svezia e Norvegia

Luma Ljusslingan.

Su Cronache di Birra scrivo quasi sempre di birra italiana, tuttavia non di rado sconfino all’estero (come, ahimé,  nel caso di ieri) per buttare un occhio sulle novità provenienti dalle nazioni più interessanti dal punto di vista birrario. Oggi allora ci dirigiamo in nord Europa e più precisamente in Scandinavia, per due segnalazioni molto interessanti che riguardano rispettivamente Svezia e Norvegia. Questi due paesi, insieme alla Danimarca, sono i principali esponenti della renaissance brassicola in atto in quell’area geografica. Insieme all’Italia sono tra le giovani realtà più innovative e interessanti dell’intero movimento birrario internazionale.

Come accennato, la prima notizia ci porta in Svezia e più precisamente nella sua capitale, Stoccolma. A inizio anno, infatti, è stata annunciata la futura costruzione di un birrificio da quasi 10.000 ettolitri, con annesso un ristorante capace di ospitare 100 visitatori all’interno e 150 all’esterno. Un progetto dai numeri piuttosto impegnativi, reso possibile perché basato sulla partnership di tre diverse aziende. A rendere clamorosa la notizia sono i nomi delle tre società coinvolte nell’affare: l’americana Brooklyn Brewery, la multinazionale danese Carlsberg e il birrificio svedese D. Carniege & Co. Premesso che il marchio Carnegie è già di proprietà di Carlsberg, ciò che meraviglia di più è la mossa del birrificio di Garrett Oliver: decidere di investire direttamente in Europa, tra l’altro stringendo accordi con una delle più importanti multinazionali birrarie del mondo.

È giusto precisare che Brooklyn non è certo un piccolo birrificio. La produzione si attesta intorno ai 130.000 ettolitri l’anno, per capirci 13 volte più dei più grandi microbirrifici italiani (Baladin e Birra del Borgo per capirci) e più o meno alla stregua di marchi come Pedavena e Menabrea. Tuttavia nell’elenco dei più grandi birrifici craft degli Stati Uniti, nel 2011 si posizionava al 13mo posto, preceduto da nomi come Dogfish Head e Stone (per non citare i più grandi). Infine la Svezia rappresenta per Brooklyn il primo mercato al mondo per l’export, dove è distribuita proprio dalla divisione nazionale di Carlsberg.

In definitiva si tratta di una partnership le cui basi nascono da accordi commerciali già in essere: in aggiunta bisogna ricordare che Brooklyn distribuisce a New York la Carnegie Porter e che nel 2011 collaborò con Carlsberg per realizzare una versione di quella birra maturata in botti di bourbon. Ciononostante apprendere che il birrificio di Garrett Oliver aprirà in Svezia un birrificio con Carlsberg fa indubbiamente un certo effetto…

Ci spostiamo in Norvegia riprendendo un post apparso su Larsblog e rilanciato ieri da Berebirra sulla sua pagina Facebook. L’autore del pezzo è Lars Marius Garshol, che lo scorso anno ha deciso di misurare il boom della birra artigianale nel suo paese tramite una serie di dati statistici. Qualche giorno fa ha pubblicato l’aggiornamento dell’analisi al 2012, dimostrando come non solo i prodotti di qualità stanno crescendo a dismisura, ma che iniziano a mettere in crisi persino la birra industriale.

I dati riportati da Lars riguardano il numero di nuove birre prodotte nell’arco dell’anno (220, +79 rispetto al 2011 e quasi +400% rispetto al 2007) e quello dei nuovi birrifici aperti (57, +16 rispetto al 2011), ma soprattutto i dati di vendita nel canale rappresentato dai negozi appartenenti al Vinmonopolet. Con questo nome (in inglese Wine Monopoly) si indicano quei negozi che in Norvegia sono adibiti alla vendita di bevande alcoliche con un contenuto d’alcool superiore al 4,75%. Come forse saprete, infatti, in diversi paesi del Nord Europa la vendita dell’alcool è soggetta restrizioni simili a quelle del tabacco in Italia: è permessa solo a determinati concessionari, che fanno capo ai Monopoli di Stato.

Analizzando i dati provenienti da questo canale, Lars ha scoperto che nel 2012 la quantità di birra artigianale venduta ha praticamente raggiunto quella della birra industriale (613 hl contro 635 hl), concludendo una rincorsa iniziata da metà degli anni 2000. La statistica è molto importante per capire il boom dei prodotti di qualità in Norvegia, tuttavia non significa che i consumi di birre craft hanno raggiunto quelli delle multinazionali.

In primis infatti il dato riguarda solo i Vinmonopolet: le birre sotto i 4,75% gradi alcolici sono tranquillamente disponibili in supermercati e altri punti vendita e il 94% della birra prodotta nella nazione rientra in questa fascia. In secondo luogo in Norvegia non esiste una definizione di birra artigianale, quindi la suddivisione tra birre craft e non craft è stata effettuata a pura discrezione dell’autore: è lui stesso ad ammettere di aver inserito tra le prime marchi come Erdinger e Leffe. Sebbene bisogna quindi ridimensionare il senso di certi numeri, è interessante notare come le artigianali in Norvegia abbiano raggiunto le industriali almeno in quel segmento di mercato che potremmo considerare “premium”. Una conquista da non sottovalutare assolutamente…

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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5 Commenti

  1. opss sorry per aver anticipato questo post con il mio commento di ieri.
    ciao

  2. alexander_douglas

    Beh ormai l’area scandinava ha produttori artigianali di altissimi livello: Beer here, Mikkeller, Nogne 0, Koskipanimo,Omnipollo,Olfabbriken etc etc….tutti in grado di competere con i migliori produttori europei. Doppiamente da elogiare visto quell’assurdo sistema di tassazione in base ai gradi alcolici dei prodotti che per anni ha costretto i produttori di quell’area a produrre sempre quelle anonimissime lager e pils e permettendo di azzardare qualcosina di più solo ai produttori industriali ( che non avevano interesse a farlo)

  3. I prodotti Nogne costano meno in Italia serviti al pub (Imperial Stout pagata 6 o 7 euro), che comprati al Vinmonopolet, dove arrivano a chiederti anche 90 corone (12 euro circa). Per le birre a bassa gradazione alcolica, che puoi trovare senza problemi nella grande distribuzione, invece i prezzi si attestano tra le 30 e 40 corone.
    Attualmente la Nogne vende il 50% della produzione all’interno dei confini nazionali, quindi direi che si tratta di una bella presa di coscienza e di posizione da parte dei consumatori.

  4. Gran Scandinavia, devo dire anche a Stoccolma, nell’analogo monopolio, si trova un sacco di birra ottima tra Brewdog, Flying dog, Brooklyn brewery solo per citarne alcuni, e, devo dire – per gli ultimi casi- con prezzi talvolta minori di molti beershop italiani..ed escluso il discorso “artigianali” c’erano davvero centinaia di etichette…cheers

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