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Birra artigianale in Italia e USA: un confronto basato sui numeri

Italy-usa_1317329728Quando si parla della crescita della birra artigianale italiana talvolta si tende, in maniera più o meno evidente, a fare dei parallelismi con il movimento craft americano. Sebbene quest’ultimo si sia sviluppato diversi anni prima e possa vantare un background molto più sviluppato del nostro, le analogie non mancano. In particolare l’Italia oggi sta vivendo una rivoluzione artigianale con una forza che in passato ha trovato pochissime similitudini e una di queste è proprio con gli Stati Uniti. Nel post di oggi ho deciso di confrontare i dati di crescita dei due movimenti per capire se tali somiglianza abbiano anche un riscontro nelle statistiche. Si tratta di poco più di un gioco, basato su numeri non sempre autorevoli al 100%, ma che può essere divertente e – perché no – utile.

Per confrontare l’andamento dei due settori dobbiamo stabilire una data di partenza per ognuno di essi. Qualche mese fa abbiamo affermato che la birra artigianale italiana è da poco diventata maggiorenne, individuando nel 1996 l’anno di nascita del settore. Alcuni microbirrifici nacquero precedentemente e addirittura il primo produttore risale a metà degli anni ’80: era il St. Josef’s di Sorrento e la sua avventura durò pochi anni (il classico esempio troppo in anticipo sui tempi). Comunque si è soliti riferirsi al 1996 come data di partenza della scena italiana anche perché fu allora che iniziò l’avventura di tre mostri sacri del settore: Baladin, Birrificio Italiano e Lambrate.

L’anno di riferimento per la storia della “craft revolution” americana è invece il 1976, quando aprì quello che fu definito il primo microbirrificio della nazione: la New Albion Brewery, in California. Anche qui ci fu un pioniere che anticipò tutti di diversi anni e fu Fritz Maytag, che nel 1964 rilevò il marchio Anchor con il quale resuscitò l’antico stile autoctono delle Steam Beer. A differenza del nostro St. Josef’s, Anchor non solo non ha chiuso, ma è oggi uno dei produttori più diffusi e apprezzati negli States (e non solo). Ciononostante quello di Maytag fu un caso isolato e anche in questo caso occorre fare un salto in avanti di più di dieci anni per parlare di un movimento della birra artigianale.

Nonostante l’anno di nascita della birra craft negli USA sia il 1976, si dovette attendere la metà degli anni ’80 per assistere a un primo boom del settore. Per tutta la fine del decennio precedente il bilancio dei birrifici attivi fu persino in passivo di alcune unità (si passò dai 103 del 1976 agli 89 del 1978) e la prima, timidissima inversione di tendenza si registrò solo nel 1979. Dal 1985 finalmente il settore sembrò spiccare il volo, registrando le seguenti percentuali di crescita:

  • 1985: +13%
  • 1986: +13%
  • 1987: +21%
  • 1988: +33%
  • 1989: +24%
  • 1990: +15%
  • 1991: +10%
  • 1992: +14%
  • 1993: +25%
  • 1994: +35%
  • 1995: +43%
  • 1996: +34%
  • 1997: +21%
  • 1998: +8%

Come si può vedere l’andamento della curva non è stato costante, ma comunque ha registrato nel complesso una crescita clamorosa, con un ritmo indiavolato soprattutto nella parte centrale degli anni ’90. Dal 1985 al 1998 i birrifici americani sono passati da 110 a 1.514 unità: un incremento del 1.276% in poco più di 10 anni.

Mentre per gli USA i dati sono facilmente reperibili grazie all’opera della Brewers Association, lo stesso non si può dire per l’Italia. Uno dei siti più autorevoli al riguardo è Microbirrifici.org, il cui database al momento conta 762 birrifici. Sappiamo però che questo numero non tiene conto delle aziende non più attive, che in genere ammontano a un 10% del totale. A fine 2013 erano recensite 630 aziende, delle quali possiamo considerarne aperte circa 570. Possiamo presumere (e i dati lo confermano) che così come per gli States, anche da noi il boom non sia cominciato immediatamente dopo la data di nascita del movimento. Partiamo allora dal 2004, che come “ritardo” corrisponde più o meno a quello preso in considerazione per la scena americana:

  • 2004: +22%
  • 2005: +28%
  • 2006: +36%
  • 2007: +31%
  • 2008: +34%
  • 2009: +17%
  • 2010: +26%
  • 2011: +17%
  • 2012: +29%
  • 2013: +28%

Anche in Italia la curva non è stata costante, registrando accelerazioni e decelerazioni, tuttavia nel lungo termine è avanzata con un ritmo analogo a quello americano (+975% in 10 anni). Se consideriamo la percentuale di crescita media (non so se è una dato interessante e valido) è persino maggiore di qualche punto: in 14 anni il settore americano è cresciuto in media del 22% annuo, quello italiano del 27% (in 10 anni). Se valutiamo il periodo storico differente (con le relative difficoltà economiche del momento) e l’impianto socio-economico profondamente diverso, il dato italiano è ancora più straordinario.

Ma perché la mia analisi degli Stati Uniti si è fermata al 1998 e non è andata oltre? Per un motivo ben preciso: fu allora che si chiuse la prima fase della rivoluzione craft in America. La curva di crescita subì infatti una frenata impressionante e per quasi un decennio il settore americano è rimasto stabile, se non addirittura in passivo per qualche anno. Se nel 1999 i birrifici attivi negli USA erano 1.564, nel 2008 erano appena 10 in più. Dopo questa lunga pausa, il settore ha ricominciato a macinare numeri impressionanti e la curva è ripresa a salire, con una pendenza persino maggiore rispetto al passato.

Cos’è successo in quel decennio? Immagino che qualche autore se ne sia occupato, ma personalmente non so dare una risposta. Non essendoci stati elementi esterni a influenzare il trend, mi viene da pensare che sia stata una sorta di pausa fisiologica, un momento di stanca in cui il settore ha messo ordine al suo interno prima di ripartire per un nuovo rush. Assolutamente plausibile, soprattutto se pensiamo alle analisi che si fanno della realtà italiana.

Dopo quasi vent’anni di birra artigianale nazionale e dieci di crescita impazzita del movimento, diversi analisti si aspettano per il futuro una sostanziale frenata. L’impressione attuale è che stiano nascendo più birrifici di quanti il mercato sia in grado di sostenere, quindi prima o poi dovrà avvenire una “selezione naturale” che farà scomparire quelli meno validi (o meno fortunati o meno bravi). Fino a oggi queste previsioni apocalittiche non hanno avuto riscontro, ma se esiste un’analogia tra il nostro movimento e quello americano, allora quest’ultimo potrebbe aver vissuto 15 anni fa ciò che ci accingiamo a sperimentare noi in Italia.

Cosa ne pensate?

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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10 Commenti

  1. Penso sia difficile fare previsioni, è vero che birrifici ce ne sono tanti, ma anche la capacità di assorbirne le produzioni sta crescendo…faremo come gli economisti che dopo che è successo un fenomeno ti spiegano il perchè….. Sarebbe interessante avere i dati per regione o per aria geografica..mi piacerebbe capire se quanto percepiamo in ambito romano corrisponde a numeri sensibilmente diversi da altre aree italiane, se questo è vero come non pensare ad un’espansione di quanto sta avvenendo a Roma ? Certo non basta l’enunciato, ci vogliono le condizioni ed il lavoro per esportare quest’esperienza..ma non mi sembra mica impossibile. Questo discorso riguarda la birra ma anche le produzioni alimentari artigiane, i farmers market….in Italia è possibile iniziare a pensare all’espansione di un modello di produzione del cibo diverso..le basi ci sono e la sfida è entusiasmante

  2. Hai fatto bene a scovare quest’analogia: stiamo parlando di mercati complessivamente differenti, ma proprio perché mercati “soffrono” trend simili. Ed è fisiologico dire che ogni mercato – o perlomeno la maggior parte di loro – soffre un andamento sinusoidale (alti e bassi ciclici). Fatta questa premessa, e avendo avuto conferma dello stop americano (sarebbe interessante scoprirne eventuali cause aggiuntive), è importante tenere costantemente e a stretto contatto il fenomeno italiano, per anticipare probabili inversioni di tendenza.

  3. La maggiorparte dei microbirrifici italiani fa schifo!!!
    Arrivera presto la selezione naturale…e poi sta birra artigianale ha gia rotto..le birre sono tutte uguali, tutti a copià gli altri e qualcuno che aggiunge qualche ingrediente che nn c’azzecca niente con la bira…

  4. Ottima ed interessante analisi. Una cosa che forse andrebbe menzionata e’ il proibizionismo, che ha fatto scomparire centinaia di birrifici negli anni 20. Di fatto la loro tradizione birraiola l’hanno sotterrata con le loro stesse mani. Ed ecco che, per questo e gli altri motivi da te elencati siamo in una situaziome simile alla loro, fermo restando pero’ che loro non devono fare i conti con una tradizione vinicola millenaria.

    • Andrea Turco

      Sì ma il Proibizionismo appartiene a ben altra epoca rispetto allo stallo registrato e altro che pausa, ha causato un apocalisse nel settore. Ecco, il crollo degli anni 20 è facilmente spiegabile con un fattore esterno, lo stallo degli anni 2000 no (almeno a quanto ne sappia).

  5. Ho trovato un’analisi sulla problematica della crescita USA del ’97.
    I dati risultano un po’ diversi – “From 1995 to 1997, growth dipped from 58% to 26% to 2%” – ma sostanzialmente pare ci siano 4 importanti motivi strutturali a determinarne il rallentamento.
    http://beerpulse.com/2011/11/1997-re-visited/
    È interessante anche per altre considerazioni sulla ciclicità di quella “bolla” di cui, previsioni alla mano, si teme il ritorno.

  6. Scusa Andrea, effettivamente il mio primo commento e’ inserito in un contesto un po’ off-topic, che c’entra davvero poco con lo stallo di cui parli nell’articolo. Faro’ piu’ attenzione.

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