Craft Beer Evolution
Home » Opinioni e tendenze » La "birretta" di Birradamare non è la "birretta" del Birrificio Italiano

La "birretta" di Birradamare non è la "birretta" del Birrificio Italiano

birretta
(Elaborazione da foto Mondobirra.org)

Scusate, torno anche oggi sull’Italia Beer Festival di Roma, poi smetto, promesso 🙂 . Durante la manifestazione capitolina dello scorso fine settimana, un amico (non ricordo se Lorenzo o Giaguarino… perdonatemi, colpa della senilità avanzante) mi ha fatto notare un curioso “conflitto comunicativo” tra due dei birrifici presenti. Da una parte infatti c’era lo stand di ‘na Biretta, il marchio dell’azienda Birradamare; pochi metri più in là era piazzata invece la postazione del Birrificio Italiano, con uno dei suoi poster promozionali che recitava a lettere cubitali: “Dimentica la birretta”.

A parte lo smacco giocato alla società romana (ovviamente si scherza 🙂 …), è interessante notare come questo dettaglio renda palese un diverso modo di approcciare e comunicare la birra artigianale. Attenzione però, nè in un caso nè nell’altro sto parlando di chi vuole piazzare i suoi prodotti brassicoli alla stregua di uno champagne, visto che entrambi i birrifici si caratterizzano per un taglio alquanto informale. Piuttosto il punto è la soluzione trovata per attrarre il consumatore, per creare una breccia nelle abitudini dei bevitori di birra (industriale), al fine di far conoscere i propri prodotti (artigianali).

Il brand ‘na Biretta è nato solo recentemente, almeno rispetto al Birrificio Ostiense Artigianale, che è la prima attività  di Birradamare. Non credo di sbagliare affermando che è un marchio ideato per promuovere una birra di facile approccio, che potesse ottenere successo anche al di fuori del brewpub di Ostia. Già dal nome si comprende il taglio decisamente popolare della comunicazione, che asseconda quindi la natura stessa della birra intesa come prodotto socializzante e di facile consumo.

Lo slogan del Birrificio Italiano invece si oppone a questa visione e sottolinea la differenza dei suoi prodotti rispetto a quelli industriali che conoscono tutti. Il produttore lombardo presenta quindi le sue birre come non banali, ma diverse dal solito e con un carattere ben definito. Mentre per Birradamare il termine “birretta” ha connotazioni positive – è la birra di tutti i giorni, è il collante delle relazioni interpersonali – per il Birrificio Italiano è qualcosa di scialbo, anonimo, insignificante.

L’espressione “andiamoci a fare una birretta” è molto comune in Italia. L’adozione del diminutivo serve per spogliare la bevanda di un’eventuale importanza, forse per sottolineare la contrapposizione con il vino, visto come prodotto impegnativo e a volte persino elitario. Il fatto che la birra sia considerata una bevanda facile risiede anche nell’ampia diffusione dei prodotti delle multinazionali.

Dovendo quindi attrarre nuovi clienti, le soluzioni individuate dalle due aziende sono diverse. Nel caso di Birradamare si cerca un allineamento con lo status quo, cercando di confondere il proprio prodotto artigianale in mezzo a quelli delle multinazionali, per poi rendere palese la propria superiorità qualitativa una volta assaggiato. Nel caso del Birrificio Italiano invece si opera una netta distinzione, cioè si cerca di incuriosire il consumatore comunicando con decisione l’appartenenza a qualcosa di diverso.

Senza analizzare i dettagli delle due comunicazioni nella fattispecie, secondo voi qual è il modo più efficace per promuovere la birra artigianale? Meglio “trarre in inganno” il consumatore, presentando un prodotto alla stregua di quelli industriali, o meglio stabilire da subito una netta separazione?

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

Leggi anche

permits-and-growth

Negli USA la bolla della birra craft è ancora lontana. E in Italia?

Da quando esiste Cronache di Birra (quindi da almeno 8 anni) sento ripetere sempre la stessa ...

SmallBarTapHandles-990

Quando il marketing arriva alle spine: il fenomeno delle maniglie personalizzate

In questi giorni molti di voi staranno definendo gli ultimi dettagli del proprio viaggio estivo. ...

21 Commenti

  1. Andrea, perdona la franchezza, ma che senso ha questo articolo? Mi ricorda tanto quei titoli della Gazzetta dello Sport di fine luglio, quando sono disperati perchè non sanno che scriverci. Un esempio rimasto impresso: “In Cina si dice Maladona!”.

  2. Entrambi tremendi !
    La peggiore però è Na Biretta, detta così mi fa venire i brividi anche solo per ordinare una decente birra industriale e l’associazione che mi viene in mente è solo con la birra da 66 “da muratori”.
    Personalmente l’espressione “birretta” non l’avrei utilizzata in nessun modo per proporre della birra artigianale.

  3. @bertinotti
    Beh penso che il senso si capisca chiaramente leggendo l’articolo.
    Era una curiosità che mi ha solleticato una riflessione sulle strategie comunicative, ma non mi aspetto che tutti abbiano la stessa sensibilità rispetto all’argomento.

  4. Na Birretta lo trovo francamente terribile…
    efficace ed immediato senza dubbio, ma decisamente, perdonate il termine, sputtanato

  5. Potresti fare un articolo sul perchè in quasi tutto il sud italia la birra da 66cl. venga chiamata dialetticamente una 3/4, quando è ovvio che sia una 2/3…..periodico.

  6. boh io nun t’ho detto ‘gnente.

  7. Giuseppe Del Giudice

    Modestamente penso che il termine na’biretta,sia un nome dato tanto per affezione da parte del birraio,in senso comunicativo verso la sua clientela,invece lo slogan che il caro Agostino,promuove,sia invece e giustamente,un modo di differenziare il nobile prodotto artigianale con una banale birra industriale.Comunque ognuno ha il libero arbitrio di appellare la sua creazione,l’importante è bere una buona BIRRA rigorosamente ARTIGIANALE !!!

  8. ‘na biretta nun se pò sentì!

  9. Andiamo al di là del caso specifico, che credo sia servito per intavolare un giro di confronti sui diversi modi di comunicare in ambito artigianale. Personalmente, ritengo che un birrificio artigianale debba comunicare con decisione la propria differenza rispetto ai prodotti annacquati delle multinazionali: il male sta da una parte, il bene dall’altra…. anche se naturalmente non è vero. Niente sensi di colpa: purtroppo, se l’idea non è semplice, non è efficace.
    Eppure, a parte Ago e pochi altri, il gruppo dei 10-15 micro italiani più noti sta giocando una partita diversa. Ho la sensazione che a questi brand non interessi più di tanto definire e difendere una categoria di produttori in quanto artigianali. Non sono più imbarcati con i piccoli nella stessa crociata che vede artigiani contro industriali: si avvicinano a un tavolo dove si gioca da pari a pari contro alcuni player internazionali. Difendono e valorizzano il loro marchio, staccando nettamente gli altri micro. Anche come qualità, s’intende. Hanno semplicemente scavalcato il problema artigianato\industria e fronteggiano il mercato da soli, incuranti delle definizioni di campo, con tutto quello che comporta anche a livello di comunicazione: mettono l’accento sulla qualità dei prodotti, che è certa e verificabile, piuttosto che sul carattere artigianale, ancora oggi difficile da definire.

  10. @Turco
    Scusa, quello che scriverò non riguarda questo post, però volevo porre un quesito… ma se buttassi degli stuzzicadenti in terra secondo te qualcuno li conterebbe???

  11. certo è normale che se devo vendere una birra ad un cliente medio, poco esperto, restando sullo stile Pils o Lager, o punto sull’artigianalità e sulla qualità (anche un po’ elitaria) o altrimenti rischio davvero di non avere possibilità contro una marca più famosa.
    lasciando perdere le peggiori tipo Heineken e co, ma chi me lo fa fare di bere naBirretta al posto di una Paulaner, per dire.

  12. Visitata la fabbrica della Paulaner intorno al 2003 , tante certezze non ne avrei…..

  13. forse tu. ma il 99% dell’utenza neanche sa com’è fatta una fabbrica di birra. perché dovrebbero puntare su una birra “easy” italiana (nel senso di messaggio di marketing) se possono bere una birra di marca. è piuttosto difficile sentire enormi differenze in due lager (senza difetti eclatanti) se non si è un minimo allenati.
    semmai il confronto dovrebbe appunto attestarsi su “birra artigianale italiana di qualità” vs “grandi nomi”, allora ha un senso.

  14. Mi riferivo al fatto che spesso si creano miti sul sentito dire.

  15. già è positivo, visto gli ultimi andazzi, che si stia a parlare di birra (o birretta) e non di cuscini, profumi, carrozze per cavalli, film hard, residence ecc ecc…
    Io sono sempre dell’idea che quando si inizia a puntare la comunicazione su fattori non direttamente collegati. al prodotto è perchè non si ha più nulla da dire!

  16. si beh, nella comunicazione ci sono anche le balle sul prodotto. e son cose che personalmente mi dan molto fastidio.
    a proposito: ho una curiosità, visto che son nuovo su questo blog, conoscete la Edikt 1516 distributia dalla Zago?
    ecco una cosa che detesto io è il fatto di non trovare lo stabilimento di produzione sull’etichetta. per me non sta ne in cielo ne in terra.

  17. @ Drachen

    Zago lo fa con tutte le sue birre e non è sinceramente in regola con le normative sull’etichettatura. In etichetta vanno per legge indicati o il produttore con relativo luogo di produzione, oppure limitarsi al nome del distributore ma sempre indicando il luogo di produzione

  18. @ Per tutti

    Nel Decreto legge 109 27/171992 all’art. 3 ai punto e) ed f) in merito alle indicazioni da riportare in etichetta si dice che si fa obbligo di indicare:

    e) il nome o la ragione sociale o il marchio depositato e la
    sede o del fabbricante o del confezionatore o di un venditore
    stabilito nella Comunita’ economica europea;
    f) la sede dello stabilimento di produzione o di
    confezionamento

  19. @Giors

    Una precisazione e un dubbio.

    La precisazione è che trattasi di DECRETO LEGISLATIVO 27 gennaio 1992, n. 109

    Il mio dubbio deriva dall’art. 11 comma 3:

    Sede dello stabilimento

    3. Nel caso di impresa che provveda alla distribuzione o alla
    vendita dei prodotti, sulle cui confezioni non sia indicato il nome o
    la ragione sociale o il marchio depositato e la sede del fabbricante
    o del confezionatore, la sede dello stabilimento deve essere
    completata dall’indirizzo ovvero, in mancanza, da una indicazione che
    ne agevoli la localizzazione.

    Mi verrebbe da pensare che sia sufficiente per Zago indicare l’indirizzo completo della sua sede per ottemperare a questa richiesta….

    Oppure sempre articolo 11 comma1 lettera b:
    1. L’indicazione della sede dello stabilimento di fabbricazione e
    di confezionamento o di solo confezionamento puo’ essere omessa nel
    caso di:

    b) prodotti provenienti da altri Paesi per la vendita tal quali
    in Italia;

    Che vorrà dire?

    In ogni caso mi smbra strano che Zago possa commettere un errore così banale.

  20. @Paolo Mazzola

    Sul sentito dire si sono costruiti miti,recensite birre e anche locali….ma ormai non fa più scandalo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *