Craft Beer Evolution
Home » Opinioni e tendenze » Quanto conta una birra di successo nell’ascesa di un birrificio?

Quanto conta una birra di successo nell’ascesa di un birrificio?

Una delle prime birre italiane caratterizzate in maniera esemplare: la Tipopils del Birrificio Italiano (Foto: Pencil&Spoon)
Una delle prime birre italiane caratterizzate in maniera esemplare: la Tipopils del Birrificio Italiano (Foto: Pencil&Spoon)
Foto: Pencil&Spoon

Tra i tanti blog birrari che seguo, devo ammettere che uno dei miei preferiti è quello di Tyrser. Magari non vanterà una costanza di aggiornamento paragonabile ad altri (sebbene negli ultimi tempi la frequenza di nuovi post sia aumentata sensibilmente), ma difficilmente ogni nuovo intervento non stuzzica nel lettore qualche tipo di riflessione. Ad esempio un recente articolo su Montegioco e il suo birraio Riccardo Franzosi si apre con una frase illuminante:

Ci sono birre che fanno la fortuna di un birrificio; “imbroccare” il cavallo vincente, studiare e costruire una birra ad effetto o avere la grazia divina di ritrovarsela nei maturatori senza sapere perché è l’Eldorado del birraio.

Affermazione che può sembrare banale, ma che non lo è, e che può offrire la giusta chiave di lettura per spiegare come nasce un birrificio di successo. La fortuna di un birrificio è quasi sempre legata a quella di una sua birra nello specifico. E’ questa una regola valida o una semplice congettura? Scopriamolo insieme analizzando la scena italiana…

Per verificare la legittimità dell’enunciato, vediamo se i più importanti birrifici nostrani devono la loro fama a un particolare prodotto, oppure se, al contrario, non c’è una birra che si staglia sulle altre.

  • Birrificio Italiano: “che ve lo dico a fà”, la creatura di Agostino Arioli deve gran parte della sua fama alla Tipopils, forse il classico birrario italiano per eccellenza. Senza di lei, probabilmente il piccolo comune di Lurago Marinone sarebbe conosciuto solo dai suoi abitanti.
  • Baladin: sul birrificio di Teo Musso ho diversi dubbi. Credo che nessuna tra le birre standard abbia in particolare decretato il successo dell’azienda di Piozzo. Forse il prodotto più “chiacchierato” è stata la Xyauyù, ma quando fu lanciata Baladin già brillava nel firmamento della birra artigianale italiana.
  • Birra del Borgo: la ReAle è sicuramente la birra più rappresentativa di Leonardo Di Vincenzo, quella che ha lanciato l’azienda di Borgorose tra i migliori produttori nazionali. Forse all’estero, e in particolare negli USA, il successo è però arrivato con la Reale Extra.
  • Bi-Du: indubbiamente l’ArtigianAle ha funzionato da rampa di lancio per l’avventura di Beppe Vento. In tempi più recenti la Rodersch ha confermato la leggenda di questo splendido produttore lombardo.
  • Barley: il miglior birrificio sardo si è fatto conoscere con la sua BB10 alla sapa di Cannonau, che ha inaugurato la moda delle birre “ispirate” al mondo del vino. Senza nulla togliere alle altre ottime birre di Nicola Perra, probabilmente senza quella intuizione l’azienda avrebbe raggiunto la giusta fama molto più tardi.
  • Troll: esempio di birrificio senza una vera fuoriclasse, ma che si è imposto soprattutto per la sua cifra stilistica, caratterizzata dall’uso massiccio di spezie inusuali.
  • Almond ’22: stesso discorso fatto poco sopra, nell’ampia produzione di Jurij Ferri mi sembra che manchi la classica “killer application”.
  • Montegioco: come sottolinea Tyrser nell’articolo citato in apertura, la Mummia è un capolavoro nella sua unicità, ma credo che la fama di Riccardo Franzosi risieda nelle sue abilità brassicole più che in una birra nello specifico. Anche se io per una Quarta Runa in forma donerei un organo 🙂 .
  • Grado Plato: il primo innamoramento che ebbi per questo birrificio fu per merito della Sveva, che avrebbe potuto rappresentare una perfetta “birra volano”. Non so se in realtà lo sia stata, anche perché successivamente sono arrivate altre perle come Sticher e Chocarrubica. In realtà, se proprio volete un parere, credo che il birrificio di Sergio Ormea sia un po’ sottovalutato… forse nessuno dei prodotti citati è stato in grado di lanciare definitivamente il produttore nell’Olimpo italiano.
  • Lambrate: per me non ci sono dubbi, la Ghisa ha lanciato il brewpub meneghino, sebbene sia stata accompagnata nel tempo da altre chicche, come la Montestella o la Porpora.
  • Toccalmatto: forse anche per la giovane età dell’azienda, non trovo nella produzione di Bruno Carilli una birra che ne ha decretato definitivamente il successo – per la verità ultimamente sento tessere le lodi della Zona Cesarini da tutti, publican e consumatori. Anche qui, come in altri casi, è stata forse una scelta produttiva a far emergere il produttore dalla marea di concorrenti. Nella fattispecie la realizzazione di birre piuttosto luppolate.
  • L’Olmaia: Moreno Ercolani rappresenta il mio modello di birraio, con poche ricette, che punta a perfezionare costantemente. Manca una birra rappresentativa in modo definitivo, ma di certo non se ne sente la mancanza.
  • Amiata: la castagna è stato l’ingrediente su cui hanno puntato i fratelli Cerullo e che ha lanciato il loro birrificio più di uno specifico prodotto.
  • Rurale: birrificio giovane, ma che ha raggiunto presto fama a livello nazionale. Se non ci fosse stata la Terzo Miglio, forse ci avrebbe messo qualche tempo in più.
  • Brewfist: il più giovane tra i produttori menzionati, recentemente sta ricevendo attenzioni crescenti grazie a birre piuttosto piacevoli. In particolare si sente sempre più spesso parlare della Fear, che non si può dire appartenga a uno stile “di successo” (è una Sweet Stout).
  • Extraomnes: altro birrificio di recentissima apertura e dunque con ancora tanta strada da fare. Dopo le prime produzioni in stile tipicamente belga, sembra ora poter compiere un primo salto di categoria con la Zest di ispirazione americana.

Ovviamente ho citato solo alcuni birrifici, cercando di analizzare – sempre sulla base delle mie opinioni – non solo i mostri sacri, ma anche qualche nome emergente. Sebbene non manchino le birre volano, queste non sembrerebbero indispensabili a decretare il successo di un birrificio. E’ però evidente che aiutano molto, permettendo all’azienda di turno di bruciare le tappe facendosi conoscere con una ricetta piuttosto azzeccata.

In generale l’importante è comunque distinguersi dalla massa – soprattutto ora che la massa è davvero numerosa. Che questo avvenga con un prodotto fortunato o con una caratterizzazione produttiva importa relativamente. Che ne pensate?

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

Leggi anche

grapefruit-ipa

Quando la frutta sposa la birra: l’ascesa internazionale delle Grapefruit Ipa

Nel mio resoconto della scorsa settimana su Fermentazioni 2016 ho evidenziato una delle tendenze dell’edizione appena ...

SmallBarTapHandles-990

Quando il marketing arriva alle spine: il fenomeno delle maniglie personalizzate

In questi giorni molti di voi staranno definendo gli ultimi dettagli del proprio viaggio estivo. ...

54 Commenti

  1. beh, se posso, penso che in piemonte una generazione di neonati sia stata allattata a Super! 😉 magari non è piu cosi evidente, ma fino a qualche tempo fa il baladin era sinonimo di super

    e sul B.I. non ne sono sicuro, anche la bibock ha avuto un suo perchè!

    ciao!
    billy

    • Andrea Turco

      Ecco, in realtà non sapevo quanto la Super fosse stata importante per diffondere il nome Baladin… grazie per la precisazione.

      Ok per la Bibock… ma secondo me la Tipopils non si batte da questo punto di vista. Tipopils = Birrificio Italiano e viceversa 🙂

    • Confermo la Super anche in Lombardia. Credo basti dare una spulciata negli archivi di it.hobby.birra per rendersene conto.

  2. hai dimenticato la bock staele dirk del menaresta! brassata amorevolmente da errico dosoli! ciaoooooooo

  3. Penso che una killer-beer per antonomasia sia la Panil Barriqueè (e/o Sour).
    Credo sia una delle birre italiane più famose all’estero e negli USA l’ho vista spessissimo nella lista di locali di un certo spessore.
    E penso che Renzo goda intimamente per la difficoltà che gli yankee hanno nel pronunciare “Torrechiara” … 🙂

  4. La Tipo in quel bicchiere non si può guardare…

  5. Ducato con la Via Emilia!

    • Andrea Turco

      Cavolo Ducato… ce lo avevo in mente… poi l’ho dimenticato
      Comunque più della Via Emilia secondo me l’ha lanciato la Verdi Imperial Stout

      • mmmmmh…. non sono d’accordo. la Verdi non è così conosciuta come meriterebbe, nonostante i premi vinti. Ad esempio è più conosciuta la New Morning, da quel che so.
        cmq credo che ViaEmilia, AFO e Bia siano stati il trittico di successo.

  6. Nonostante i trascorsi non proprio rosei con il birrificio di Manerbio, impossibile non citare il caso Rubinia-BABB. E AFO-Ducato prima del boom di Via Emilia e di tutte le altre.

  7. Aggiungerei anche Opperbacco con la Triplipa

  8. Sono veramente tanti…ma Maltus Faber con l’Extra Brune?
    E Walter?
    Qui è più difficile dire quale, ma io mi giocherei la D’uva Beer!

  9. io prevedo che Brewfist si imporrà con la Spaceman più che la Fear. è l’unico birrificio italiano a produrre una IPA (fra quelle che mi arrivano) fatta davvero con tutti i crismi (positivi) della cafoneria americana. al momento non ha concorrenti nel genere, anche se c’è qualcosa di simile (e fatto anche bene) in Italia ed una marea di altre cose sul luppolato andante

    • Esattamente come dicevo a mya qua sotto, bisogna coniugare il verbo al futuro, la spaceman è relativamente giovane, ma promette fin troppo bene, una cassa di bottiglie fa fatica a superare il weekend, figuriamoci il fusto.

    • c’è la west coast ipa di Revelation Cat,ho trovato molte affinità con questi due prodotti a mio avviso entrambi eccellenti.

      • “è l’unico birrificio italiano a produrre una IPA”

        le parole sono importanti (cit.)

        • l’astiosa questione della differenza tra made in italy e made by italian

          • non è astiosa, è un dato di fatto. il birrificio è distinguibile dal beer designer dal fatto che dentro al capannone oltre alle bottiglie e ai fusti ci trovi anche diversi fogli di acciaio piegati in forma cilindrica e qualche saldatura

            ognuno è libero di fare quello che gli pare ma mi pare scorretto non distinguere i due casi, con tutte le implicazioni del caso

  10. Un interessante articolo su BA sul concetto di Flagship Beer, cioè della birra-simbolo di un birrificio http://goo.gl/N6FQW

  11. La Super Baladin fu per noi barotti piemontesi una sorta di rivelazione…ora ringrazio Citabiunda per la notevolissima Sensuale…

  12. Colgo l’occasione per porvi una domanda, togliermi una curiosità, da pugliese che spesso si confronta con le realtà “birrose” del sud.
    I birrifici nominati sono tutti centro-nord.
    Dei birrifici del sud, invece, quali riconoscete grazie ad una loro birra?

    Un saluto a tutti.

  13. se devo pensare ad una birra simbolo di Toccalmatto che ha decretato il successo della casa a livello nazionale,sicuramente mi viene in mente la Surfing Hop,unica nel suo genere a giocarsela con le blasonate oltre oceano.

    • Eh beh, confronto assai arduo… secondo me nel suo genere se la cava molto meglio la Zona Cesarini!

      • Grazie Mya…..però con un pò di vanità devo dire che la rivista americana All About Beer ha inserito nel numero di Settembre 2010 solo due birre italiane nell’elenco delle migliori 99 birre a livello mondiale…..una era la Xyaiuou (come cacchio si scrive…) e l’altra la Surfing Hop di Toccalmatto….
        E’ chiaro che l’elenco era stato stilato da esperti internazionali di birra (tra i migliori a livello mondiale) e guarda caso non c’era nemmeno uno italiano…..
        Questo perchè sono anche puntualizzatore……e troppo giovane (come birrificio)…..

  14. Per Baladin sicuramente era già famosa prima della Xyauyù, ma la Xyauyù è senza dubbio l’unico immenso capolavoro di Teo! Un birrone di livello assoluto, al contrario del rest odella produzione, buono ma che non raggiunge mai picchi d’eccellenza.

    • Devo però dire che per me c’è stata un’esperienza legata al Baladin davvero paradisiaca. Nonostante siano trascorsi degli anni ricordo molto bene il momento in cui stappai una bottiglia di Wayan con un’ amica appassionata di birra, a cui ne seguì immediatamente un’altra dal tanto era buona.
      Apprezzo le birre di Teo quindi come tutte le altre conoscevo già Wayan, alla spina come in bottiglia.
      Le nostre aspettative però non erano alte: da tempo ogni volta in cui bevevamo birre Baladin ci capitava di incappare in prodotti un po’ deludenti, talvolta sciatti sciatti, altre addirittura “non a posto” (detto al meglio). Invece quella produzione in particolare di Wayan in bottiglia era da URLO. Devo Ammetterlo!!!

      • Colpo di fortuna. Tutte le bottiglie che ho aperto erano scarsine. Tra un paio di w.e. scendo a Roma e la provo alla spina.

  15. Di Brewfist secondo me emergono la Spaceman e la Burocracy!

    • La Spaceman a quanto pare (sentendo i brewfisti) “ha fatto il botto” però è un po’ lontana dall’essere al birra “identificativa”.
      Per il momento almeno, è ancora un po’ “giovine”.

  16. Vogliamo parlare della Martina di Pausa Cafè? 😀

  17. Uno degli esempi più eclatanti è la TripleXXX di Croce di Malto!

  18. Alberto Parmigiani

    un altro esempio è Pecora Nera per il Geco!
    mentre per 32 Via dei Birrai non trovo quella che spicca sulle altre (forse l’Oppale)

  19. anche la 2Penny di Bad Attitude è decisamente buona

  20. Ma sai che per il rurale avrei detto la Seta?
    Sarà che qui in zona l’ho vista più spesso delle altre!
    @Alberto
    concordo sulla Pecora Nera.

  21. Ok vado di amarcord (!) duro

    Formidable di Cittavecchia
    Motoroil di Beba

  22. A proposito di Almond’22, penso abbia lanciato la Pink IPA proprio per creare la birra-caso, no?

  23. ……….miloud e lagrigna del Lariano….

  24. Ipè per il San PAolo, ma anche Pecan forse la migliore interpretazione di Kolsch italiana

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *