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Chiude il birrificio Anchor: il triste epilogo del pioniere della birra craft americana

Può una notizia risultare clamorosa anche se attesa da tempo? Decisamente sì, quando diventa ufficiale. È il caso del triste epilogo di Anchor Brewing Co., che nelle scorse ore ha annunciato l’interruzione della sua attività e la messa in liquidazione dell’azienda. Per chi non ne fosse a conoscenza, si tratta di uno dei birrifici più importanti della storia della birra artigianale americana, che circa cinquant’anni fa diede il via alla rivoluzione craft negli Stati Uniti. La vicenda dunque acquista un significato simbolico notevole e le dichiarazioni arrivate nella giornata di ieri, sebbene non inaspettate, hanno prodotto nell’ambiente un certo effetto emotivo. La notizia appare come la naturale conclusione di un marchio che negli ultimi anni ha vissuto una pesante involuzione, iniziata nel 2010 quando il leggendario fondatore Fritz Maytag vendette la società a nuovi investitori. Da quel momento si aprì per Anchor una fase tribolata, passata anche per la cessione delle quote alla multinazionale Sapporo nel 2017. Un vortice negativo, dal quale purtroppo il birrificio non si è più ripreso.

Negli ultimi mesi i segnali di una grave sofferenza finanziaria erano apparsi inequivocabili. Se l’interruzione della produzione della storica Christmas Ale aveva avuto un significato principalmente affettivo – può essere considerata l’antesignana di tutte le moderne birre natalizie – ben altre indicazioni erano arrivate dalla scelta di Anchor di limitare la propria distribuzione alla sola California. Decisioni che oggi appaiono come un disperato tentativo di evitare l’inevitabile, di rimandare la logica conclusione della storia di Anchor prolungandone l’agonia. La situazione economica del birrificio Californiano, già preoccupante prima dell’avvento del Covid, è precipitata a causa della pandemia e del recente aumento dei costi generali. Due mazzate alle quali Sapporo non è sembrata capace di – o anche semplicemente interessata a – trovare delle soluzioni che potessero rilanciare il marchio.

Sarebbe però troppo facile accollare tutte le responsabilità di quanto avvenuto alla multinazionale giapponese. Primo perché le sofferenze di Anchor cominciarono ben prima dell’acquisizione da parte di Sapporo, che anzi probabilmente fiutò l’affare di potersi accaparrare un brand prestigioso a un prezzo (ritenuto) vantaggioso. Secondo perché la proprietà che subentrò a Maytag sembrò da subito più interessata a trovare un acquirente che a continuare nello sviluppo del marchio. Terzo perché, come abbiamo visto di recente, il terremoto socio-economico degli ultimi anni ha mietuto tante vittime illustri nel settore internazionale della birra, rendendo pressoché inevitabili alcune sanguinose chiusure. Certo è difficile non pensare che Sapporo ci abbiamo messo (o non messo) del suo per aggravare la situazione di Anchor, ma anche questa è ormai una tendenza consolidata: nel momento storico che stiamo vivendo l’industria punta a investire sull’essenziale e a recidere il superfluo.

Sotto il controllo della multinazionale giapponese la produzione di Anchor è calata di anno in anno, con l’eccezione rappresentata dal 2021, quando i volumi aumentarono del 45%, raggiungendo i 72,500 barili (il punto più alto dal 2018, quando i barili furono quasi 90.000). Un fisiologico rimbalzo dopo il periodo di restrizioni anti-Covid, che nascose il vero stato di salute dell’azienda. Già l’anno successivo i volumi scesero del 10%, attestandosi tristemente intorno ai 65.000 barili. Un ulteriore segnale di una caduta inarrestabile.

La vicenda è stata commentata da Sam Singer, portavoce di Anchor, in maniera piuttosto scontata:

Abbiamo dovuto assumere una decisione molto complicata, alla quale siamo arrivati dopo mesi di attente valutazioni. Riconosciamo l’importanza e la rilevanza storica di Anchor per San Francisco e per il settore brassicolo in generale, ma le conseguenze della pandemia e dell’inflazione, soprattutto nell’area di San Francisco, nonché un mercato altamente competitivo, non hanno lasciato altre opzioni all’azienda se non quella di cessare tristemente tutte le operazioni.

Come riporta Brewbound, la produzione delle birre Anchor è definitivamente cessata. Per il resto del mese proseguiranno solo le attività di confezionamento e distribuzione delle scorte rimaste inevase, così come la vendita e la somministrazione presso la taproom del birrificio. Ai dipendenti di Anchor è stato dato un preavviso di 60 giorni, ma gli stessi lavoratori in passato avevano sollevato critiche nei confronti di Sapporo per la mancanza di trasparenza circa le strategie commerciali legate ad Anchor, soprattutto dopo l’acquisizione del birrificio Stone, altro storico nome del movimento birrario americano. Che la fine di Anchor sia stata anche segnata dalla scelta della multinazionale di puntare su Stone al suo posto? Oppure dobbiamo aspettarci brutte notizie anche per l’ex birrificio di Greg Koch? Staremo a vedere.

L'autore: Andrea Turco

Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È organizzatore della Italy Beer Week, fondatore della piattaforma Formazione Birra e tra i creatori del festival Fermentazioni. Nel tempo libero beve.

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2 Commenti

  1. Altro che Re Mida. L’industria sa solo distruggere i birrifici che rileva.
    Ma è un’altra la domanda che il nerd che è in me sviluppa: la Anchor era famosa per aver registrato il termine di steam beer; e tutti gli altri birrifici dovettero chiamare California common lo stile steam. Mo che chiude il birrificio, il marchio registrato decade? Tutti possono richiamare le common steam? O resta alla sapporo, che a sto punto lo passa a Stone?

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