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In Toscana il progetto Bircacio: dagli scarti della birra nasce un pecorino sostenibile

Nella suggestiva cittadina di Massa Marittima (GR) si sta attuando un progetto innovativo che potrebbe rivoluzionare la produzione casearia locale oltre a quella brassicola. L’approccio visionario del progetto Bircacio sta attirando l’attenzione dei settori coinvolti, proponendo una soluzione sorprendente e sostenibile nella gestione degli scarti della birra. Il progetto Bircacio , nasce grazie a GAL F.A.R. Maremma, con il supporto della Misura 16.2 “Sostegno a progetti pilota e allo sviluppo di nuovi prodotti, pratiche, processi e tecnologie” PSR 2014-2020 della Regione Toscana, e sta delineando un nuovo percorso nel campo dell’economia circolare. La sua missione è ambiziosa: valorizzare gli scarti della produzione di birra per creare un formaggio innovativo, avviando così un ciclo virtuoso e sostenibile.

Nel progetto è preminente il ruolo del Centro di Ricerche Agro Ambientali dell’Università di Pisa, che tra i vari aspetti affronterà la messa a punto di una tecnica per la coltivazione di un luppolo adatto al territorio, attuando una selezione delle varietà più idonee agli ambienti di allevamento maremmani. Oltre ai partner istituzionali, gli altri partecipanti al progetto Bircacio sono Francesco Neri del birrificio Birra de’ Neri di Monterotondo Marittimo e Angela Saba, titolare dell’omonima azienda agricola che si trova a Cura Nuova, tra Massa Marittima e Grosseto, dove alleva circa 300 pecore e capre.

Ma cos’è Bircacio? Nella pratica si tratta di un particolare pecorino arricchito con i polifenoli che derivano dallo scarto di lavorazione della birra. Entrando nel dettaglio del progetto, a partire dallo scorso febbrai, le trebbie e gli altri scarti di natura alimentare derivanti dalle attività produttive di Birra de’ Neri sono entrate a far parte della dieta di un gruppo di 12 pecore facenti parte del gregge allevato dall’azienda Saba. A questo gruppo ne è stato affiancato uno di controllo, sempre costituito da 12 ovini di età simile, ma alimentati secondo una dieta più tradizionale, orientata ad animali destinati ad una produzione casearia classica. Successivamente, con il latte ricavato dai due gruppi, sono stati prodotti separatamente dei formaggi al fine di inviarli all’Università di Pisa per analisi e controllo.

Lo studio, attualmente in corso, è destinato a fornire indicazioni di valore e a dare nuovo slancio al settore agricolo. In tal senso, Bircacio si pone come un passo avanti significativo verso l’istituzione di un’economia circolare locale e virtuosa, sostenendo la creazione di una nuova filiera: quella del luppolo, in un’area della Toscana dove è praticamente inesistente. Questo progetto rappresenta, dunque, un punto di incontro tra il settore della birra artigianale e quello della produzione casearia, entrambi impegnati nella diversificazione, nell’attuazione dei principi di filiera corta e nella creazione di nuove tipicità alimentari. Un aspetto, quest’ultimo, in cui la Toscana eccelle.

Maggiori informazioni su Bircacio, i suoi sostenitori e i dettagli del progetto sono disponibili sulla relativa pagina Facebook.

L'autore: Davide Cappannari

Classe ‘76, nella vita si occupa di comunicazione nel senso più ampio del termine. Nasce professionalmente come IT manager e web specialist, negli ultimi anni si è specializzato nel settore dell’informazione diventando giornalista pubblicista e social media manager. È inoltre il fondatore e curatore del blog specialistico “La Toscana della Birra”.

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Un commento

  1. Antonio Frezza

    Non è una novità, le trebbie per consumo animale lo si fa da sempre. A Caserta lo davano agli allevatori di bufale da latte

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