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Le migliori birre da supermercato (e alcune alternative artigianali)

Entrare al supermercato per comprare una buona birra può rivelarsi un’attività molto frustrante. Da una parte gli scaffali sono dominati dai grandi marchi conosciuti da tutti, in grado di regalare la stessa soddisfazione gustativa di una ricetta di Chef Ruffi. Dall’altra, nelle migliori delle ipotesi, si può impazzire tra le decine di birre diverse rientranti nella fascia dei prodotti super premium. Insomma, per chi non ha un minimo di dimestichezza con la bevanda, orientarsi tra gli scaffali della grande distribuzione può essere difficile e snervante. Eppure non è impossibile imbattersi in produzioni degne di attenzione, che sebbene siano lontane dal concetto di eccellenza possono rappresentare un discreta opzione d’acquisto. E magari offrire il pretesto per appassionarsi a una determinata tipologia brassicola per poi compiere il salto verso la birra artigianale.

Quali sono allora le migliori birre da supermercato? E quali alternative si possono trovare nel segmento della birra di qualità? Ecco di seguito alcuni suggerimenti, formulati considerando i marchi più diffusi nella grande distribuzione italiana. Esistono infatti alcune catene provviste di una scelta più ampia, nella quale spiccano prodotti di assoluto livello (in attesa che i birrifici italiani si rivolgano alla gdo in maniera più decisa e compatta). Purtroppo non tutti hanno la fortuna di disporre di supermercati del genere, quindi l’elenco che segue è redatto seguendo il criterio spiegato poco sopra.

Chimay Grande Réserve

Chimay è uno dei dodici birrifici trappisti esistenti al mondo e quello presente con più costanza nella grande distribuzione (quantomeno italiana). La Chimay Grande Réserve (9%), conosciuta anche come Chimay Blue, è una Belgian Dark Strong Ale ricca e possente, da bere con calma (e a temperature relativamente alte) per apprezzarne tutte le sfumature aromatiche. Sebbene non raggiunga livelli di eccellenza assoluta, è una birra più che dignitosa e in grado di avvicinare il consumatore occasionale alle “birre d’abbazia” tipiche del Belgio. Da qualche tempo Chimay è presente nei supermercati con quasi tutti i prodotti della gamma, mentre per quanto riguarda gli altri birrifici trappisti non è impossibile imbattersi nella Orval (anch’essa belga) o nelle creazioni dell’olandese La Trappe. Se poi vi doveste appassionare alla birra trappista, potreste trovare ulteriori (e maggiori) soddisfazioni con i prodotti di Rochefort e Westmalle, o addirittura riuscire a reperire qualche rara Westvleteren. Infine potreste decidere di organizzare un pellegrinaggio a Roma per visitare il birrificio Tre Fontane, l’unico trappista italiano.

La Chouffe Blonde e Duvel

Oltre alle birre trappiste, il Belgio è rappresentato sugli scaffali delle gdo da molti prodotti rientranti nella grande famiglia delle Belgian Golden Strong Ale. A tal proposito si trova un po’ di tutto: da Grimbergen a Leffe, da Affligem a Benedektiner. Il panorama è ampio ma tutt’altro che entusiasmante, a meno di non imbattersi in un paio di prodotti che alzano leggermente l’asticella qualitativa. La Chouffe Blonde della Brasserie d’Achouffe è un evergreen difficile da scalzare, nonché uno di quei marchi che quindici o vent’anni fa, agli albori del movimento italiano, guidava la scuderia delle belghe d’importazione, offrendo una delle poche alternative a chi cercava qualcosa di diverso dalle produzioni mainstream. Duvel del colosso Duvel Moortgat è oggi lontana dai fasti del passato, ma rimane una birra degna di menzione per almeno due elementi non secondari: essere stata il capostipite delle Belgian Golden Strong Ale e possedere un valore didattico non indifferente, con quella netta “pera Williams” a stagliarsi nel ventaglio aromatico. Al di là degli scaffali dei supermercati, il consiglio è di indirizzarvi sulle Strong Ale chiare di altri birrifici belgi, come De Dolle, Dupont o De La Senne. Fuori dal Belgio troverete ottime interpretazione da parte di alcuni birrifici americani e italiani.

Blanche de Namur

Le Blanche sono uno stile così peculiare che negli anni ha trovato spazio anche nei supermercati con l’offerta più superficiale. Le incarnazioni più diffuse sono essenzialmente due: la storica Hoegaarden – senza di lei la tipologia oggi non esisterebbe più – e la Blanche de Namur. Oggi la prima è la pallida copia di quella del passato, mentre la seconda mantiene ancora qualche elemento di interesse. Assaggiate una Blanche e non è escluso che proverete un improvviso amore per le birre aromatizzate: per definizione la tipologia prevede l’impiego di coriandolo e scorza d’arancia amara. Una volta scoccata la scintilla, potrete orientarvi verso creazioni di livello qualitativo superiore, come la St. Bernardus Witbier. Anche in questo caso le migliori interpretazioni extra Belgio arrivano dagli Stati Uniti e dall’Italia.

Guinness

Il nome non necessita certo di presentazioni e sebbene oggi la Guinness sia una birra ampiamente industriale, rimane uno dei prodotti meno disdicevoli tra quelli più diffusi nei supermercati. Se bevendola vi ha fatto scattare l’infatuazione per le birre scure (o almeno per una loro incarnazione), allora benvenuti nel mondo delle Stout. Qui il salto verso la birra artigianale apre orizzonti diversi e molto intriganti, ognuno dei quali corrisponde a una precisa evoluzione dello stile. Per restare fedeli alla Guinness potreste orientarvi verso le Dry Stout, tipiche dell’Irlanda ma riproposte da tanti birrifici in tutto il mondo. Se cercate qualcosa di più “morbido”, potreste trovare più di un conforto con le Oatmeal Stout (con avena) o con le Sweet Stout (con lattosio). Se invece volete salire di gradazione e potenza, le Imperial Stout fanno al caso vostro: è facile trovarle “lisce”, oppure affinate in botte e/o prodotte con ingredienti “da pasticceria”. Ma le varianti sul tema sono davvero tante…

Pilsner Urquell

In questa rassegna è impossibile non citare le Pils, che rappresentano lo stile più rivoluzionario della storia della birra. Il problema è che proprio per questo motivo quasi tutti gli anonimi prodotti da supermercato sono riconducibili alla tipologia di origine ceca, assolutamente svilita dall’industria negli anni. Dovendo trovare una buona Pils da grande distribuzione non rimane allora che segnalare la leggendaria Pilsner Urquell, la birra che nel 1842 segnò la nascita dello stile. La versione reperibile nella gdo è purtroppo una triste parodia della Urquell originale, che al contrario è ancora disponibile nella sua forma migliore in diversi luoghi di Praga e del resto della Repubblica Ceca. Tuttavia abbiamo voluto citarla per la sua importanza in termini storici e perché può essere una valida “gate beer” prima della conversione alle Pils artigianali, di cui l’Italia è uno dei migliori rappresentanti al mondo.

Franziskaner Hefeweizen

Ah le Weizen: una delle tipologie brassicole più conosciute dal grande pubblico ma anche una delle meno amate dagli appassionati. Nonostante l’idiosincrasia diffusa nell’ambiente, evidentemente le Weizen devono piacere parecchio ai consumatori della gdo, se è vero che da sempre sono presenti in massa tra gli scaffali dei supermercati. La Franziskaner Hefeweizen è una delle incarnazioni “meno peggio” che si possono incontrare nella grande distribuzione e possiede tutti i caratteri precisi dello stile, riconducibili a livello aromatico ai classici “banana matura” e “chiodi di garofano”. A livello di birra artigianale le Weizen sono prodotte in tutto il mondo, sebbene non sempre reperibili con facilità per i motivi espressi inizialmente. Se poi le birre tedesche di frumento vi dovessero far impazzire, potreste trovare interessanti due variazioni sul tema: le scure Dunkelweizen e le forti Weizenbock.

Sierra Nevada Pale Ale e Fourpure Session IPA

Abbiamo lasciato per ultimo il capitolo sulle birre luppolate perché è sicuramente il più spinoso. In linea generale queste produzioni poco si adattano alla gdo, perché estremamente delicate: richiedono una cura superiore alla media e devono essere bevute “fresche”, pena il decadimento della potenza aromatica dei luppoli. Il successo della tipologia ha spinto l’industria a proporre birre luppolate nella grande distribuzione, spesso con risultati fallimentari. Ogni tanto però si ha la fortuna di imbattersi in prodotti dignitosi e miracolosamente arrivati alla meta in condizioni soddisfacenti. Ne segnaliamo due, per motivi diversi. La Sierra Nevada Pale Ale del birrificio americano Sierra Nevada è una produzione storica, una delle prime e più importanti creazioni ad aver acceso la scintilla della rivoluzione internazionale del luppolo. Fourpure (oggi controllato dal gruppo Lion) è invece un birrificio londinese appartenente al club del Beer Mile, dunque rappresentate della new wave inglese capace di soverchiare le regole della birra tradizionale anglosassone. La volta che ho acquistata la sua Session IPA l’ho trovata in una forma più che discreta: può rappresentare una valida scelta sotto i 3 euro a lattina. Ma c’è da dire che per qualche decina di centesimi in più potrete assicurarvi molti prodotti di qualità superiore al beershop di fiducia, oppure optare per una luppolata alla spina in tanti locali “illuminati”. La scelta in termini di birra artigianale è praticamente infinita: il luppolo è l’ingrediente simbolo della rivoluzione craft e al momento non ha molto senso ricercarlo tra gli scaffali dei supermercati.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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4 Commenti

  1. Avatar

    Ottimo.
    Tra le weizen ultimamente ho trovato spesso anche le SCHNEIDER WEISSE, secondo me
    molto meglio della Franziskaner

    • Andrea Turco

      D’accordo con te, tra l’altro ha un valore storico ben diverso. Avevo pensato di citarla, ma non so quanto sia effettivamente diffusa

    • Avatar

      Io alla Pam poco tempo fa ho avuto la sorpresa di trovare la Dead guy ale di Rogue e la Indie pale ale e la Dead pony club di Brewdog.
      Mai me lo sarei aspettato e ne ho prese un bel po’.
      Per il resto… Io credo che anche la disposizione sugli scaffali porti a sempre a metterti in vetrina il prodotto industriale, a maggior ragione che se qualcuno che beve artigianale ha voglia di una birra, non se la va a prendere al supermercato.

  2. Avatar

    Ottimo consigliò

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