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Le birre italiane più influenti di sempre – Parte I

Il movimento italiano della birra artigianale è ancora molto giovane, avendo da poco superato i 20 anni di età. Un periodo praticamente irrilevante se paragonato alla storia secolare della nostra bevanda, ma che a livello internazionale ha coinciso con trasformazioni profonde e decisamente repentine, capaci di modificare l’evoluzione stessa della birra. Così in soli 20 anni è comunque possibile individuare dei prodotti talmente importanti da aver influenzato l’intera scena brassicola nazionale. Prendendo spunto da un articolo pubblicato in passato sul sito Food & Wine, con questo e altri post che seguiranno proviamo a stilare un elenco delle birre italiane più rilevanti per lo sviluppo del nostro movimento. Nel gruppo troveremo produzioni famose e altre praticamente sconosciute, etichette regolarmente disponibili e altre scomparse da tempo, birre apprezzate da tutti e altre ampiamente dimenticabili. In tutti i casi, però, il filo conduttore sarà il medesimo: aver fatto da apripista a intere tendenze o aver assunto il ruolo di punto di riferimento per decine di birrai.

Tipopils – Birrificio Italiano

Impossibile non cominciare questo elenco con la Tipopils del Birrificio Italiano, la creazione di Agostino Arioli che a distanza di tanti anni rimane una certezza per tanti bevitori e una chimera per moltissimi birrai. Come disse lo stesso Agostino in un’intervista risalente al 2011, la Tipopils:

Coincide esattamente con l’idea comune che abbiamo di birra. E’ un classico… come nella pittura ci sono i classici che non tramontano mai, nella letteratura uguale… la Tipopils è un classico, perché come tutti i classici ha un suo equilibrio. Un equilibrio che nella fattispecie si realizza tra il malto e il luppolo – entrambi evidenti ma armonizzati, aspetto che la rende una birra non banale – e le sensazioni boccali… è molto piacevole al tatto, in bocca, è una carezza morbida ma anche vivace: è questa la chiave del successo della Tipopils.

Gran parte del successo della Tipopils risiede nelle grandi abilità del suo creatore. Arioli è riuscito nel difficile compito di replicare uno stile birrario immortale aggiungendo un tocco personale, realizzandone così un’incarnazione unica al mondo. È un obiettivo che si pongono tanti birrai: replicare innovando. Ma la difficoltà è nel raggiungere questo obiettivo in maniera elegante, quasi celando la mano dopo aver aggiunto quel quid estremamente peculiare. E infatti la Tipopils è una Pilsner molto in stile, ma anche con una personalità ineguagliata: merito anche del dry hopping, con il quale Agostino ha impresso alla sua creatura il carattere che tutti gli riconosciamo.

Seppur inimitata e inimitabile, la Tipopils ha dimostrato che la birra artigianale può essere molto simile a quella industriale, ma anche molto diversa. Proprio per questa vicinanza ottenuta tramite un’apparente semplicità, un prodotto come la Tipopils è in grado più di dimostrare le enormi distanze che esistono tra la birra di qualità e quella delle multinazionali. Ha affascinato tanti birrai italiani e se oggi possiamo contare su alcune Pils eccellenti (Via Emilia del Ducato, Grigna di Lariano, Pils di Ritual Lab, ecc.) è perché la Tipopils rimane un’evergreen senza tempo, una birra straordinaria che appaga e ispira da sempre.

Super – Baladin

Se la Tipopils è forse la birra artigianale italiana per antonomasia, il birrificio Baladin di Piozzo è quello che più di ogni altro ha influenzato l’intero movimento. Il suo fondatore, Teo Musso, ne è convinto a tal punto da affermare (non senza ironia) che è sua la responsabilità per l’ascesa dell’intero movimento. Non facile dargli torto, perché se per tanto tempo i birrifici italiani si sono ispirati agli stili del Belgio e hanno confezionato le loro birre in bottiglie ricercate, è perché 20 anni fa Teo immaginò i suoi prodotti sulle tavole dei ristoranti italiani e non certo attaccati alle spine dei pub dell’epoca. Mentre i pochi brewpub presenti in Italia brassavano basse fermentazioni tipiche dell’area tedesca, Musso si lasciò ispirare dai suoi viaggi in Belgio per proporre nel suo locale di Piozzo stili come Saison, Blanche, Belgian Strong Ale e via dicendo.

Fu però con il confezionamento in bottiglia che i prodotti di Baladin ottennero un posizionamento sul mercato e un’identità poi emulata da tanti. La prima della gamma fu la Super, realizzata sul modello delle birre d’abbazia: ambrata, con decise note fruttate e speziate, ma anche facile da bere. Niente in comune con le Lager di impostazione tedesca e con caratteristiche organolettiche che, a ben vedere, meglio si adattano all’imbottigliamento. La Super era un’ottima birra in stile belga, ma di per sé non particolarmente innovativa. Era innovativo tutto il resto: il modo in cui veniva presentata, la bottiglia che la conteneva, l’etichetta curata nella grafica. Tanti seguirono questa impostazione e le caratteristiche odierne della birra artigianale italiana sono in gran parte frutto di quella visione di Teo Musso.

Malphapana – Soci dea Bira

Le birre italiane alle castagne sono oggi in disuso, rintracciabili sul mercato solo col lanternino. In realtà nella prima fase dell’evoluzione del nostro movimento rappresentarono una tipologia immancabile nella gamma di ogni birrificio, al punto da essere considerate da molti il primo stile birrario italiano in assoluto. Le Chestnut nostrane era tante e diverse tra loro: c’erano quelle prodotte con farina di castagne, quelle che impiegavano miele di castagno e quelle realizzate con castagne intere essiccate, secche, o addirittura in forma di caldarroste. Il fenomeno rappresentò probabilmente la prima moda brassicola in Italia, anche perché la risposta dei consumatori per queste creazioni era sempre abbastanza tiepida. Per questo e per altri motivi, la febbre per la birra alle castagne improvvisamente svanì e i birrai persero interesse nel realizzarle.

Anche se oggi sono quasi una rarità, queste birre hanno caratterizzato un lungo periodo di birra artigianale in Italia. Come ricorda Kuaska, che ha sempre avuto molto a cuore l’argomento, i primi esperimenti italiani in tal senso risalgono all’inizio del nuovo millennio: la prima Chestnut fu la Malphapana, creata dal gruppo trevigiano dei Soci dea Bira e raccontata nel 2001 da Paolo De Martin (uno dei suoi membri) sulla rivista di Unionbirrai. All’epoca la rivista era uno dei principali organi d’informazione per i birrai italiani, dunque non è escluso che quella birra ispirò tante altre produzioni con castagne che seguirono negli anni successivi. Nello stesso periodo uscì sul mercato anche la Castagnasca di Birra Busalla, che probabilmente fu la prima Chestnut commerciale d’Italia.

Utopia – Troll + Bi-Du

Una delle tendenze intramontabili nel panorama birrario internazionale è rappresentato dalle collaboration brew, birre realizzate da due o più birrifici “amici”. Oggi tanti produttori italiani arricchiscono la loro gamma con creazioni collaborative, che spesso garantiscono visibilità e curiosità tra i consumatori. Come molti trend, anche questo arriva dall’estero e più precisamente dagli Stati Uniti, dove si diffuse velocemente dopo il 2004 in seguito al lancio della Collaboration not Litigation: una birra “riconciliatrice” realizzata da Russian River e Avery Brewing, che conquistò rapidamente il mercato dimostrando la forza di simili partnership.

E in Italia? Non dovemmo aspettare troppo. La prima birra collaborativa creata sul nostro territorio risale al 2006: fu l’Utopia, una sorta di Tripel con miele di corbezzolo e rododendro, brassata da Daniele Mainero del piemontese Troll e Beppe Vento del lombardo Bi-Du. Fu definita una birra di confine per la posizione delle due aziende, situate rispettivamente a ridosso dei territori francese e svizzero. L’Utopia aprì le danze per le decine di birre collaborative italiane che seguirono negli anni successivi, spesso realizzate anche con birrifici stranieri. Un fenomeno odiato e amato allo stesso tempo, a volte frutto di idee bislacche, altre con bei progetti alle spalle.

La prima parte di questa rassegna termina qui. Avete obiezioni da muovere per le quattro birre individuate in questo articolo?

L'autore: Andrea Turco

Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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7 Commenti

  1. BB10….anche ha aperta un ‘epoca..anche se dalla sapa si è passati a mosti e vini, bianchi e rossi. Almeno per me è stata una pietra miliare
    Paolo

  2. Strano che manchi la Reale.

  3. Dal mio punto di vista ricordo le prime grandi bevute di Super, Isaac e Lambrate.
    Certo stabilire quali abbiano cambiato il panorama è abbastanza difficile dato che son tutte produzioni uscite localmente e poi a macchia di leopardo.

  4. Secondo me Xyauyù è un capolavoro che segnò proprio un cambiamento nella “estremificazzione” delle barleywine ma anche nei nuovi metodi di macro-ossidazzione in produzione. Porto non solo in Italia, ma nel mondo la moda della estrema ossidazione nelle barleywine. Ancora oggi è un punto di riferimento essendo copiata da tanti altri.

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