Cerevisia

ott

22
'12

Nuovi birrifici italiani (parte II): Irrenhaus, Opificio Birrario e Fiej

Risale a quasi due settimane fa l’articolo con cui introdussi alcuni birrifici italiani di recente apertura. Poiché il titolo di quel post riportava un eloquente “parte I”, è ora arrivato il momento di riprendere le fila del discorso per presentare altri tre nuovi produttori. Partiamo allora dalla Lombardia e più precisamente dal comune di Desio (MB), dove solo una decina di giorni fa si è tenuta la festa di inaugurazione del birrificio Irrenhaus. In realtà si tratta di un brewpub a tutti gli effetti, nato dalla passione di sei amici: Andreas, Robert, Emil, Marcus, Paul e Peter. I sei si autodefiniscono un po’ pazzi, da qui il nome dell’azienda (“manicomio” in tedesco) e lo stile del locale.

Al momento il birrificio Irrenhaus produce tre birre. La Insania è una Koelsch che punta decisamente alla bevibilità (la classica “chiara da battaglia”). La Vanvid è invece una classica Weizen tedesca, realizzata quindi con alte percentuali di frumento oltre al malto Pils. La Madness infine è una Strong Ale ambrata di ispirazione anglosassone, con profumi di malto tostato e luppolo ben in evidenza. Tutte le informazioni sull’azienda sono disponibili sul sito ufficiale.

Scendendo verso sud ci fermiamo in Toscana. A Lavoria (PI) ha da poco aperto i battenti l’Opificio Birrario, presentato ufficialmente lo scorso 29 settembre in una serata di degustazione organizzata dal gruppo Puro Malto. Le notizie al riguardo non sono tantissime, anche perché l’azienda non sembra disporre ancora di un sito web. In ogni modo anche questo produttore è partito con tre birre in catalogo: la Brama (5% alc.) è una Blanche (dunque realizzata con frumento e presumibilmente aromatizzata con coriandolo e bucce d’arancia); la Noctua (5% alc.) una Belgian Ale non particolarmente muscolare; la Glaux (6,5% alc.) una British Strong Ale. In generale si nota come siano tutte birre dalla gradazione alcolica abbastanza contenuta. Per il resto aspettiamo di sapere qualcosa in più.

Foto: Luciano Pignataro

Spostiamoci ancora più verso meridione per approdare in una delle regioni del Sud Italia più attive sul fronte della birra artigianale. Sto chiaramente parlando della Campania, dove a inizio anno è partita l’avventura del birrificio Fiej di Castelnuovo Cilento (SA). Anche in questo caso le informazioni che si riescono a recuperare sono poche, molte delle quali provenienti da un articolo pubblicato sul blog di Luciano Pignataro. Come i precedenti due produttori, anche Fiej ha debuttato con tre birre. Purtroppo i nomi peccano di totale mancanza di originalità: la Chiara è una Blonde Ale da 4,8% alc., la Weizen un’appartenente al classico stile omonimo, la Rossa Doppio Malto una Strong Ale di stampo anglosassone che prevede l’aggiunta di miele locale.

Il birrificio Fiej è un’azienda a conduzione familiare: i quattro soci sono Giuseppina, Stefano, Carmen e Domenico (tutti imparentati tra loro). E anche in questo caso si tratta di un brewpub, quindi di un locale a tutti gli effetti: oltre che birrificio, Fiej è anche bar, ristorante e pizzeria. Il sito web pare non essere attivo.

Chi tra voi ha già avuto modo di assaggiare le produzioni di questi nuovi birrifici?

22 Commenti a “Nuovi birrifici italiani (parte II): Irrenhaus, Opificio Birrario e Fiej”

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    Marco Donato

    da una settimana circa trovo in giro le bottiglie di questo produttore:
    http://www.birrificiolartigiana.com/index.html
    non ho trovato moltissime informazioni tuttavia.

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      Andrea Turco

      Per quanto mi riguarda non so niente

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      Mr Chiodi

      Dal sito non si capisce nemmeno se sono una beerfirm o cosa… Com’è il codice accisa sulle bottiglie?

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        Marco Donato

        mi garantisce Simone Cantoni che non è una brewfirm, ma hanno l’impianto.
        Per quanto mi riguarda gli assaggi non sono stati affatto soddisfacenti, per questo non potevo rispondere alla tua domanda sul codice accisa..non volendone ritentare una bottiglia a breve.

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      Tannhauser

      Tra l’altro esiste già un altro produttore (se non ricordo da estratto…) che opera a Carpineto Romano (RM) con lo stesso identico nome. Ma documentarsi prima per la scelta del nome, no eh?

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    Riccardo

    Mi chiedo come mai a Roma non ci sia ancora un vero brewpub…
    Secondo voi da cosa dipende?

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      Andrea Turco

      Tra il serio e il faceto: a Roma investendo molto meno ottieni gli stessi successi e hai molte meno spese :)

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        Riccardo

        Sì, sicuramente anche a me verrebbe da pensare che la regione sia principalmente questa. Anche il fatto che si possa bere birra proveniente da qualsiasi angolo del mondo… Però sono certo che se si muovessero le persone giuste sarebbe un successo.

        P.S: a pensarci bene adesso c’è Birreria di Eataly che effettivamente si può considerare un brewpub.

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          Adriano

          In aggiunta Birreria Roma si avvale del Knowhow di personaggi del calibro di Leonardo Di Vincenzo, Teo Musso e eSam Calagione oltre all esperienza di Brooks Carretta da Birreria NY.

          Per aprire un brewpub a Roma exnovo serve la materia prima, qualcuno che a Roma la birra la sappia fare. A Roma la sappiamo bere.

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    enferdore

    sento un brivido correre lungo la schiena ogni qual volta leggo doppio malto su nomi di produzioni artigianali

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      Adriano

      Doppio malto è una nomenclatura tutta nostra, non esiste doubble malt, lo sappiamo tutti noi portatori più o meno sani di foie gras…
      Ma sempre noi sappiamo che oltre i 14.5 grado plato in Italia la si definisce doppio malto, ho visto etichette sulle spine anche di prodotti importati che riportavano tale dicitura, serve anche ai bevitori della Domenica per dare un idea.
      Una birra più corposa e quasi sempre con una gradazione più alta delle chiare standard.

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        Andrea Turco

        Capisco di più che certi nomi vengano dati per ignoranza piuttosto che per piegarsi ai bevitori della domenica.

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          Adriano

          Voglio crederti pure io…. Però basta mettere birra artigianale doppio malto su google e si scoperchia il vaso di Pandora…. AHAHAHAH!!!!!

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          Riccardo

          Sul sito del Birrificio Italiano il termine doppio malto viene utilizzato per descrivere molte delle loro birre…
          E non credo si possa parlare di ignoranza in tal caso, quindi boh…

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            enferdore

            forse semplice sfruttamento di un clichè ormai navigato presso la gente poco avvezza al mondo birrario?

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        enferdore

        Adriano diciamocelo chiaramente
        se vogliamo confondere le acque ai neofiti e fare antinformazione mettiamo pure doppio malto ovunque, figurati ce anche un birrificio
        ma noi sappiamo benissimo che non vuol dire niente e non ha senso nominarlo a meno che tu non sia un birraio che fa i conti a fine mese
        da appassionato la trovo una emerita presa per i fondelli qualora non provenga da prodotti industriali

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        Ivano

        La dicitura birra doppio malto ed altre serve sulle etichette perché la legge Italiano lo impone. Doppio malto è una classificazione dettata dalla legislazione Italiano per indicare le birre oltre i 15° saccarometrici; ed è tassativo metterlo sull’etichetta.
        Le altre classificazioni sono:
        Birra analcolica (da 3 a 8° saccarometrici ) (da 1 a 2,6% alc.vol.)
        Birra light (da 5 a 13° saccarometrici) (da 3,6 a 4,3% alc.vol.)
        Birra normale (da 11 a 13° saccarometrici) (da 3,6 a 4,3% alc.vol.)
        Birra speciale (da 13 a 15° saccarometrici) (da 4,3 a 5% alc.vol.)
        Birra doppio malto (oltre 15° saccarometrici) (oltre 5% alc.vol)

        Sulle etichette delle birre secondo legislazione Italiana ci DEVE essere.
        Nome e marchio birra. se filtrata e pastorizzata data ” da consumarsi preferibilmente entro” (dato che non è una vera a propria scadenza), ingrendienti, da chi e dove è imbottigliata, la tipologia (quindi doppio malto, speciale etc), volume e grado alcolico. E niente altro.

        Tutto il resto, incluso birra artigianale, va messo nella descrizione del prodotto nel retro dell’etichetta.

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          sanpaolo

          “Sulle etichette delle birre secondo legislazione Italiana ci DEVE essere.”

          E’ un po’ diverso, l’articolo 3 DPR DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 30 giugno 1998, n. 272. “Regolamento recante modificazioni alla normativa in materia di produzione e commercio della birra” recita:
          “La denominazione ”birra” e’ riservata al prodotto con grado
          Plato superiore a 10,5 e con titolo alcolometrico volumico superiore
          a 3,5%; tale prodotto puo’ essere denominato ”birra speciale” se il
          grado Plato non e’ inferiore a 12,5 e ”birra doppio malto” se il
          grado Plato non e’ inferiore a 14,5.”

          Quindi chi scrive Doppio Malto lo fa perchè VUOLE farlo, probabilmente perchè crede che abbia un valore commerciale, facendo leva su quelli che cercano “una doppio malto”.

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      Adriano

      E se fosse un astutissima manovra di marketing per far parlare di lui e delle sue birre?
      Allora avrebbe ottenuto il suo scopo.

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        enferdore

        Non vedo che ci sia di astutissimo anzi
        Prova a vedere su microbirrifici.org quanti miliardi di prodotti hanno il doppio malto nel nome
        ;)

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    ale

    Ho riprovato le birre di Irrenhaus dopo la prima visita che avevo fatto per l’inaugurazione, devo dire che a parte le weiss non sono birre “che mi hanno esaltato”.
    Concedo un pò il dubbio e smorzo i termini perchè si tratta di un posto nuovo e credo ci sia spazio e opportunità per affinare.

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    Enrico

    Ho assaggiato le birre Galux e Noctua dell’opificio birraio. Sono delle buone birre, ma niente di più. Rispecchiano lo stile di appartenenza, con delle note fruttate che conferiscono freschezza e beveribilità. Comunque sono solo all’inizio, quindi diamoli tempo.

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