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Italy: Beer Country, intervista a Bryan Jansing

Brayn Jansing e Paul Vismara, autori di Italy: Beer Country
Brayn Jansing e Paul Vismara, autori di Italy: Beer Country
Brayn Jansing e Paul Vismara, autori di Italy: Beer Country
Bryan Jansing e Paul Vismara, autori di Italy: Beer Country

Probabilmente qualcuno tra voi avrà sentito parlare di recente del libro Italy: Beer Country. Come si può intuire dal titolo si tratta di un lavoro in lingua inglese completamente dedicato alla nostra scena birraria – credo che sia il primo in assoluto di questo tipo. Gli autori sono gli americani Bryan Jansing e Paul Vismara, che si sono lanciati in questa entusiasmante avventura condividendo la passione per la birra di qualità e per il nostro paese. Negli scorsi mesi ho avuto modo di scambiare qualche chiacchiera con Bryan e da lì è nata l’idea per un’intervista, nel quale raccontare la genesi del libro e il motivo che li ha spinti a raccontare la birra italiana. Per saperne di più sull’opera potete consultare il relativo sito web, mentre vi anticipo che Bryan a settembre sarà in Italia appositamente per presentare il libro durante Fermentazioni. Buona lettura…

Cominciamo da principio: raccontaci qualcosa su di te e su Paul, che ha curato le illustrazioni di Itally: Beer Country.

Paul e io siamo amici da quasi 20 anni. Ci siamo conosciuti come artisti e per molti anni abbiamo cullato il sogno di collaborare insieme a un progetto di qualche tipo. Tuttavia fino a Italy: Beer Country non eravamo riusciti a trovare qualcosa a cui dedicare tempo o sul quale avremmo lavorato bene insieme. Ma entrambi siamo appassionati di Italia e di birra: il resto è venuto da sé.

Da dove è nata l’idea di scrivere un libro totalmente dedicato al movimento birrario italiano? Come avete proceduto per lo sviluppo del progetto?

Personalmente spesi le vacanze di Natale del 2013 in Italia a casa dei miei genitori, che vivono non lontano da Roma. Un mio amico che gestisce un bar a Roma sapeva della mia passione per la birra e mi suggerì di andare a Trastevere: “Lì troverai una grande scena birraria”, mi disse. Già nel 2004 avevo avuto modo di parlare con Mike Murphy, che all’epoca ancora lavorava allo Starbess (storico pseudo-brewpub della Capitale ndR), quindi sapevo che esisteva una scena birraria. Tuttavia rimasi davvero sorpreso quando raggiunsi Trastevere e mi imbattei nel Bir&fud e nel Ma che siete venuti a fà. Capii immediatamente che tutto ciò mi era molto familiare: sembrava di rivivere la realtà di Denver nel 1997, quando iniziai a lavorare presso la famosa Falling Rock Tap House di Denver, Colorado.

Nell’agosto del 2013 mi capitò di raccontare a Paul ciò che avevo visto a Roma. La mattina seguente – molto presto dovrei aggiungere – Paul mi chiamò: “Abbiamo bisogno di scrivere un libro sulla scena della birra artigianale italiana”. Fu un’idea eccezionale e ne avemmo conferma quando iniziammo le nostre ricerche. Quando chiedemmo agli esperti di birra statunitensi informazioni sull’Italia birraria, nessuno fu in grado di aiutarci ad eccezione di Eric Wallace (fondatore di Left Hand ndR), che incontrammo su consiglio di Chris Black, proprietario del Falling Rock. Chris ci mise sulla strada giusta perché sapeva che Eric era ben informato sulla scena italiana.

Eric fu davvero gentile. Ci fornì una lista di circa 300 birrifici italiani e ci suggerì quali visitare. Da lì Paul e io cominciammo le nostre ricerche. Sapevamo che sarebbe stato necessario andare in Italia per intervistare i birrai e vedere i birrifici, ma non eravamo sicuri su come farlo e quando. Riflettemmo sul da farsi, magari avremmo potuto svolgere le interviste in tre viaggi distinti, andando semplicemente presso i birrifici e provando a catturare alcuni dei birrai per un’intervista. Ma dopo diverse birre e una lunga giornata di lavoro, pensai che avremmo potuto iniziare col chiamarli. La nostra prima telefonata fu ad Agostino Arioli (birraio del Birrificio Italiano). Fu molto gentile e ospitale e si offrì addirittura di venirci a prendere all’aeroporto. Capimmo immediatamente che dovevamo contattare e raggiungere il maggior numero di birrai nei giorni a nostra disposizione, così partimmo con questa idea.

Grazie soprattutto ai risparmi di Paul riuscimmo a visitare molti birrifici in Lombardia, nella zona di Parma e infine a Roma, inclusa una visita a Birra del Borgo durante l’Oyster Day. Fu una grande serata: incontrammo Luca Giaccone, Marco Valente e molti altri importanti personaggi quella sera. A Roma riuscimmo a incontrare di nuovo alcuni dei birrai che avevamo conosciuto lungo la strada, compreso Teo Musso durante un evento all’Open Baladin. Ma Manuele Colonna era fuori Roma e nel nostro viaggio avevamo mancato il Piemonte. Dovevamo assolutamente tornare in Italia, ma come? Decidemmo di lanciare un progetto su Kickstarter e ottenemmo il successo sperato. La raccolta di fondi ci aiutò a pagare le spese per il nostro nuovo viaggio in Italia, dove visitammo Baladin e molti altri birrifici e incontrammo nuovamente molti degli amici conosciuti nella nostra prima visita.

Volevo proprio approfondire il discorso Kickstarter, perché è stato cruciale nella genesi del libro. Pensi che sia stata una buona scelta affidarsi a un sistema di crowfunding? Quali vantaggi vi ha portato?

Kickstarter è stato favoloso. Non solo perché abbiamo ricevuto denaro, ma anche perché ci ha permesso di cominciare a costruire una base di fan e la nostra autorevolezza come autori. Molti dei finanziatori sono persone che abbiamo conosciuto in un modo o nell’altro al Falling Rock, ma il modo in cui Kickstarter ci ha permesso di creare con loro un rapporto più intimo è qualcosa che il denaro non può comprare. Sono una favolosa base di appassionati: entusiasti, divertenti e accalorati.

La somma che abbiamo raccolto non è stata usata solo per finanziare il nostro viaggio. Con quei soldi eravamo in grado di tornare in Italia e finire le nostre interviste, ma un progetto così ambizioso sarebbe stato poco compatibile con le caratteristiche di editori tradizionali. Questi ultimi richiedono molto tempo per la pubblicazione e molti editori indipendenti pubblicano solo un paio di libri all’anno. Inoltre sapevamo che a causa delle illustrazioni di Paul, un editore tradizionale avrebbe limitato il lato creativo del progetto. Così col denaro extra raccolto abbiamo fondato una società di auto-pubblicazione che ci ha permesso di gestire il nostro tempo e la nostra creatività al meglio.

Trovi delle similitudini tra la scena birraria italiana e quella degli USA? Quali sono invece secondo te le principali differenze?

La prima cosa che Paul e io capimmo fu che i birrai sono birrai, indipendentemente dalla loro lingua o dal paese di provenienza; sono tutti animali simili. Intelligenti, appassionati e coi piedi per terra. Ci siamo sentiti a nostro agio parlando con loro perché già li conoscevamo per gli anni di lavoro passati al Falling Rock. E i birrifici per me sono come chiese, puoi velocemente riconoscere dov’è situata ogni cosa, non importano le dimensioni: come in una chiesa sai dov’è la guglia, la navata, il coro, allo stesso modo puoi facilmente identificare i fermentatori, la sala cotte, ecc. E come ho detto precedentemente, l’intera scena italiana mi ricorda da vicino ciò che stava accadendo nella zona di Denver quando aprimmo il Falling Rock.

Di differente c’è che la scena italiana ha dovuto affrontare una battaglia culturale ben più complicata. Mentre negli USA la battaglia era contro la propaganda dell’industria, in Italia è stata contro il pensiero comune che la birra è qualcosa da associare alla pizza e ai muratori. Anni fa, intorno al 2002, lavorai con un distributore di vini di Denver con i suoi prodotti italiani ed ebbi modo di visitare un’azienda vinicola di Cerveteri chiamata Casale Cento Corvi. Ricordo che quando parlai con il padre, Fiorenzo, di birra artigianale, lui mi disse “Ma lascia sta la birra (Bryan ha scritto questa frase in italiano, anzi in romano 🙂 ndr) . Non ha futuro”. Ricordo questa vicenda perché fu per me il simbolo di come gli italiani generalmente considerano la birra. Oggi le cose sono un po’ cambiate, ma quell’idea è ancora presente. È qualcosa di radicato negli italiani che negli USA semplicemente non esiste.

Altro aspetto profondamente radicato nella scena italiana è il cibo. Mentre negli States la birra artigianale ha fatto da traino al cibo di qualità nei confronti dell’opinione pubblica, in Italia senza cibo non ci sarebbe stata alcuna attenzione per la birra. Questo è un concetto essenzialmente italiano, sebbene in entrambe le nazioni è la birra artigianale che sta aiutando i consumatori a tornare al cibo di qualità.

Altri fattori italiani diversi da quelli americani sono le tasse e il cosiddetto “campanilismo”. Quest’ultimo è un aspetto tutto italiano, così come il costante feudalesimo tra le parti che è praticamente irrilevante negli USA.

Ma anche la creatività italiana è qualcosa da tenere in forte considerazione, poiché è molto sentita nel movimento. La scena americana è molto creativa e ingegnosa, ma lì in Italia c’è quel tocco artistico che uno si aspetterebbe e che sicuramente ha modo di sperimentare.

Qual è la cosa che ti piace di più del movimento italiano? Quale invece tendi ad apprezzare di meno?

Amo la qualità e l’attenzione ai dettagli dei birrifici artigianali. Teo Musso ha dichiarato che mentre gli USA hanno un movimento “craft”, l’Italia sta vivendo invece un movimento “artigianale” e io sono d’accordo (il concetto è meglio espresso in inglese considerando le sfumature semantiche tra due sinonimi come “craft” e “artisanal” ndr). Sebbene in entrambe le realtà ci sia grande passione, in Italia bisogna affrontare alcuni seri ostacoli che negli USA non esistono. Non penso che negli States sarebbero nati così tanti birrifici se avessero dovuto affrontare problemi come la tassazione e la corruzione, due aspetti che dell’Italia non mi piacciono assolutamente.

Detesto lo stato in cui si trova oggi l’Italia. È triste vedere tanto bisogno di occupazione tra i birrifici in un mare di disoccupati e ciononostante quanto sia costoso assumere anche una sola persona. Mi fa arrabbiare constatare quanto siano diffuse avidità e mafia e il compiacimento culturale per la corruzione. Ma proprio per questo amo ancora di più coloro che infondono passione e forza nella lotta di tutti i giorni. Uomini incredibili che hanno creato così tanto per la loro gente: hanno messo l’Italia al centro della mappa del mondo in un modo del tutto nuovo, sia da un punto di vista economico che culturale, senza l’aiuto di nessuno, ma solo uno dall’altro. Direi che questo sembra incarnare di più lo spirito americano, ma solo felice di poter dire che è autenticamente italiano.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Continuerai a scrivere di birra italiana?

Il futuro è molto affascinante. Sentiamo di essere riconosciuti come ambasciatori del movimento italiano. Se riusciamo a raggiungere i beer geek americani che sono così appassionati di birra artigianali e a spiegare loro quanto eccitante sia la scena italiana, allora verranno in Italia. Gli americani amano l’Italia, ora i beer lover hanno un motivo in più per farlo.

Stiamo lavorando proprio in questa direzione con alcuni beer tour che partiranno a primavera del 2015. Inoltre sto pianificando un ritorno in Italia così sarò più vicino al movimento e descrivere meglio la scena birraria a magazine e siti birrari americani.

Stiamo anche lavorando a un secondo libro. Sarà meno romanzato e più focalizzato su un’impostazione da guida.

In poche parole questa è diventata la mia nuova carriera e sono davvero felice e fortunato di fare parte del movimento.

 

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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5 Commenti

  1. Denver, colorado.
    Parlando dell’intervista, come sempre le analisi esterne sono le migliori.

  2. Ho letto il libro, preso apposta dall’America. E’ scritto bene, piuttosto romanzato, io mi aspettavo piu’ una guida. Lo preferisco cosi’, e’ molto intrigante e trasmette passione. Si capisce che questi ragazzi ne hanno da vendere.

  3. Intervista interessante e ben articolata. Illustra al meglio la ragione del libro, le condizioni culturali positive e negative in cui è nato e progredito il movimento della birra artigianale in Italia.

  4. Curiosamente hanno associato la corruzione alla tassazione, vedi che questi due hanno capito tutto dell’Italia…

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