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6 prototipi di homebrewer da prendere con le pinze

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Oggi abbandoniamo i toni seriosi degli ultimi post e ci dedichiamo un po’ al cazzeggio. A metà strada tra il serio e il faceto, ho provato a stilizzare i profili tipici degli homebrewers che più spesso mi capita di incrociare in rete. Ce ne sarebbero molti altri, ma lo spazio limitato mi ha costretto a selezionare i ritratti più significativi. Non dico che questi personaggi vadano evitati, per carità, sono anche piuttosto divertenti (a volte) e alcuni di loro ne sanno anche parecchio. Riconoscerli subito aiuta ad affrontarli nel modo giusto per tirare fuori il meglio da loro senza impelagarsi in discussioni infinite o scatenare inutili flame (c’è chi vive per i flame, ma non è il mio caso). Ogni riferimento a persone esistenti è puramente, assolutamente, qualunquemente casuale 🙂 .

Img1 - piccolo chimico

Il piccolo chimico

Sappiamo tutti che per produrre birra non bisogna essere degli esperti di chimica (altrimenti non ci sarebbero così tanti homebrewers in giro). Conoscere qualche nozione può aiutare, ma mediamente è possibile produrre ottime birre senza imparare a menadito le regole che guidano la scissione dell’atomo. Che poi un homebrewer con il tempo si incuriosisca e si metta ad approfondire qualche nozione di chimica ci sta, ma non c’è personaggio più noioso di chi riduce la produzione di birra a una interazione tra unità atomiche. Questi individui sono di solito preparatissimi, ma il loro più grande difetto è che si capiscono da soli. Non riescono a semplificare le nozioni tecniche che hanno imparato per divulgarle al popolo. Spesso si focalizzano su dettagli completamente inutili, come quando ti riprendono per sottolineare che gli enzimi non muoiono perché non sono esseri viventi ma substrati; quindi avresti dovuto scrivere che si disattivano. Ecco, quando incrocio uno di questi homebrewer mi passa non solo la voglia di fare birra, ma pure di berla.  Qualcosa comunque si impara sempre da loro, ammesso che si abbia la pazienza di seguire una discussione del genere.

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Lo sperimentatore seriale

Il suo motto è: l’homebrewing è sperimentazione, voglio sentirmi libero. Il che, per carità, è anche condivisibile. Diversi stili di birra in America sono nati nelle cantine degli homebrewers per poi diffondersi sul territorio nazionale. Ma da qui a fare la birra con le patate, i datteri, con il lievito vecchio di dieci anni, ce ne passa. Eppure questi homebrewers continuano a lanciarsi in pratiche poco ortodosse, tentando di sovvertire regole e dogmi che da anni tanti appassionati del mondo applicano in maniera ossequiosa e religiosa dopo aver studiato e letto tanto. Invece loro no: loro sono anarchici, ribelli, rivoluzionari. Le loro birre sono belle in foto (a volte), sarebbe curioso ogni tanto assaggiarle. Da loro si impara meno, ma le loro stravaganti avventure fanno spesso ridere molto.

L’integralista

A prima vista si potrebbe definire l’integralista come la nemesi dello sperimentatore seriale. In parte è così, ma l’integralista è anche peggio. Va in giro a massacrare chiunque non rispetti i dettami dell’Editto di purezza tedesco (il famoso Reinheitsgebot), ti assale verbalmente se ti permetti di produrre una pilsner in casa senza lagerizzarla in una grotta nel cuore di una montagna. Se rifermenti in bottiglia una bassa fermentazione aggiungendo zucchero sei un eretico, un pericoloso sovversivo che deve essere imprigionato e messo a tacere. Di solito, ma non sempre, vantano una formazione tecnica ricevuta a Praga, a Berlino o in una grotta segreta nel 1842 da Josef Groll in persona. Spesso scatenano flame, si parlano addosso e la gente perde presto interesse. Qualcosa di interessante la scrivono sempre, ma raramente applicabile al mondo della produzione casalinga.

Img2 - Esperto di tutto

L’esperto di tutto

Google è una risorsa inestimabile per l’umanità, siamo d’accordo. Ma fa anche tanti danni, perché è uno strumento alla portata di tutti, sempre disponibile e facile da utilizzare. Il problema è l’utilizzo che se ne fa. E così a volte capita di trovare homebrewers apparentemente esperti di qualsiasi cosa. Arriva una domanda assurda e loro hanno subito la risposta. Viene chiesto dove comprare un componente introvabile, e loro tirano fuori subito un link. Peccato che sia un sito americano che non spedisce all’estero, da cui non hanno mai acquistato e che presumibilmente hanno scoperto tre secondi prima grazie a Google. Che poi, se proprio ti va bene, quel componente costa 10 € e le spese di spedizione dal sito in Uruguay costano 190 €. Se vi capita che un homebrewer risponda per tre volte di seguito a domande assurde alla velocità della luce, tendete a non fidarvi. Io vi ho avvertito. Facile poi che questi personaggi non facciano birra in casa da anni ormai, o in alcuni casi non l’abbiano nemmeno mai fatta.

Img3 - Fai da te

Il maniaco del fai da te

Chi fa birra in casa spesso deve cimentarsi con il fai da te. Non è obbligatorio, sia chiaro, si possono comprare impianti già belli e pronti, ma spesso facendo le cose da soli si risparmia (non sempre, a dire la verità) e forse ci si diverte di più. E fin qui nulla di male. Il problema sorge quando si perde di vista l’obiettivo (fare birra) e ci si incastra nella costruzione dello strumento (l’impianto). Ecco allora gli homebrewers che hanno in casa impianti con fermentatori da 100 litri che poi non sanno come raffreddare. Sale cottura a tre pentole giganti completamente automatizzate, da fare invidia alla nuova sede del birrificio del Ducato. Poi faranno due/tre cotte all’anno, perché con tutta quella birra non si capisce bene cosa ci fanno. Automatizzerebbero qualsiasi cosa, il loro sogno è produrre birra mentre dormono, con l’impianto che va da solo come Roomba, l’aspirapolvere automatico che ti pulisce tutta casa da solo.

L’amico dei birrai

Dura combattere con questi personaggi. Non importa quanto tu sia preparato, non importa la tua cultura birraria e non contano nulla i libri che hai letto: lui ti risponderà sempre che un amico birraio (di cui, bada bene, non rivela mai il nome) gli ha detto il contrario di quello che affermi tu. Spesso, per farti innervosire, ti incita a leggere di meno e a uscire da casa per parlare con i birrai. Che poi, insomma, non è che tutti i birrai siano degli esperti di qualsiasi aspetto della birrificazione. Esistono tanti birrai bravi che se ne fregano di conoscere tutti i dettagli delle interazioni chimiche tra acqua e malto, e tanti altri birrai che producono birre imbevibili. Gestire un birrificio non è garanzia di competenza. Ma proprio no.

L'autore: Francesco Antonelli

Francesco Antonelli
Ingegnere elettronico prestato al marketing, da sempre appassionato di pub e di birre (in questo ordine). Tra i fondatori del blog Brewing Bad, produce birra in casa a ciclo continuo. Insegna tecniche di degustazione e produzione casalinga. Divoratore di libri di storia e cultura birraria. Da febbraio 2014 è Degustatore Professionista dell'Associazione Degustatori di Birra.

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14 Commenti

  1. Santo subito!
    L’unica cosa negativa di questo pezzo è che, purtroppo, nessuno degli esemplari descritti si riconoscerà mai nella categoria di appartenenza e dovremo continuare a sorbirceli in giro per forum e, soprattutto, gruppi facebook (dove ‘l’esperto di tutto’ è onnipresente)
    È una triste realtà, ma il moderno domozimurgo supererà anche questo ostacolo nella ricerca della birra perfetta.
    O bevibile, per essere realisti.

  2. Proprio no, forse perche la maggior parte dei birrai attuali era probabilmente uno di questi tipi. E se qualcosa va non correttamente e certo necessario conoscere di biochimica e altri processi. Comunque si ride dai…E beh gli enzimi non sono nemmeno dei substrati ma agiscono su di essi :p

  3. Francesco Sottomano
    Francesco Sottomano

    Mitico!!! Ahahahahahah 😀 😀 😀

  4. massimo marcelli

    Io vorrei sempre saperne, informarmi sempre più, ma le mie smanie di diventare un palloso saputone sono già stroncate sul nascere. Infatti, quando parlo con gli amici, non appena qualcuno mi domanda (“ma come si fa la birra”?), accenno appena a dire che esistono tre modi, kit, e+g e all grain, partono i primi sbadigli, e a nulla serve che esprima questi concetti dicendo ” Estratto già luppolato, facendo tutto dall’inizio e una via di mezzo”: l’uditorio si disperde lo stesso inesorabilmente . . .

  5. Davide (arzaman)

    Temo di rientrare nella penultimate casistica…ma non sono pericoloso

    In fondo chi si fa la birra in casa è intrinsecamente un amante del DIY

  6. Io sono un po’ di tutti 🙂

  7. C’è una categoria che ho incontrato e che normalmente ha vita breve: quelli che non hanno voglia di lavare MANIACALMENTE tutto, anzi che non hanno una passione sfrenata e incontrollabile verso la sanificazione.
    Normalmente si entra in questa categoria e si smette di fare birra dopo poco tempo, assaliti dai rimorsi e dai lactobacilli. Quanti ne ho visti !

    • Francesco Antonelli

      Vero! Il loro motto spesso è: io ho sempre fatto così e non ho mai avuto problemi. Salvo poi quando ti capita di assaggiare una loro birra e trovare almeno una decina di off-flavours da contaminazione. 🙂 Che poi ci sono anche, al contrario, gli homebrewers che sanificano qualsiasi cosa (tenendo a volte anche le mani a mollo nel chemipro Oxi per tre minuti insieme ai tubi).

  8. ecco bravo questi ultimi tipicamente finiscono i loro giorni al reparto dermatologico dove i medici ancora si chiedono cosa abbia corroso le unghie fino all’osso 🙂

  9. quoto al 1000%, a volte il segreto sta nell’equilibrio…

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