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Scommettere su birrifici non ancora in hype: Afterthought e Dimensional

Tutti coloro che sono interessati alla scena statunitense e hanno contatti con appassionati d’oltreoceano, provano soddisfazione e orgoglio quando una birra molto ricercata, con un valore molto alto sul mercato secondario – in altre parole con un hype elevato – arriva davanti la propria porta in un cartone proveniente dagli States. Lo scrivente in primis. Tuttavia, non si può negare che la soddisfazione è ancora maggiore quando si riescono a scoprire referenze di birrifici poco conosciuti, se non localmente o nello stato americano di appartenenza, con un hype basso o molto moderato, ma capaci di rivelarsi degni di considerazione. In altre parole, fare quello che si chiama “beer hunting”, cercando birre che alla prova dei fatti si siano rivelate meritevoli di essere “atterrate” dagli Stati Uniti, senza aver sacrificato pezzi pregiati della propria cantina o comunque essersi svenati. Ovviamente non nascondo che sono riuscito a portare a termine operazioni del genere più agevolmente durante i miei numerosi viaggi negli USA o durante gli eventi birrari internazionali, ma i tempi sono quelli che sono e, pertanto, bisogna adattarsi, rivolgendo uno sguardo attento e costante alle scene brassicole dei singoli stati americani che si ritengono più interessanti, con l’ausilio di buddies di comprovata affidabilità ed esperienza.

Sulla scorta di quanto esposto, recentemente mi sono apparse degni di nota, fra le molteplici, due realtà molto differenti fra loro: Afterthought Brewing, situato a Lombard, circa 50 minuti di auto da Chicago, e Dimensional Brewing, di base a Dubuque (IA), cittadina affacciata sul Mississipi al confine con l’Illinois. Negli scorsi giorni insieme ad Andrea Turco ho assaggiato due loro creazioni; un ringraziamento a Il Treppio di Roma per l’ospitalità.

Afterthought Brewing – Apricot

Afterthought è un birrificio a conduzione familiare fondato nel 2016, con una produzione di poco inferiore ai 1.500 barili a cotta su un impianto senza alcuna automazione; la gamma è focalizzata sulle Farmhouse con utilizzo dei lieviti Saison e sul metodo di fermentazione mista, le cui birre vengono spesso invecchiate in botti di rovere americano. Appare chiaro come le referenze di tale birrificio siano ispirate alla tradizione contadina belga e francese, in una chiave interpretativa statunitense mediante l’uso di frutta, luppoli americani e botti di rovere che abbiano contenuto vino rosso o bianco. Il tutto, utilizzando quanto più possibile materie prime ed ingredienti del Midwest e avendo come filosofia e obiettivo la produzione di birre che abbiano secchezza, carbonazione sostenuta, tenore alcolico relativamente basso e che siano dissetanti.

Per quanto concerne le bevute, la Apricot (5%) è un blend di tre Saison a fermentazione mista, rifermentata con albicocche del Michigan e invecchiata in botti di rovere americano per circa 12 mesi. Si presenta con un colore giallo carico tendente all’arancio e al naso pervengono immediatamente le note delle bucce di albicocche mature e della relativa polpa, seguite da una nota funky e di fiori bianchi di campo. L’ingresso in bocca si staglia con una carbonazione vivace, quasi alta, una lieve nota lattica, ancora albicocca matura e la relativa buccia, spezie dolci e un lieve sentore di vaniglia. Corpo medio, superiore alle aspettative, molto persistente, un profilo tart scevro da eccessi citrici, nonché da qualsiasi deriva riconducibile all’acido acetico. Il finale si configura con una leggerissima asprezza che non sfocia nell’astringenza, seguita da percepibile secchezza, dominato dalla polpa dell’albicocca matura, da fiori bianchi, con una leggera sfumatura di vaniglia e da una lieve nota sapida che invoglia un secondo sorso.

Birra molto soddisfacente che mi ha impressionato per la persistenza e il corpo, oltre che per il connubio tra secchezza e sapidità che la rendono veramente gradevole. Ammetto che avrei gradito un formato da 750 ml invece di quello da mezzo litro. Personalmente,  non mancherò di bere altre referenze di Afterthoughts, fermo restando che sarei molto curioso di visitare la loro taproom,  la cui ultimazione è imminente.

Dimensional Brewing – Barrel aged Can D Bar

Dimensional Brewing presenta invece una linea sicuramente più varia, che comprende Ipa, Stout, basse fermentazioni e anche Fruity Sour Ale. A detta dei tre componenti del brewing team tutte loro birre sono “gustose”, dal momento che gli stessi tengono a precisare di essere innanzitutto dei bevitori ai quali piace essere soddisfatti di una birra (o almeno tre) dopo una giornata di lavoro. Tale approccio è chiaramente riscontrabile nella loro taproom, ad oggi operativa e funzionante con un vero e proprio protocollo di misure di sicurezza avverso la pandemia, che appare veramente calda e accogliente, munita anche di spazio all’aperto, con cucina calda e fredda in cui spiccano le portate principali orientate al bbq. Sembra proprio non sia un caso che dall’apertura risalente al 2018, la taproom di Dimensional si sia imposta come uno dei principali punti di riferimento della cittadini di Dubuque e dei relativi dintorni. Per quanto concerne gli aspetti squisitamente brassicoli, negli ultimi due anni Dimensional ha investito con convinzione in un programma di barrel aging dedicato alle Imperial Stout, per lo più avvalendosi della collaborazione della distilleria Blaum Brothers.  Proprio tali referenze, precedute da diversi feedback, hanno richiamato la mia attenzione, in particolare la Barrel aged Can D Bar, imperial stout invecchiata 14 mesi in botti che hanno contenuto Knotter Bourbon di 12 anni, rifermentata secondariamente con cacao e cocco tostato.

La Can D Bar (11,7%) si presenta quasi priva di schiuma, con aromi di cacao e forti note di cocco tostato, seguite da una decisa nota alcoolica del bourbon pregna di cannella, zucchero di canna e legno stagionato. La carbonazione è un po’ debole, l’ingresso in bocca vira maggiormente sul cocco, con una certa oleosità, con il vivido influsso del Knotter Bourbon che, man mano che la birra si scalda un po’, regala al palato sentori di foglie di tabacco, albicocca disidrata, pepe nero e sciroppo d’acero. Il corpo è medio-ampio. Il cacao, finora rimasto abbastanza in sordina, aggiunge una nota che rende la birra morbida e abbastanza profonda e persistente, ma amplia una certa dolcezza che si staglia con forza nel finale ove prevalgono le note di cocco tostato, accompagnate da distinguibili sentori di segale e una lieve nota di arancia amara. Sicuramente una birra piacevole, abbastanza profonda e persistente, specie avendo presente il tenore alcolico non elevatissimo. Tuttavia, l’influsso della botte di Knotter, peraltro di ottima qualità, risulta un po’ troppo marcato lungo tutta la bevuta a scapito delle note di cacao che hanno fatto capolino solo a tratti e che avrebbero probabilmente limitato la dolcezza forse un filo eccessiva al palato e nel finale, il quale bourbon forse avrebbe avuto una più corretta allocazione gustativa se integrato in una Imperial Stout dal corpo e maltatura più marcati.

L'autore: Pierluigi Nacci

Appassionato di birra artigianale sin dal 2004, ha frequentato numerosi corsi di degustazione e nel corso degli anni ha sviluppato una predilezione per i viaggi birrari all'estero, comprensivi di visite a taproom e pub, e per i festival internazionali. Senza assolutamente tralasciare la scena italiana.

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