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Assaggi di… Birrificio della Granda

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La provincia di Cuneo rappresenta per la birra artigianale italiana un luogo molto particolare, perché proprio lì, in un piccolo centro denominato Piozzo, nel 1996 Teo Musso fondò il suo birrificio Baladin. Quella pazza intuizione (per l’epoca) divenne un successo senza precedenti nel nostro paese, aprendo la strada a una miriade di aziende brassicole che sarebbero sorte negli anni a venire. Quindici anni dopo, sempre nella stessa provincia ma nel comune di Lagnasco, Ivano Astesana ha lanciato il suo Birrificio della Granda dopo una lunga esperienza come homebrewer e appassionato. Dopo la presentazione del progetto che pubblicai ad aprile, oggi andremo alla scoperta delle sue birre, che ho potuto assaggiare recentemente.

La gamma del Birrificio della Granda consta di quattro produzioni, che nel complesso strizzano l’occhio alla cultura brassicola belga, senza disdegnare in un caso una sortita nel mondo anglosassone. Proprio la birra base, chiamata EssenziAle, può essere ricondotta proprio al Regno Unito, essendo classificata come Pale Ale. Premetto che durante gli assaggi ho riscontrato talvolta una sovracarbonazione inevitabilmente penalizzante: ne ho parlato con Ivano e mi ha confermato possibili problemi in fase produttiva, comunque completamente risolti. Quando i dubbi sono di questo genere, personalmente non mi preoccupo più di tanto poiché li ritengo facilmente superabili in futuro.

La EssenziAle (5% alc.) ha, per l’appunto, una frizzantezza fin troppo decisa, riscontrabile già alla vista in modo inequivocabile. Per quanto riguarda gli altri aspetti visivi, è di colore dorato carico, velata e con una schiuma molto abbondante e candida. Le sensazioni olfattive sono caratterizzate dal lievito, con profumi di crosta di pane a sovrastare note fruttate, floreali e speziate. In lontananza si avverte una certa freschezza data da luppolo. In bocca la carbonazione torna con prepotenza, lasciando in secondo piano un ventaglio aromatico piuttosto complesso, ma che pecca di pulizia generale. Non una birra sgradevole, ma che deve essere sicuramente perfezionata: il birraio in persona mi ha assicurato che ci sta lavorando continuamente e per le prossime cotte la ricetta virerà verso un’American Pale Ale.

La seconda birra che ho provato è la SpirituAle, la più alcolica del lotto (8%) e appartenente alla categoria delle Belgian Strong Ale. Si presenta di colore arancio con riflessi dorati, schiuma vivace ma poco persistente. La frizzantezza è evidente appena versata nel bicchiere, poi rapidamente si “calma”. Al naso è un’esplosione di esteri fruttati riconducibili alla frutta rossa, con una nota etilica ben evidente ad accompagnare i profumi. Al palato inizia estremamente dolce, con aromi di frutta gialla e miele, prima di concludersi con un tocco amarognolo che dona un ottimo equilibrio. Gradevolissima birra, che Ivano ha voluto realizzare cercando di snellire il corpo rispetto ai modelli di riferimento. Il prossimo passo da compiere è cercare un’ulteriore pulizia nel ventaglio aromatico.

La PassionAle (5% alc.) è la Blanche della casa, prodotta però anche con l’aggiunta di segale oltre al frumento. Appare di colore dorato con riflessi verdastri e una netta limpidezza, che quasi stride con lo stile di riferimento. La schiuma non è il pezzo forte: bolle grandi, evanescente ed esteticamente non attraente. Ottimo il naso: caratteristiche classiche da Blanche, con decise note di agrumato e speziato. Piccante il giusto, bilanciata a meraviglia: a livello olfattivo è una birra eccellente. Dopo questi presupposti, l’assaggio è deludente: qui la carbonazione eccessiva è penalizzante come non mai, “chiudendo” gli aromi e ripercuotendosi in modo pesante sul corpo. Peccato, perché questa PassionAle ha ottime carte da giocare. Sono sicuro che con una frizzantezza più adeguata sarà un’ottima Blanche.

Con l’AbbaziAle (6,5% alc.) torniamo infine nel regno delle birre forti di ispirazione belga. Curiosamente la ricetta è nata come “clone” della Chimay Rossa, trovando poi una sua identità nelle successive evoluzioni. Si presenta di colore ambrato scuro, con riflessi ramati. La schiuma color avorio è abbondante, ma allo stesso tempo grossolana e di breve persistenza. All’olfatto è estremamente ricca: profumi di melassa, noci, frutta rossa e una leggera punta speziata che pizzica piacevolmente il naso. Anche in questo caso la carbonazione non fa niente per nascondersi, ma nella fattispecie non risulta penalizzante. L’ingresso è dolce e fruttato, bilanciato poi da un finale ricco e amaro, di lunga durata. Buon livello generale.

In definitiva delle quattro birre del Birrificio della Granda ho apprezzato soprattutto le due più alcoliche, in cui il problema con la sovracarbonazione è apparso meno evidente. Negli altri due casi, invece, ha avuto pesanti ripercussioni. Cercando di non considerare questo aspetto, bisogna dire che la PassionAle mi è sembrata avere tutte le carte in regola per essere davvero una bella Blanche; le percezioni a livello olfattivo sono un indizio concreto in questo senso, peccato non abbiamo riscontro al palato. L’EssenziAle invece mi suggerisce che sia ancora alla ricerca di una sua identità, come lo stesso Ivano mi ha confermato.

Un birrificio da tenere d’occhio. La prima verifica dovrà confermare che sono superati i problemi con la carbonazione: se ciò avverrà – e non ne dubito – potremmo essere al cospetto di un produttore molto interessante. Se volete saperne di più sull’azienda, potete consultare il relativo sito web.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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8 Commenti

  1. Prendo spunto da qui, ma ovviamente non mi riferisco solo ad Ivano.
    Sembra che trovare nomi originali per una birra sia diventato più difficile che replicare la Westvleteren Blond..

  2. Non sei andato nella Granda..ti sono arrivate le bottiglie vero?!

  3. stasera ho assaggiato l essenzi ale mi è parso davvero di tornar bambina quando a farla da padrone sul mercato era la moretti,allora io dico ma valeva la pena lavorar tanto per questo……non credo sia buona cosa usare i luppoli delle pils o lager per fare una american paler ale…….qualcuno mi smentisca per favore grazie…………………………

    • Andrea Turco

      La Essenziale non la bevo dai tempi di questa recensione, ma dubito che sia prodotta con succedanei e pastorizzata come una qualsiasi Birra Moretti eh. Dove hai trovato il riferimento sui luppoli utilizzati? Comunque ho ascoltato parecchi pareri su questo produttore e tutti me ne parlano bene, sottolineando soprattutto la crescita qualitativa recente.

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