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Doverosa rettifica: l’etichetta nutrizionale non sarà obbligatoria per la birra

In quasi 10 anni di Cronache di Birra mi è capitato di prendere qualche granchio e chissà quanti altri ne capiteranno in futuro. Nonostante l’attenta selezione delle notizie che effettuo quotidianamente, infatti, può accadere che una serie di coincidenze portino a errori anche abbastanza grossolani. È ciò che è accaduto martedì scorso, quando sul blog ho annunciato che l’etichetta nutrizionale tanto cara all’Unione Europea sarebbe diventata obbligatoria per la birra a partire dal 2018. Niente di più falso: questo vincolo in realtà riguarderà solo le produzioni con un grado alcolometrico inferiore all’1,2%, escludendo quindi quasi tutta la birra prodotta al mondo, in particolare quella artigianale. Un bel sospiro di sollievo per i microbirrifici nostrani, che già stavano mostrando segni di intolleranza per l’ennesima beffa. Per fortuna – lo ripeto – non c’è alcun pericolo all’orizzonte.

Da dove nasce il mio errore? Come accennato dalla concomitanza di alcuni falsi indizi che mi hanno portato fuori strada. Premetto che affrontai l’argomento già nel settembre del 2014, in un articolo (linkato anche martedì scorso) che scrissi quando si cominciò a parlare delle novità riguardanti le etichette alimentari. All’epoca, grazie al supporto di Unionbirrai, ebbi modo di spiegare subito la norma in vigore attualmente: l’etichetta nutrizionale sarebbe diventata obbligatoria solo per le birre con contenuto alcolometrico inferiore all’1,2%. Un criterio che comunque mi lasciò perplesso: perché per le cosiddette birre analcoliche bisogna riportare le caratteristiche nutrizionali, mentre per quelle normali – che sicuramente sono più caloriche – non vige la stessa regola? Pensai (e non fui l’unico) che si trattasse di una distinzione apparentemente poco sensata, ma l’argomento andò presto in archivio.

Tornò d’attualità pochi giorni fa, a causa di alcuni contributi provenienti da diverse fonti. A metà marzo incappai in questo articolo apparso sul Giornale della Birra dal titolo inequivocabile: “Etichetta nutrizionale per le bevande alcoliche (birra compresa) obbligatoria dal 2018!”. Il pezzo, a firma Francesco Bazzucchi, spiegava la novità nel dettaglio e riportava anch’esso il famoso limite dell’1,2%, ma in senso diametralmente opposto: ora a essere esentate dall’obbligo dell’etichetta nutrizionale erano le birre con gradazione inferiore a quel contenuto alcolometrico, non le altre. L’inversione del senso della legge mi lasciò perplesso, ma ipotizzai una correzione della normativa in una direzione più logica.

In aggiunta il post del Giornale della Birra citava un altro articolo, firmato da Renato Nesi e scritto solo qualche giorno prima. I contenuti erano praticamente gli stessi: dal 2018 l’etichetta nutrizionale sarebbe diventata obbligatoria, con esenzione delle birre con tenore alcolico inferiore all’1,2%. C’erano due articoli che esprimevano lo stesso concetto, c’era una norma finalmente sensata… iniziai a pensare che l’Unione Europea aveva cambiato indirizzo rispetto a quanto espresso nel settembre del 2014. Ma a convincermi definitivamente arrivò un altro indizio, proveniente da una fonte completamente diversa.

Negli stessi giorni ricevetti infatti un comunicato stampa da parte di Anheuser-Busch, con il quale la multinazionale esprimeva soddisfazione per il rapporto della Commissione europea sull’etichettatura obbligatoria. L’apertura del comunicato non sembrava lasciare spazio a dubbi:

Bruxelles 16 marzo 2017 – La Commissione europea ha presentato nei giorni scorsi un rapporto sull’etichettatura obbligatoria con lista degli ingredienti e valore nutrizionale delle bevande alcoliche. La Commissione invita l’industria delle bevande alcoliche a sviluppare, entro un anno, una proposta di autoregolamentazione al fine di fornire informazioni sugli ingredienti e sui valori nutrizionali di tutte le bevande alcoliche.

Il comunicato continuava illustrando le politiche di Anheuser-Busch nei confronti delle informazioni nutrizionali dei suoi prodotti, secondo quanto ho spiegato nel controverso pezzo di martedì scorso. Una frase in particolare appariva del tutto in linea con i due articoli citati in precedenza:

L’attuazione di questo approccio include tutte le birre di AB InBev con un titolo alcolometrico di almeno 1,2%.

Quindi il comunicato della multinazionale sembrava confermare pienamente quanto espresso dal Giornale della Birra e da Renato Nesi. Per me era sufficiente: presi per buone quelle informazioni e scrissi il post pubblicato a inizio della scorsa settimana.

Qualche ora dopo la pubblicazione dell’articolo, mi contattò in privato Claudio Caffi del Birrificio Pavese chiedendomi cortesemente di verificare quanto scritto. A causa della confusione intorno all’argomento, infatti, Luca Boselli del Birrificio Opera aveva in passato scritto direttamente al Ministero dello Sviluppo Economico, ricevendo da un suo funzionario una risposta eloquente:

La risposta al suo quesito la trova nel REGOLAMENTO (UE) N. 1169/2011 ed in particolare nel combinato disposto dell’articolo 9 lettera l) che prevede l’obbligo della dichiarazione nutrizionale e del paragrafo 4 dell’articolo 16 che dispone invece che tale obbligo non si applica alle bevande con contenuto alcolico superiore all’1,2 % in volume.

Ecco dunque che tornava il limite dell’1,2%, ma questa volta inteso come in passato. Possibile allora che i due articoli avessero sbagliato completamente? Ma soprattutto, possibile che una multinazionale come Anheuser-Busch avesse commesso lo stesso madornale errore? Non mi rimase altro che chiedere delucidazioni all’ufficio stampa di AB, con l’idea ormai abbastanza concreta di aver scritto un articolo del tutto errato. Devo ammettere che l’ufficio stampa è stato molto gentile nel darmi pieno supporto, fino a ricevere da Anheuser-Busch la risposta ai miei quesiti, che riporto di seguito:

Ab InBev ritiene di avere la responsabilità nei confronti dei consumatori di fornire loro informazioni chiare sui valori nutrizionali e sugli ingredienti delle proprie birre, al fine di consentire loro di prendere delle scelte consapevoli e favorire i comportamenti virtuosi.

L’impegno di Ab InBev per il 2017 è quello di fornire informazioni su almeno l’80% dei prodotti venduti direttamente al consumatore nell’Unione Europea, processo che l’azienda continuerà ad implementare progressivamente anche dopo il 2017, nei tempi tecnici compatibili con la progettazione e la produzione delle nuove etichette e imballaggi. Ab InBev prevede inoltre di includere anche le birre craft all’interno del portale di informazione Tapintoyourbeer.com.

L’attuale legislazione comunitaria prevede che l’informazione al consumatore sugli ingredienti e i valori nutrizionali sia obbligatoria per tutte le bevande con un titolo alcolometrico inferiore all’1,2%. Nell’ottica di un percorso di trasparenza nei confronti del consumatore, Ab InBev si sta impegnando ad estendere l’informazione anche per le proprie birre con un titolo alcolometrico superiore all’1,2%.

Ecco dunque svelato l’arcano, di cui ormai però avevo una visione piuttosto chiara. I due articoli del Giornale della Birra e di Renato Nesi erano totalmente fuori strada. A loro discolpa va sottolineato che a propria volta erano stati mal consigliati dai precedenti comunicati di Confagricoltura e Coldiretti e da un articolo del Sole 24 Ore in tema di etichettatura delle bevande alcoliche. Contributi che, incredibilmente, avevano commesso lo stesso identico errore.

Per quanto riguarda Anheuser-Busch, invece, si tratta di un’iniziativa spontanea per estendere l’etichetta nutrizionale non solo alle birre sotto l’1,2% (come richiesto dalla norma europea), ma anche a quelle al di sopra del limite. Essendo una scelta volontaria, si spiega perché la novità riguarderà “solo” l’80% della birra dei marchi AB, con esclusione di quelli meno diffusi.

Morale della favola: martedì scorso ho scritto una cazzata, i birrifici artigianali italiani saranno esentati dall’etichetta nutrizionale obbligatoria. Come visto una serie di coincidenze fortuite mi hanno portato a sbagliare. Può succedere, l’importante è correggere il tiro alla prima occasione come sto facendo con questo post. Che spero possa essere interessante per capire come nasce una notizia su Cronache di Birra e quanto, a volte, si può essere imprecisi pur prendendo tutte le precauzioni del caso.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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4 Commenti

  1. Infatti la Camera di Commercio di Torino, da me contattata dopo aver letto il tuo articolo e mentre mi stavo recando al macero con un vagone di etichette 🙂 , mi ha confermato che le bevande alcoliche non risultano escluse dall’allegato V (esclusioni) ma nell’articolo 16 del testo del regolamento 1169/2011.

    Articolo 16
    Omissione di alcune indicazioni obbligatorie
    …….

    4. Fatte salve altre disposizioni dell’Unione che prevedono un elenco degli ingredienti o una dichiarazione nutrizionale obbligatoria, le indicazioni di cui all’articolo 9, paragrafo 1, lettere b) e l), non sono obbligatorie per le bevande con contenuto alcolico superiore all’1,2 % in volume.

  2. Pericolo scampato per i consumatori. Il costo delle etichette nutrizionali sarebbe caduto su di loro.

  3. Mah, comunque l’informativa al consumatore è importante. Uno degli aspetti che più fanno “prudere” le aziendde prodruttici di alcol è il riferimento ai 100 ml, che per i superalcolici è una misura non corrispondente al “serving” tipico. Forse anche per la birra, ma per motivi opposti! 🙂

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