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Ibridi moderni: l’irrefrenabile ascesa delle White IPA

white ipa
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L’etichetta della prima White IPA commerciale (versione Boulevard): la Conflux N°2

Seguendo gli aggiornamenti del blog o leggendo altri articoli a tema, negli ultimi tempi vi sarà forse capitato di incappare nell’ultima moda brassicola proveniente dagli Stati Uniti: quella delle White IPA. Ovviamente il nome tradisce subito il suo legame con l’onnipresente stile delle (American) India Pale Ale, rispetto al quale tuttavia si differenzia per l’aggiunta di quel “white”. Probabilmente avrete imparato che tutte le volte che nel mondo della birra si incontra il colore bianco significa che c’è di mezzo del frumento: la regola vale per le Weiss tedesche, così come per le Blanche e le Wit belghe – tutti termini che appunto significano bianco. E infatti le White IPA nascono proprio come anello di congiunzione tra le IPA americane e le birre di frumento belga, dando vita a questo nuovo sottostile in rapida ascesa.

Se mi leggete con costanza saprete quanto difficilmente mi faccia prendere dai nuovi trend del settore, soprattutto quando riguardano gli stili birrari. Tuttavia non posso negare che almeno sulla carta l’idea alla base delle White IPA è invitante: fondere le caratteristiche speziate e rinfrescanti delle Blanche con gli aromi, l’intensità e la freschezza derivante dall’uso massiccio di determinati luppoli americani. Il risultato è quindi – sempre in teoria – una birra perfetta per i mesi più caldi, capace di allontanare la sete e nel contempo rendere appagante la bevuta con il suo carattere deciso ma fresco.

A differenza di altre tipologie birrarie anche recenti, per le White IPA si può stabilire una data di nascita ben precisa. Come riporta Beer for Tomorrow, la prima incarnazione commerciale fu infatti creata nel 2010 come collaboration brew tra i birrifici statunitensi Deschutes e Boulevard Brewing. Seguendo una strategia comune in simili occasioni, i rispettivi birrai progettarono insieme la ricetta e poi la riprodussero ognuno sul proprio impianto. Il risultato fu la Conflux No. 2, che ricevette un incredibile successo di pubblico grazie soprattutto all’effetto attesa che si creò nella comunità degli appassionati. A quel punto il destino era segnato: molti birrifici iniziarono a cimentarsi con la nuova tipologia e in poco tempo comparirono sul mercato diverse White IPA.

Ma anche se la prima incarnazione commerciale risale al 2010, già da diversi anni gli influenti homebrewer d’America si stavano cimentando con questa particolare ibridazione di stili, preparando il campo al futuro boom delle White IPA. È un processo non nuovo per gli USA, che già incontrammo quando vi parlai delle Cascadian Dark Ale, giovane tipologia che sposa le caratteristiche delle IPA con quelle delle Stout. Questo sottostile è anche chiamato Black IPA e probabilmente non è un caso che la “next big thing” uscita dalla comunità brassicola locale sia stata battezzata con un nome in netta contrapposizione semantica. Il successo di certi fenomeni a volte dipende anche da questi piccoli dettagli.

Nonostante il boom, ad oggi mi sembra che il sottogenere non sia ancora contemplato da alcun documento ufficiale – e probabilmente è meglio così. Di conseguenza le linee guida per le White IPA sono abbastanza generiche, aspetto che in parte si ritrova anche negli stili da cui derivano. L’aromatizzazione ad esempio dovrebbe essere quella classica da Blanche (coriandolo e bucce d’arancia amara), tuttavia non di rado si aggiungono ulteriori spezie – cosa che saltuariamente avviene per le stesse Blanche. Se non vado errato, a volte invece la speziatura non è semplicemente prevista, riducendo dunque tali interpretazioni a Wheat Ale particolarmente luppolate – le Wheat Ale sono le tradizionali birre di grano americane. Unica sicurezza è quindi la presenza di frumento tra i materiali fermentabili e l’uso di luppoli americani

Insomma al birraio sono lasciati ampi margini di libertà quando decide di cimentarsi con questa tipologia. E la sfida ha da tempo abbandonato i confini statunitensi, se è vero che oggi in tutto il mondo vengono prodotte White IPA. Nel frattempo la nostra dinamica realtà birraria non è certo rimasta a guardare e sono già diversi i produttori italiani che possono vantare una White IPA nella loro gamma: segnalo ad esempio la Vergött di Lariano, la Whale di Lucky Brews, la White Widow di Menaresta, la Castaway di Aleph (in collaborazione con Fano Bryghus), la The Bride di Kashmir, la White IPA di Bad Attitude (in collaborazione con Nogne O) e la Giasa di Railroad Brewing, in uscita proprio in questi giorni.

Cosa ne pensate di questo nuovo genere birrario? Avete già avuto modo di provarlo in giro?

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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28 Commenti

  1. alexander_douglas

    ho assaggiato qualcosa….quella di bad attitude ( bel prodotto) e quella di lariano (diacetile, ma sotto si avvertiva un naso interessante)….personalmente non avverto così differenza da una american wheat quindi mi sembra molto speculativo come stile….a differenza della black ipa che comunque alla fine ha caratteristiche ben definite: deve essere scura come una stout ma senza essere tostata, quindi non è solo una variante di qualcosa che già c’era

    • Andrea Turco

      Beh ma le American Wheat non prevedono l’aggiunta di spezie, men che meno quelle di ispirazione Blanche

      • alexander_douglas

        eh ma da quello che ho visto manco ste white ipa ( almeno le nostrane) prevedono aggiunta di spezie

        • Andrea Turco

          In quella di Lucky Brews c’è coriandolo, arancia e pepe rosa, in quella di Lariano coriandolo e arancia, in quella di Aleph coriandolo e agrumi. Diciamo che al momento il rapporto è 50% e 50%, un po’ come succede anche in America credo.

      • Fondamentalmente sono d’accordo con a_d, le wheat ale sono la base dello stile.
        Soltanto che le wheat ale non nascono con luppolature importanti. Poi son arrivati FFF, deschutes etc etc

        • Andrea Turco

          Cosa che pensavo anche io. Ma le Wheat non sono speziate e usano lieviti americani, inglesi o Kölsch. Le White IPA invece nascono proprio come incrocio tra IPA e Blanche, con lievito belga e spezie. Potrebbero essere definite delle American Wit, se non fosse che le linee guida sono molto vaghe e c’è invece chi propende per Wheat Ale molto luppolate. Solitamente una White IPA si posiziona proprio lungo questa linea immaginaria i cui estremi sono da una parte le American Wit, dall’altra le Wheat Ale luppolate.

          • A mio personalissimo modo di vedere, ciò che conferisce l’impronta caratterizzante di uno stile, tradizionale o recente che sia, è il lievito (“la birra la fa il lievito, il birraio fa il mosto”). Una White-IPA con lievito belga e speziatura da blanche si avvicina – nel mio cervello – più a una blanche che non a una Ipa. Anche perché a quel punto tirando le somme, risulterebbe una blanche con luppolatura americana. Qualcosa di simile ad un’altra recente declinazione stilistica come la Double Blanche (es. Double Tzara di Dada). Poi ognuno è libero di interpretare uno stile come meglio crede e fare una Session-Triple con US-05 da 3.5°.

          • Andrea Turco

            Beh oddio, libero di interpretare fino a un certo punto secondo me.
            Comunque il discorso generale è corretto, così come è evidente che codificare uno stile di nome “White IPA” è qualcosa che ha una forte componente di operazione commerciale.

    • Per mio conto ho assaggiato la white ipa di bad attitude e la vergott del Lariano. Quest’ultima niente male, con una speziatura che la rende fresca e beverina, davvero niente male. Al naso note di coriandolo e arancia amara con un gran luppolo americano in evidenza. Diacetile completamente inesistente, tra l’altro bevuta in diverse occasioni. Ti consiglierei di riprovarla.

  2. Assaggiata la Giasa e la White Widow e si lasciano bere che è un piacere !

  3. Ho provato la white widow di Menaresta. Piu’ luppolo che speziatura a dire il vero, ma si lascia senz’altro bere piacevolmente.

    NEXT SENSATION: India Pale Lager?

  4. C’era un velato sarcasmo nella mia sparata della session-tripel. Condivido assolutamente che quella delle white-ipa, assieme a quello black-ipa, siano fenomeni destinati a scemare in tempi medio-brevi, proprio perché esperimenti tecnico-commerciali. Ben venga la sperimentazione, assolutamente. Anzi, l’idea del white-ipa mi sembra sulla carta anche meno “forzata” di quella delle black-ipa. Ma in questo caso, sempre a mio modestissimo parere, ci sono dei “bug” di fondo per come è stato interpretato questo stile. Facendo un giro velocissimo noto che sono in tanti ad usare lievito belga. Come diceva qualcuno “le parole sono importanti [schiaffo]”, chiamare una birra fatta con un lievito tanto caratterizzante come quello “blanche” senza almeno menzionare l’impronta stilistica che per forza conferisce (es. Belgian-stout, Belgian-pale ale) lo trovo fuorviante. Chiamarla Belgian-Ipa o ancora meglio Blanche-Ipa secondo me sarebbe stato corretto. Per quanto sia importante non fissarsi con schemi mentali rigidi, specialmente in un contesto in continua evoluzione come quello della birra, è importante a mio avviso muoversi secondo certe linee guida per non rischiare di commettere strafalcioni. Altrimenti come sostenevo prima, è lecito fare un po’ tutto, e al diavolo storia e cultura.

    • secondo me dobbiamo fare un salto di qualità anche noi

      stanno cercando di distruggere il concetto di stile a colpi di marketing. si siedono in 5 attorno a un tavolo e decidono di inventare un nuovo stile, certi che poi qualcuno li seguirà. sembrano stilisti di moda che preparano la stagione, non birrai

      bisogna ragionare più sulla birra e meno sullo stile, in queste modernità. ha senso questa nuova ricetta? può funzionare? è buona? se sì è ok, chissenefrega se è un nuovo stile e come si chiama, se ha un nome ufficiale, se la fanno 3 oppure in 300. ad esempio, per me le cosiddette black ipa o meglio le american black ale non hanno alcun senso: certo ce ne sono di buone, ma è una costruzione velleitaria. son gusti eh, ma ne sento altri che la pensano uguale. non so se dureranno, passata la moda. le American Wit o chiamale come ti pare sulla carta hanno molto più potenziale. che siano o meno stili, che siano o meno esperimenti commerciali ha poco a che fare col fatto che possano durare o meno: durano se piacciono ai clienti. domani io potrei fare una Pacific Kolsch dichiarando di inaugurare un nuovo stile. sarei un buffone, ma se la birra è buona non vedo per quale motivo non debba avere successo ed essere imitata. è a valle di quel processo che poi nasce l’identità di uno stile, non a monte come tanti vorrebbero. poi a volta un nome tipo American Wit forse non ha nemmeno la pretesa di varare uno stile, ma solo quello di dire in etichetta cosa c’è dentro alla bottiglia

      • Ipotesi di stili da dichiarare in etichetta, per esempio un birraio fa una Koelsch con Sorachi Ace (mettiamo che è molto buona ma molto caratterizzata da quest’ultimo):
        -Pacific Koelsch: si rischia il ridicolo, per il giusto ragionamento che facevi
        -Koelsch: si rischia il linciaggio uscendo dai canoni dello stile.
        Ci sarebbe una terza via, a parte quella di non dichiarare per niente lo stile?

        • la terza via sarebbe la migliore.

          Spazio alla fantasia, ma alcuni stili birrari dovrebbero essere tutelati, per gli esperimenti c’è lo stile “Blonde Ale”.

        • il problema non è cosa c’è scritto in etichetta, ma come lo leggi tu e cosa ci gira attorno

          se io facessi una Kolsch col Nelson Sauvin (il Sorachi ti prego no…) scriverei senza esitazioni Pacific Kolsch, ma non perché voglio inaugurare uno stile, ma perché con due parole chiare e visibile sto dicendo a chi è attrezzato per capire cosa sta per bere. che male ci dovrebbe essere? dove sta scritto che una descrizione debba essere una dichiarazione di stile?

          altra cosa è invece fare prosopopea dichiarando improbabili innovazioni che dovrebbero essere riconosciute come stile da altri, non da chi le crea. ma qua spesso la colpa è equamente condivisa con i soliti beer geeks, con blog e organi di informazione varia che non vedono l’ora di battezzare queste fregnacce e non ultimo con alcuni concorsi che non vedono l’ora di aggiungere qualche nuovo e improbabile stile nel medagliere (in questo la Brewers Association è davvero pessima)

          poi gente, esiste anche la possibilità di non assegnare uno stile a una birra…

          • Stefano, condivido in toto quello che hai scritto. Il fatto che io abbia voluto fare la pulci a questo nuovo stile in particolare ha una ragione semantica. L’innovazione, la sperimentazione ragionata a mio giudizio sono essenziali e oramai identitarie di realtà birrarie come la nostra e quella americana. Però appunto, bisogna avere delle idee chiarissime prima di usare a sproposito termini propri della cultura birraria, tali da diventare quasi fuorvianti e “anti-culturali”. Il tuo esempio dimostra appunto che se ragionato e con una logica dietro, rispettosa del significato dei termini usati, anche audaci esperimenti birrari possano affermarsi e rimanere in pianta stabile tra le produzioni. Ho criticato questo neo-sotto-stile, non perché non abbia ragion d’essere, ma perché semplicemente il termine che lo identifica, a parer mio, non descrive in maniera fedele ciò che poi è la birra (una Pacific-Kolsch, lo fa invece, purché venga brassata come una Kolsch, appunto). Il motivo probabilmente, come dicevate tu e Andrea, è legato al marketing, dato che buttandoci di mezzo “ipa” il prodotto acquista appeal e hai la possibilità di aprire un “filone” come è stato con le black-ipa. Diversamente sarebbe stata riconosciuta come un esperimento isolato, ovviamente ripetibile, ma non come una categoria a sé.
            Rimango dell’idea, che per come è concepita (lievito e speziatura) si avvicini più al mondo belga (e quindi alle Blanche), che a quello americano/anglosassone come invece il nome farebbe intuire.
            Speriamo che il frumento quantomeno sia maltato…

          • sul caso specifico concordo con te, è sicuramente il lievito che domina sul luppolo se devi cercare le caratteristiche fondanti

            sul resto, viviamo l’epoca dell’innovazione. se fossimo in grado di fare un passo oltre, fregandocene del marketing, è chiaro che dovremmo alzare le mani: che senso ha battezzare stili oggi? mi spiego, un conto è darne descrizione, un conto è l’identità. se ci mettiamo qua ne coniamo almeno una decina, basta mischiare singole caratteristiche di stili storici: Pacific Weisse, American Mild, Brett IPA (già lanciate), Fruit Alt, Saison IPA, American Gose, Sour Lager, American Amber Wheat, ecc. ecc.

            ha senso dire che tutti questi esperimenti che prima o poi un Carilli qualsiasi proporrà sul mercato sono stili? qual è il futuro del mercato artigianale, la continua proliferazione di crossover ed esperimenti o magari fra qualche anno ci sarà una fase di sintesi dettata dalle preferenze del mercato?

            non te lo so dire, ma se questa fase arriverà sarà quello il momento per decidere cosa è diventato uno stile

  5. assaggiata la white di bad attitude, molto ben costriuta, il luppolo spicca alla grande su una base maltata esile. Concordo sulla speculazione per quel che riguarda la definizione di white ipa, però secondo me il termine spiega bene qual’è il contenuto ossia ipa bianca mi richiama molto le caratteristiche di questo non stile, anche se preferirei american wheat ale (ops…esiste già)

  6. Beh, Stefano sei davvero arrivato al dubbio amletico di questo fenomeno: stile o non stile? Io credo che davvero questo termine si stia utilizzando in maniera impropria. E mi ci metto in mezzo pure io. Credo che lo stile implichi anche una valenza storica. E’ proprio la tradizione che può essere l’evidente discriminante tra i nuovi generi/interpretazioni/esperimenti e i veri e propri stili, conosciuti o meno, diffusi o estremamente circoscritti. Che sia una Pils o una Kentucky Common, lo stile a mio parere, dovrebbe avere una solida connotazione storica-territoriale. Lungi da me parlare di prodotto territoriale nell’accezione enologica, ma gli stili nascono con certe caratteristiche a seconda del luogo (e delle persone) e dei tempi. La Pils è una Pils perché è nata in Boemia in quel particolare periodo storico. Intendo lo stile come un’accezione, quasi un’ideale, comune di produrre una birra diversa da un’altra per motivi che vanno aldilà della mera sperimentazione. Sotto quest’ottica reputo più “stili” le west coast ipa e le east coast ipa che non la black-ipa. Se non ci si interroga su questi concetti basilari si rischiano pericolose derive orwelliane, proprio ora che è fondamentale rendere il consumo sempre più consapevole.

    • Andrea Turco

      È vero che molti stili nascono da esigenze (chiamiamole così) storiche, sociali ed economiche ben precise, ma non è conditio sine qua non. Proprio lo stile che hai citato (quelle delle Pils) può essere considerato come frutto di una sperimentazione, o comunque di una decisione “presa a tavolino” (e non è il solo). Poi chiaro che a distanza di secoli ciò che è sperimentazione o operazione commerciale diventa tradizione, se non addirittura leggenda. Per questo definire cos’è stile e cosa non lo è sulla base della sua genesi non è sempre facile, a eccezione ovviamente di quelle mosse che sono evidenti speculazioni commerciali.

      • Certo Andrea, infatti non legavo tutto ed esclusivamente alle necessità, anzi. Ho fatto l’esempio della Pils perché, seppur sicuramente frutto di un attento disegno e di una sperimentazione, le peculiarità sono riconducibili al contesto storico-geografico: acqua di Boemia dolcissima, luppolo ceco, industria del freddo, e studi sulla microbiologia. Da un’altra parte e in un altro momento non sarebbe stato possibile fare una birra identica. Ho fatto l’esempio delle west e east ipa: considerabili o meno stili o sottogeneri, presentano caratteristiche differenti per motivi di speciazione (da un parte piaceva più così, dall’altra più cosà). In questo caso c’è una condivisione di un modus operandi che tira una linea tra le due categorie (comunque difficilmente definibili stili). Il fatto che poi i neo-stili si rifacciano ad ogni modo ad altri già esistenti la dice lunga sulla chiara e netta identità di questi e su quanto sono e saranno sempre.
        Secondo me probabilmente non ci sarà mai una risposta a questo enigma per la soggettività della chiave di lettura.

        • Errate corrige: saranno sempre considerati Stili di riferimento, quelli che ci sono giunti fino ad oggi.

        • Andrea Turco

          Assolutamente d’accordo. Quello delle White IPA è infatti una trovata commerciale per il momento, un modo veloce e vendibile di lanciare una tipologia sul mercato. Sebbene, come detto anche da Stefano, abbia delle peculiarità molto particolari, sicuramente più sensate di altri sottogeneri (tipo appunto le Black Ipa).

    • io quando faccio lezioni sugli stili dico sempre che lo stile nasce dalla concomitanza e combinazione di uno o più di questi cinque fattori:

      fattori storici
      ingredienti locali
      successo commerciale
      processo imitativo
      caso

      è quindi un riconoscimento a posteriori, mai a priori a tavoli come alcuni vorrebbero. poi, non è che ci vogliamo ere geologiche… sul resto sono d’accordo con te, le AIPA per esempio sono uno stile eccome, con tanto di sottostili tipo West Coast, sempre seguendo le regoline sopra che io seguo

      poi, non è che il mondo si divida in bianco e nero, in stili o no stili. alcune birre possono essere classificate e valutate in maniera stilistica, altre no, e non ci vedo problemi. lo stile per me non è un dogma ma solo una maniera per comunicare un prodotto e aiutare il consumatore. ovvio, se lo dichiari, ci si aspetta che uno si attenga…

  7. Ho bevuto ieri la white ipa di saranac in lattina, l’impressione che ho avuto è stata quella di bere una sorta di “tripel estiva”…che ne pensate?

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