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Viaggio al centro della birra – Ottavo episodio

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agribirraRiprendiamo dopo circa un mese di pausa il viaggio al centro della birra di Marcello Mallardo, un personale percorso formativo che l’autore ritiene propedeutico per l’apertura del suo futuro birrificio. Oggi Marcello affronta una fattispecie molto particolare del mondo della birra, rappresentato dai birrifici agricoli e nello specifico da Pratorosso. Fattispecie quantomai recente, creata dal legislatore italiano solo nel 2010, ma sviluppatasi in questi anni a ritmi vertiginosi. Cosa significa gestire un birrificio agricolo? Quali differenze ci sono rispetto a un birrificio normale? Quali vantaggi e quali svantaggi comporta? A queste domande proverà a rispondere il report di Marcello, che comunque rimarrà a disposizione per rispondere ad altri quesiti nello spazio dei commenti.

Viaggio al centro della birra agricola

Dopo l’ennesima tappa in terra belga mi rimane un mesetto da trascorrere a Milano prima del mio ritorno nell’amata/odiata capitale. Intendo sfruttare la situazione e incontrare altri protagonisti del settore per il tempo libero che mi rimane. I prossimi incontri coinvolgeranno infatti pilastri della birra di qualità italiana e giovani appassionati: sarò ospite di Extraomnes e di Bi-Dù (in una giornata che ha messo a dura prova la mia salute) e dei ragazzi del birrificio Hibu.

Prima però ho occasione di visitare uno dei fantomatici, iperchiacchierati e ultradiscussi birrifici agricoli. Recupero e riassumo in poche righe anni di discussione sull’argomento. Col decreto del Ministro dell’Economia 5 agosto 2010, relativo ai prodotti della trasformazione agricola, la birra (così come il pane) entrò tra le cosiddette “attività connesse”, potendo usufruire delle agevolazioni fiscali previste per il reddito agrario. Il governo Monti attenuò parzialmente i vantaggi fiscali di questo provvedimento, fermo restando la possibilità di partecipare a numerose misure finanziarie agevolative, bandi comunitari e regionali.

In questo periodo sono dunque proliferati i birrifici agricoli, che possono definirsi tali se ottengono la nostra bevanda prediletta utilizzando almeno il 51% di materie prime dalla coltivazione diretta.

L’ambiguità burocratica che caratterizza il nostro paese ha determinato numerose stranezze: birrifici che inviano cereali all’estero per la maltazione o che affittano terreni per potersi dedicare alla coltivazione di cereali e luppoli. Il consorzio marchigiano Co.Bi. ha opportunamente inserito dei parametri etici tra i propri associati per poter usufruire del marchio “agribirra”. Il Co.Bi. ha infatti deciso di dotarsi di una micromalteria per inserire un necessario discorso di prossimità, aumentando inoltre la percentuale di materia prima da utilizzare al 70%.

Per la mia visita ho preferito dunque visitare un’azienda agricola già esistente che ha deciso di diversificare le proprie attività dotandosi di un impianto e di un birraio: la Pratorosso di Settala (MI).

Vengo accolto dal direttore commerciale dell’azienda che mi mostra l’impianto di produzione e mi presenta al birraio. Lo spazio produttivo è ristretto ma efficace e occupa uno dei capannoni dell’azienda agricola. Ai piani superiori troviamo gli uffici amministrativi, mentre l’ingresso è diviso in un piccolo spaccio aziendale e una sala di rappresentanza molto ospitale.

Il viaggio dei cereali è piuttosto limitato, poiché vengono trasformati da una micromalteria in provincia di Piacenza. La visita è interessante perché permette di approfondire non pochi aspetti commerciali: dalle produzioni in conto terzi ai canali di vendita.

Il birrificio produce attualmente una gamma semplice suddivisa in due marchi: Pratorosso e Gaita. Quest’ultimo può suonare più familiare agli amici milanesi, poiché distribuito nei negozi Esselunga, grazie ai rapporti preesistenti tra le parti. Inutile sottolineare l’importanza di un accordo di questo tipo per un birrificio dalle modeste dimensioni.

L’azienda ha inoltre suscitato l’interesse di numerose beer firm straniere attratte da un prodotto che può effettivamente definirsi Made in Italy. Non sono mancati investimenti importanti per diversi impianti di spillatura, che permettono al birrificio un ottimo presidio a eventi di varia natura e la vendita diretta delle birre. Il packaging e il naming delle birre appaiono un po’ deboli e ancorate al mondo del vino o degli spumanti, in netto contrasto con il resto del settore, ma sembrano convincere la GDO, così come i terzisti stranieri.

La struttura dell’azienda e la forza commerciale hanno probabilmente aiutato notevolmente la nascita e il consolidamento di questo birrificio, ma credo che anche la semplicità abbia giocato un ruolo fondamentale. Non dimentichiamo infine l’opportunità di avere a disposizione malterie di prossimità che garantiscano qualità e costanza, vere mosche bianche del panorama brassicolo italiano.

Inconsciamente credo di aver visitato questo birrificio anche per capire qualcosa in più rispetto a questo tipo di attività. Ho sempre creduto che fosse assurdo arrivare a circa 600 microbirrifici (in buona parte attivi) con un numero di micromalterie che si contano sulle dita di una mano.

Tuttavia riscontro una certa difficoltà ad approfondire quest’argomento coi protagonisti del settore. Quasi nessuno mi è sembrato interessato a condividere le esperienze e le ricerche rispetto a quest’attività, né tantomeno a rischiare ulteriormente investendo nel settore. Una delle soluzioni percorribili sembra proprio quella associativa, come l’esperienza del già citato Co.Bi. Per credere in questo percorso dovremmo però ignorare le specificità che caratterizzano l’imprenditoria italiana, da sempre avversa a logiche cooperative e consortili. Basti pensare alle difficoltà affrontate da chi ha cercato di creare dei gruppi d’acquisto per le materie prime o chi lotta da anni (e probabilmente ha ormai rinunciato) per ottenere una diversa denominazione legislativa per la birra di qualità.

La visita mi lascia probabilmente più interrogativi di quelli che avevo prima di arrivare, ma mi da occasione di confermare l’importanza di una struttura organizzativa a supporto di un microbirrificio. Preservare un prodotto di qualità significa a un tempo consolidare i legami tra le parti e ottenere un corretto posizionamento in base al tipo di prodotto offerto.

Il passaggio da artigiani a imprenditori è sicuramente più tortuoso che il percorso inverso. Può diventare insormontabile se non impariamo a lavorare insieme e difendere ciò che siamo e ciò che abbiamo e, soprattutto, quello che il futuro potrebbe riservarci.

 

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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10 Commenti

  1. Birra agricola = agevolazioni fiscali, ma anche materie prime decisamente più care e meno qualitative, sinceramente non ne vedo il senso. Marcello si stupisce del ristretto numero di micro malterie presenti in Italia, a parte il discorso economico, ma c’è davvero qualcuno, in Italia, che sappia maltare ai fini brassicoli?

    • Non credo che un progetto di micromalteria sia particolarmente più oneroso rispetto a un microbirrificio, tanto in termini economici quanto commerciali. Ovviamente bisognerebbe avere la pazienza di entrare sul mercato qualche anno dopo l’inizio dell’investimento (come ad esempio accade nel mondo del vino). Quanto alla mancanza di esperienza sono perfettamente d’accordo con te.

      • Credimi se ti dico che credi male, una micro malteria costa molto più di un micro birrificio, con capacità produttiva medio alta, per gli standard Italiani e rende molto, ma molto meno. Oltre a richiedere un dispendio d’energia notevole.

  2. Roberto ha ragione. Nel corso tecnico gestionale per imprenditori della birra a Udine, in una lezione specifica, il prof. Buiatti ha affrontato l’argomento simulando un business plan mettendoci dentro i diversi costi (facendo ipotesi di diversa grandezza) per verificare la sostenibilità di un intervento del genere. Quello che veniva fuori è che bisognerebbe partire subito alla grande (con molti clienti) e con qualcosa di molto grosso dal punto di vista produttivo. L’investimento iniziale da prevedere è molto superiore a quello relativo ad un microbirrificio da circa 1.200 litri a cotta. In un incontro con Teo Musso (sempre all’interno dello stesso corso), si è parlato di nuovo delle micromalterie e, per avere un ordine di grandezza, tutta la produzione Baladin e dei birrifici in qualche modo collegati a Baladin, non basterebbe a giustificare un intervento sostenibile economicamente.

  3. Mi scuso inanzitutto per il ritardo nel commentare questo interessante articolo che solo ora leggo.
    Sono titolare di un azienda agricola a Piacenza,La Vallescura, che coltiva orzo da birra,malta nel proprio impianto (che è costato investimento,tempo e fatica) e birrifica direttamente.
    Non voglio entrare nel merito dei birrifici agricoli in Italia ma essendo l’unica micromalteria del Piacentino (ed escluso il discorso del Cobi),penso l’unica in Italia al momento a possedere un impianto di maltatura aziendale,mi sento di dissentire da quanto comunicatovi da Pratorosso in quanto non conosco neanche queste persone che citano indirettamente la mia realtà.

    • Gentile Daniele, come avrai potuto notare nell’articolo si specifica che la Pratorosso non ha voluto indicarmi la malteria con la quale lavorano, dandomi solo un’idea di massima sulla posizione geografica: come scritto attorno al piacentino. Non c’è dunque alcun riferimento esplicito, nè tantomeno implicito, alla vostra realtà. Nei commenti precedenti è stata sollevata però la questione relativa allo sforzo imprenditoriale per mettere su questo tipo di attività. Ti invito quindi a condividere qualcosa con noi, se ti va, e magari ad invitarmi a farvi visita.

  4. Nel ringraziarti per la risposta Manvi sono a invitarti a visitare la nostra azienda (sarai ospite nostro in agriturismo).

    Voglio specificare il senso del mio intervento che non vuole essere un attacco al vostro redazionale ma il chiarimento senza equivoci o millanterie.
    Cito dall’articolo :” Il viaggio dei cereali è piuttosto limitato, poiché vengono trasformati da una micromalteria in provincia di Piacenza”.
    Ora,esplicitamente ed implicitamente siamo l’unica realtà esistente a Piacenza,e le malterie in Italia si contano sulle dita di UNA mano.
    Penso che nel nostro settore sia dovuta chiarezza e trasparenza per evitare inganni nel confronto del consumatore.

    Rimango a disposizione per ogni vostra riguardante il malto,la collaborazione può solo far crescere il settore.
    Il discorso affrontato da Roperto del costo delle materie è senza dubbio vero.
    L’orzo che viene acquistato dall’estero viene trasformato da paesi come Belgio,Germania e Inghilterra che dispongono di grossi maltifici (abbattendo i costi) ma come tutti sappiamo il granaio europeo è l’est (costo inferiore del cereale).
    Affrontare una produzione in Italia,cosi come tante altre realtà,ha costi maggiori e maggiori controlli che possono garantire e certificare la qualità dei prodotti italiani.
    Per quanto riguarda il discorso qualità brassicola del malto (parlo del mio caso)purtroppo non è cosi costante,ma neanche così disastrato come tanti dicono.Abbiamo ottime analisi chimiche/biologiche di malto prodotto(e qualche cotta di malto buttata via).Già da più di un anno ho prodotto birre con 100% di malto “autoctono” con buoni risultati.Bere l’orzo “che hai visto crescere nel campo”,germogliare,bruciare e trasformarsi in liquido è una soddisfazione unica.

    Davanti a una birra possiamo chiaccherare di tutto più tranquillamente,aspetto Manvi un tuo contatto per mail per organizzare un incontro presso la nostra realtà.
    Daniele Lafranconi

    • Daniele ti ringrazio tanto per l’invito che raccolgo e sfrutterò appena possibile. Come ho scritto ora sono “bloccato” dal lavoro a Roma.
      Ti ringrazio anche per aver condiviso con noi la tua esperienza riguardo alla costanza e i costi (evidentemente) legati a investimenti di piccola scala. Diversamente a quanto si riesce a fare in realtà più mature.
      Riguardo al grano dell’est Europa credo e spero che ci sia una diffidenza sempre maggiore per chi cerca prodotti di qualità e allo stesso tempo auspico che i coltivatori italiani credano nelle coltivazioni biologiche che potrebbero rappresentare un importante sbocco anche per la maltazione.
      Infine ci tengo a precisare che questi articoli non sono e non saranno mai dei redazionali, perchè sono semplicemente frutto delle mie visite spontanee e sincere che ho voluto condividere, d’accordo con Andrea, coi lettori di Cronache.
      Se è vero che probabilmente siete l’unica malteria in quella zona dedita alla trasformazione per la birrificazione, non possiamo escludere che ci siano stabilimenti che normalmente si dedicano ad altre attività ma che hanno ugualmente la possibilità di maltare cereali.

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