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Low-alcohol e birre analcoliche: è “leggera” la nuova frontiera dell’artigianale

Nella comunità degli appassionati la birra a basso contenuto alcolico è spesso vista come una piaga della società moderna. I motivi sono molteplici. Da una parte c’è la naturale associazione di certi prodotti alle birre analcoliche, che tradizionalmente corrispondono a pessime creazioni dell’industria. Dall’altro c’è una triste componente machista, che porta a ritenere che le birre sotto un certo grado alcolico non siano degne di attenzione. Ora però è giunto il momento di superare certe resistenze, perché quello delle low-alcohol – se non addirittura delle analcoliche – è un segmento in forte ascesa anche nel comparto della birra artigianale. Anzi, è probabilmente il fenomeno che più di ogni altro tenderà a dominare le evoluzioni nel nostro ambiente negli anni a venire, dunque è opportuno iniziare a guardare a questa nicchia produttiva senza pregiudizi, magari pensando anche di metterci un piede dentro per non accumulare troppo ritardo rispetto alla concorrenza.

I segnali di un trend destinato a crescere nei prossimi anni sono diversi e rispondono a due tendenze diverse, ma che finiscono per convergere proprio in prodotti del genere. In primis è in atto una forte mutazione negli stili di vita dei consumatori, che volenti o nolenti finirà per condizionare il mercato già nel breve termine. Come ad esempio spiega il blog di Drinktec, il boom internazionale del fitness e dell’health care sta spingendo molti bevitori a ricercare birre analcoliche o dal bassissimo contenuto alcolico. Si tratta di un fenomeno che riguarda anche il vino e destinato a crescere a un ritmo del 6,2% nel prossimo decennio: già nel 2024 il segmento potrà valere 2,5 miliardi di dollari equamente diviso tra le due bevande. Nel Regno Unito, ad esempio, negli ultimi due anni il mercato delle birre con poco o senza alcol è cresciuto quasi del 400%, e non stiamo certo parlando della nazione più orientata a questo tipo di consumo – nelle prime posizioni troviamo Spagna e Germania.

Questo spostamento dei consumi verso prodotti di un certo tipo può assumere incarnazioni molto diverse tra loro. Personalmente non amo l’atteggiamento pseudo-salutista di moda in questo periodo e che spesso porta a compiere scelte di acquisto che finiscono per risultare controproducenti. Così come non condivido chi vive la cura del proprio corpo come una continua rinuncia – che spesso si traduce in rinuncia al “gusto”, quindi al piacere – fermo restando che ovviamente occorre compiere dei compromessi per rimanere in forma. Insomma, tendo a storcere il naso nel momento in cui si spiega l’ascesa delle birre con poco alcol a uno stile di vita salutista. Eppure, ragionando senza resistenze psicologiche, è facile riconoscere che non raramente questa tendenza si concretizza con atteggiamenti corretti e condivisibili.

A differenza di quanto scritto poco sopra, non siamo infatti al cospetto di un semplice spostamento dei consumi. Le birre analcoliche o con basso contenuto alcolico stanno avvicinando alla bevanda un pubblico nuovo e inedito, quello cioè composto da chi pratica regolare attività sportiva. Negli ultimi anni sta passando il messaggio che questo stile di vita non obbliga a rinunciare alle bevande alcoliche, anzi una birra leggera può addirittura rappresentare un’ottima alternativa agli integratori. Perché dopo lo sport devo necessariamente ingurgitare liquidi dal gusto deprecabile quando l’alternativa è una bevanda naturale e piacevole, consumata in qualsiasi altra occasione? Oggi molti birrifici craft americani producono birre per sportivi – essenzialmente sono prodotti molto leggeri, talvolta realizzati con qualche ingrediente ad hoc – e il fenomeno è destinato a diffondersi anche in Italia. La scorsa settimana abbiamo parlato della Stay Fit di Eastside, ma credo che il primo birrificio italiano a intraprendere questo discorso fu Birra del Borgo diversi anni fa, risultando fin troppo avanti sui tempi.

Parallelamente si sta verificando una trasformazione anche dall’altra parte della barricata, cioè all’interno dei birrifici. Se fino a un decennio fa le birre analcoliche erano esclusivo appannaggio delle grandi industrie del settore, oggi la tecnologia permette anche ai birrifici artigianali di operare in questo segmento. Ovviamente non è ancora una nicchia accessibile a tutti i piccoli produttori, eppure ciò che sta avvenendo è una moltiplicazione di birre di questo tipo, che per la prima volta associano al mondo dell’alcohol free concetti come “gusto” e “qualità”. Un segnale importante è arrivato dalle ultime edizioni dei principali concorsi internazionali, dove nelle categorie delle birre analcoliche – tradizionalmente dominate dall’industria – si sono piazzati alcuni birrifici artigianali.

Ed è proprio sulla qualità del prodotto finale che si gioca la sfida più grande per i birrai, perché realizzare un buon prodotto a basso contenuto alcolico, se non addirittura senza alcol, è un’impresa abbastanza ardua. Per le birre che non richiedono processi particolarmente “strani”, al birraio è richiesta l’abilità nel mantenere gusto e consistenza anche a fronte di una gradazione alcolica nettamente ridotta. Bisogna quindi trovare il giusto compromesso tra corpo, alcol, carattere e bevibilità: un impegno che molti birrifici però hanno iniziato ad affrontare con le Session IPA, che, seppur in maniera differente, impongono scelte dello stesso tipo. A ben vedere l’ascesa di questa tipologia di birre ha anticipato un fenomeno che si sarebbe acuito negli anni a venire e che ancora non ha espresso tutto il suo potenziale.

Se allarghiamo l’analisi alle birre analcoliche, è opportuno segnalare che negli ultimi anni la tecnologia ha fornito un ventaglio più ampio di soluzioni ai birrifici. Ogni strada implica differenti pro e contro, ma in generale realizzare queste birre è oggi un processo economicamente più sostenibile per i piccoli produttori. Non solo si stanno moltiplicando gli studi di settore – segnalo ad esempio questo documento (qui in pdf) elaborato dalla Sapienza di Roma in collaborazione con il Cerb – ma stanno cominciando ad apparire macchinari ad hoc prodotti espressamente per i microbirrifici, come ad esempio accaduto in passato con le linee di inlattinamento.

In definitiva quello delle birre a basso contenuto alcolico sembra proprio un fenomeno destinato a crescere sensibilmente nei prossimi anni e che probabilmente cambierà le abitudini di molti di noi. Al di là degli approcci pseudo salutisti, ci tengo sempre a ricordare che in quanto bevanda alcolica la birra è dannosa per l’organismo: il nostro corpo è costretto a metabolizzarla in maniera “non ortodossa”, perché fondamentalmente l’alcol è una sostanza tossica. Questa semplice considerazione – che ovviamente non implica allarmismi né rigetti neo-proibizionisti, ma una pura presa di coscienza – è tra i motivi che stanno decretando il boom di questo particolare segmento. Allora che ben venga questa tendenza, purché evolva in maniera assennata e costruttiva. Azzarderei salutare, per l’appunto.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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4 Commenti

  1. Avatar

    Esiste anche un risvolto “legale” che, almeno tra i miei conoscenti, assume un certo peso: poter bere due pinte anziché una senza farsi le menate per poi mettersi al volante, in certe situazioni è un punto a favore delle birre low-alcohol.

  2. Avatar

    Cosa intende con approccio “pseudo-salutista”?

    • Andrea Turco

      Intendo chi pensa che il benessere fisico si raggiunga con i dogmi, le inutili privazioni, i luoghi comuni e le conclusioni superficiali. Seguendo magari la moda del momento che impone scelte “anti-qualcosa”.

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