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Covid e coprifuoco: l’inconcepibile mazzata per pub e locali (e birra artigianale)

Clamorosi assembramenti alla stazione Flaminio (Roma)

In questi giorni sui social sta girando una foto (rilanciata da Il Milanese Imbruttito) che mostra un vagone della metro di Milano stracolmo di gente, accompagnata dalla scritta “E la movida muta”. Negli stessi giorni alcune Regioni italiane hanno prima valutato e poi assunto decisioni che stabiliscono restrizioni maggiori di quelle previste dal dpcm del 18 ottobre. È così che in Lombardia, Campania, Piemonte e Liguria (ma a breve anche nel Lazio) è stato imposta una sorta di coprifuoco, cioè una limitazione (totale o parziale) agli spostamenti negli orari serali e notturni se non a fronte di una giusta causa. Si tratta del primo grande provvedimento restrittivo istituito dopo l’estate, frutto del rapido (e prevedibile) aumento dei contagi a cui abbiamo assistito nelle ultimissime settimane. Tuttavia l’aspetto curioso – per usare un eufemismo – è che le disposizioni si concentrano quasi esclusivamente su un preciso momento della giornata, in cui operano determinate categorie di imprese commerciali. Insomma, è inutile girarci troppo intorno: al momento le limitazioni imposte dalle regioni tornano a colpire la ristorazione e i pub, che rappresentano un settore già ampiamente martoriato da quanto accaduto negli ultimi mesi.

Da oggi in Lombardia vige il coprifuoco dalle 23 alle 5 del mattino successivo, orari durante i quali non è consentito muoversi se non per un valido motivo (lavoro, urgenze, ecc.). Per quanto riguarda i locali, quelli senza servizio al tavolo devono chiudere alle 18, mentre negli altri casi non sono ammessi gruppi di più di sei persone. Inoltre non si possono organizzare fiere e sagre e i centri commerciali devono rimanere chiusi, mentre la didattica dei licei dovrà essere effettuata a distanza. Segue gli stessi orari della Lombardia anche il coprifuoco della Campania, dove le scuole sono chiuse e non sono concessi gli spostamenti interprovinciali. In Liguria il coprifuoco è relativo solo alla città di Genova ed è parziale: in pratica si può uscire solo per recarsi in un negozio o in un locale, quindi non si può “bivaccare” per strada. Nel resto della regione è richiesta una rotazione per l’accesso alla didattica. In Piemonte i locali devono chiudere alle 24 e a Torino probabilmente saranno presi provvedimenti per limitare la movida nelle zone più a rischio. I centri commerciali piemontesi non potranno aprire nel fine settimana. Nel Lazio, infine, da domani sarà imposto il coprifuoco dalle 24 alle 5 e limitata la didattica in presenza nei licei e nelle università.

Come si può vedere sono misure piuttosto diverse tra loro, ma che tendono a ripercuotersi principalmente su due settori: l’istruzione (sigh!) e la ristorazione e la vita notturna. È decisamente insolito che in un momento di grande emergenza sanitaria le limitazioni siano circoscritte quasi esclusivamente a due aspetti della quotidianità delle persone, come se fossero il male principale da combattere al momento. Sia chiaro, entrambi questi contesti (la scuola e i locali) producono situazioni delicate, in cui i rischi di contagio aumentano considerevolmente. Ma, come dimostrato dalle cronache, non sono i soliti aspetti della vita quotidiana che in questo momento richiedono di essere disciplinati e limitati. Ciò che stona, ciò che stride e lascia attoniti è che secondo questa visione il resto della vita quotidiana può continuare normalmente purché si indossi una mascherina.

Tra le motivazioni alla base dell’ordinanza della regione Lombardia si può leggere:

Considerato pertanto che il trend dei contagi fa ritenere necessaria l’adozione di misure urgenti restrittive specifiche, finalizzate al contenimento del contagio, con particolare riguardo alla fascia oraria notturna che può determinare nei contesti sociali un allentamento sull’osservanza del rispetto delle misure di prevenzione dal contagio, con rischi di assembramento e inosservanza del distanziamento interpersonale.

Quindi secondo le istituzioni lombarde – ma lo stesso evidentemente vale per le altre regioni – la vita notturna creerebbe un contesto sociale favorevole alla creazione di assembramenti e all’inosservanza delle misure di distanziamento interpersonale. Difficile però che questo possa accadere all’interno di ristoranti e pub: in tutti quelli che ho frequentato dopo il lockdown ho sempre osservato un totale rispetto del protocollo e la benché minima presenza di assembramenti. Se le situazioni a rischio fanno parte di un certo modo di vivere le piazze e le strade in orario notturno, avrebbe molto più senso presidiare il territorio invece di costringere alla chiusura forzata migliaia di imprese commerciali abituate a lavorare in orario serale e notturno.

La risposta degli operatori del settore non si è fatta attendere. Vincenzo Butticé, portavoce FIEPET-Confesercenti Lombardia, ha dichiarato:

Si tratta di un ulteriore colpo per un settore estremamente provato […] Il tessuto socio-economico di ogni città è gravemente in pericolo. Chiudere in anticipo e in maniera indiscriminata le attività potrebbe portare poi più danni che benefici, con operatori sempre più in difficoltà e cittadini che lasceranno la sicurezza dei locali per andare in strada, dove sarà minore la possibilità di controllare distanziamento e rispetto delle regole. Chiediamo di rendere disponibili da oggi nuovi aiuti economici. Interventi di sostegno certi, rapidi e adeguati, destinati alle imprese che entrerebbero in crisi per effetto delle restrizioni. Un ritardo è inammissibile: significherebbe la morte delle attività e un sistema economico che rischia di collassare.

Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente di Confesercenti Lombardia, Gianni Rebecchi:

Pericoloso colpire indistintamente un settore già duramente provato. Da subito occorre mettere in campo interventi economici di sostegno. Ci aspettavamo dalla autorità degli interventi più puntuali e circoscritti alle situazioni dove le regole non vengono rispettate, anziché un intervento a tappeto che colpisce tutti indistintamente. Bar, pub e ristoranti, alberghi e strutture ricettive ce la stanno mettendo tutta e hanno investito molto per garantire la sicurezza dei cittadini, dei consumatori e dei lavoratori.

I ristoranti e i pub che rispettano il protocollo sanitario – cioè la stragrande maggioranza – sono luoghi molto sicuri anche in un momento del genere. È allucinante colpire intere categorie di imprenditori e lavoratori per l’incapacità di presidiare il territorio e far rispettare le regole. È facile costringere gli italiani a rimanere chiusi in  casa per tutto il giorno, così come lo è bloccare gli spostamenti fisici e le attività commerciali in maniera indistinta. Più difficile è organizzare una risposta efficace e organica al ritorno dei contagi, evitando situazioni a rischio non solo in quei contesti che risultano funzionali a un certo tipo di narrazione, tanto cara a mass media generalisti, opinione pubblica e istituzioni.

Personalmente posso evitare di andare al ristorante e al pub nei prossimi mesi. E la speranza è che i locali possano assorbire lo tsunami in arrivo senza subire contraccolpi fatali. Ma ciò che è difficile da accettare è che in un momento del genere si impongano sacrifici solo a certe categorie. Come se il virus girasse esclusivamente nelle scuole o dopo una certa ora. E nel frattempo osservare quotidianamente mostruosi assembramenti sui mezzi pubblici, nei supermercati, negli uffici, nei negozi. Senza che ci sia stato qualcuno nei posti decisionali che abbia accennato – almeno accennato – alla necessità di imporre lo smart working per le aziende e di limitare gli spostamenti diurni, pericolosi quanto se non più di quelli notturni.

Inutile sottolineare che le prossime settimane non promettono nulla di buono da questo punto di vista. Come abbiamo visto in passato, con la chiusura dei pub si blocca l’intero segmento della birra artigianale italiana, dipendente in maniera quasi esclusiva dal canale horeca. Si può accettare che i luoghi di socializzazione, per loro stessa definizione, siano i primi a chiudere e gli ultimi a riaprire. Ciò che non si può accettare è questa stucchevole individuazione del solito capro espiatorio, questa inconcepibile caccia alle streghe. Che finisce sempre per concentrare i provvedimenti verso uno o due aspetti della vita quotidiana, quando è provato che per ridurre i contagi è fondamentale che siano assunte più misure restrittive contemporaneamente. Magari, aggiungo io, bilanciando la pressione sulle diverse categorie produttive e commerciali.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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Un commento

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    Sul ponte sventola bandiera bianca…

    Sul ponte sventola bandiera bianca…

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