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Le derive ossessive dell’homebrewing

Fare birra in casa dovrebbe essere un passatempo, una distrazione che spezza la routine quotidiana regalando momenti di svago e rilassatezza. Con il beneficio collaterale di produrre, alla fine dei vari passaggi, una bevanda alcolica che aiuta a rilassare il sistema nervoso. Per molti, tra cui a tratti anche per il sottoscritto, non è sempre è così. Ho avuto diversi hobby nella mia vita, dalla musica ai videogiochi, ma solo alcune passioni hanno avuto derive ossessive. La musica, ad esempio, non è stata una di quelle. La produzione di birra, invece, a tratti lo è. Il che non significa che non riesca a godermi una bella cotta in tranquillità. Capita, ma tra una cotta e l’altra mi trovo a gestire le mie ossessioni che assumono sfumature diverse a seconda del periodo: produrre una Irish Stout che reputo perfetta, oppure vincere un concorso per produttori casalinghi; passare l’esame da giudice, aggiornare la pagina Facebook o il blog del sito con contenuti interessanti. In questi giorni sto per mettere il primo piede nel mondo della contropressione: temo per la mia sanità mentale, ma provo lo stesso. Insomma, a ognuno la sua ossessione.

Riflettendo sul mio percorso e su quello di amici homebrewer, mi sono venute in mente quattro derive ossessive legate a questo hobby: alcune mi hanno solo sfiorato, altre mi hanno inglobato, altre ancora le ho finora schivate ma non è detto che non prenderanno possesso della mia vita nel breve periodo. Ci si scherza su, che nessuno se la prenda!

La deriva acida

Classica foto del fermentatore in un gruppo Facebook. Pellicola in superficie con striature bianche e sporadiche bolle. L’homebrewer alle prime armi chiede: è infetta? I veterani non hanno molti dubbi, rispondono: sì. Arriva il classico simpaticone che commenta con un laconico #buttatutto, quello che si inalbera e redarguisce in tono ieratico con un “non aprire il fermentatore!” seguito da classica faccina sorridente passivo/aggressiva; un paio di like, un cuoricino e una GIF animata di qualcuno che si sganascia dalle risate. A un certo punto compare il puntuale suggerimento della damigiana: metti tutto in dama, chiudi, aspetta… potrebbe venire fuori una buona Sour. È l’inizio del tunnel.

Il povero homebrewer alle prime armi ci pensa su qualche istante, poi di solito abbocca. Allettato dalla nuova esperienza sorride speranzoso, non sa ancora a cosa sta andando incontro. Non è consapevole che l’acquisto di una piccola damigiana sarà l’inizio della fine: la sua cantina diventerà ben presto una rimessa di damigiane di tutte le forme piene fino all’orlo di strane pellicole. Non sa che scenderà ogni sera a controllare lo stato delle fermentazioni, osservandole da vicino una ad una, lottando contro la voglia di stappare e assaggiare, misurare, sperimentare. Non sa che passerà ore in quella cantina a rimuginare sui possibili blend, sognando di imbottigliare delle Gueuze degne dei migliori produttori belgi. Poi arriverà la vasca in rame per le fermentazioni spontanee, fatta su misura da un amico conosciuto in un gruppo Facebook. Avvierà la ricerca di un luogo adatto per attirare i microbi nella vasca: magari la vigna dello zio, il frutteto di un parente acquisito, le lande desolate intorno alla casa in campagna di un tizio incontrato per caso all’ultimo festival birrario. Le produzioni classiche si faranno sempre più sporadiche per lasciar spazio a lunghe e intense cotte in turbid mash. A un certo punto arriveranno le botti, poi il divorzio, la solitudine, il ritiro in una località remota dove si rinchiuderà in una cantina con temperatura stabile e tasso di umidità ridotto, passando giornate a parlare con i ragni guardiani delle botti mentre tessono le loro ipnotiche tele. Ma ormai il riscaldamento globale avrà rovinato tutte le sue birre.

La deriva tecnologica

Tanto tempo fa un homebrewer emozionato sedeva davanti a un fermentatore in plastica, riposto nell’armadio completamente svuotato da giacche e vestiti. La fermentazione era partita da poche ore, il gorgogliatore lasciava passare una bolla ogni tanto. Blup. Blup. Blup. Un rumore ipnotico, rilassante, che infonde pace e calma nel corpo dopo le botte di ansia che hanno accompagnato l’attesa dell’inizio della fermentazione. Le bolle salgono dal gorgogliatore e si disperdono nell’aria viziata dell’armadio mentre il lievito consuma gli zuccheri disciolti nel mosto. Una, due, tre bolle. Ogni bolla che sale è un po’ di zucchero che viene consumato dal lievito. Ogni bolla, un po’ di zucchero. Una, due, tre bolle. E se mettessi una sorta di dispositivo elettronico al posto del gorgogliatore? Qualcosa che conta le bolle automaticamente mi aiuterebbe a conoscere la densità del mosto in tempo reale. Mi farebbe stare più tranquillo. Non dovrei più prendere campioni di birra dal rubinetto per misurare la densità. Mai più birra sprecata. L’homebrewer corre su internet e scopre che un dispositivo del genere esiste già. Incredibile, qualcuno ha inventato un contabolle! Costa un sacco di soldi, macchissenefrega: vuoi mettere non dover più prelevare campioni di birra ogni cinque minuti? Finire la preziosa bevanda ancor prima che la fermentazione sia terminata? E l’ansia che ti attanaglia quando le bolle rallentano, ce la siamo scordata? Non sapere a che punto è scesa la densità della birra quando le bolle rallentano è come guidare in galleria a fari spenti in corsia di sorpasso, guardando indietro, con una ruota bucata.

Il piccolo gadget arriva, pagato un sacco di soldi, ma non fa niente. Che vuoi che sia: la riduzione dell’ansia non ha prezzo. Il dispositivo si collega al software in cloud per creare e monitorare le ricetta, una roba fantastica. Aspetta: al software si possono collegare altri dispositivi. Fammi vedere. Un gadget per controllare da remoto la temperatura della camera di fermentazione (che non ho, ma come è possibile?). Un altro per gestire in automatico la temperatura di ammostamento, con tanto di rampe programmabili, gestione dell’inerzia, controllo della potenza della resistenza elettrica (non ho nemmeno questa). No, non ci credo: esiste anche un gadget che legge la densità di continuo e spara via Bluetooth i dati su un piccolo controller collegato in Wi-Fi che a sua volta li lancia in rete costruendo un grafico della densità. L’homebrewer apre di corsa il browser, tre siti di e-commerce, mette nel carrello un frigorifero, i vari gadget, un sistema con resistenza elettrica, una manciata di malti speciali (non si sa mai), tre buste di US-05 (non sia mai si bloccasse la fermentazione) e spara gli ordini senza pensarci due volte. Sorride, pensando a quando se ne starà tranquillo in vacanza mentre con il cellulare alzerà e abbasserà, senza motivo apparente, la temperatura della camera di fermentazione nello sgabuzzino di casa. Che sarà irrimediabilmente vuota, perché avrà finito i soldi e non potrà comprare gli ingredienti per fare la birra. E starà controllando da remoto un secchio di Leroy Merlin pieno di acqua del rubinetto. Ghignando come fosse un bambino a cui hanno concesso il secondo giro sulle giostre del parco.

La deriva isobarica

Ogni tanto mi capita di prendere in mano vecchie edizioni dei libri che insegnano a fare birra in casa. Quelli con le foto in bianco e nero di interni cucina di altri tempi: pentoloni in alluminio in bilico tra le fiamme di tre fornelli, l’homebrewer di turno che posa sorridente al centro della foto con una serpentina di rame in mano. Un inno alla semplicità e alla spensieratezza. Giro qualche pagina e lo trovo ancora lì, il tizio sorridente, rilassato (relax, have a homebrew!), mentre imbottiglia la birra appena prodotta. Sereno, con la sua asta per l’imbottigliamento in plastica da quattro soldi, il fermentatore aperto che prende serenamente aria da tutti i pertugi, la birra che scende in un vortice riempiendo il piccolo contenitore in vetro. Le altre bottiglie sono a terra, piene, senza tappo, rilassate anche loro, che aspettano di essere tappate. Con calma, dopo la foto, niente stress. Attrezzatura necessaria: un secchio in plastica, un’asta in plastica, una tappatrice, bottiglie, tanta aria, un bel sorriso.

Mandiamo il nastro avanti di una ventina di anni.

Non c’è più il libro, apro YouTube. Cerco “imbottigliamento birra in casa”. Trovo qualche sfigato che ancora tiene aperto il fermentatore, usa l’asta di cui sopra, e sorride. Poi una serie di video sull’imbottigliamento isobarico in contropressione. Roba da birrificio, penso. Sbaglio. Sono tantissimi i video di homebrewer che parlano in camera circondati da tubature, bombole, attrezzature in equilibrio precario chiuse in uno scantinato che sembra la stanza del reattore responsabile del disastro di Chernobyl. Temono l’aria, anzi per essere precisi temono quel 20% di ossigeno che l’aria contiene: in pochi secondi può ossidare la loro New England IPA prodotta con 50 g/L di luppolo in dry hopping. Che poi diventa marrone fogna, rosa nel migliore dei casi, con il naso scarico. Respirano forte mentre imbottigliano, per consumare ossigeno e saturare l’ambiente di anidride carbonica. Sudano. Per passare la birra in una singola bottiglia con questo sistema ci vogliono 10 minuti. Aprono con una sequenza precisa una serie di rubinetti, se sbagliano saltano in aria. C’è una pompa per terra che fa un rumore infernale mentre parlano in camera, serve per fare il vuoto nelle bottiglie. Il vuoto. La birra fluisce lentamente dal fermentatore isobarico, pagato centinaia di euro. Una volta riempita la bottiglia si corre verso la tappatrice, saltando oltre una serie di tubi. Poi si procede con una botta con una chiave inglese sulla bottiglia per farla schiumare, facendo attenzione a non mandarla in frantumi (a volte capita). Tappa, riguarda la camera, riprendi fiato e via con un’altra bottiglia. Però vuoi mettere: una NEIPA che invece di 5 giorni ne dura 20 senza diventare rosa. Che poi alla fine 20 sono i giorni che impieghi per imbottigliare 20 litri con questo sistema. E il relax va a farsi benedire, insieme all’ossigeno. Ma la birra spacca.

La divulgo-deriva

Di solito inizia con un pensiero semplice, quasi banale, innocuo: aprire un blog per raccontare al mondo le proprie esperienze nella produzione casalinga. Tanto nessuno lo leggerà, ne esistono centinaia, lo userò come un diario personale per ricordarmi gli ingredienti che utilizzo e descrivere gli assaggi. Roba da poco, non mi impegnerà tanto tempo. Ma già quando si passa alla scelta del template per organizzare e presentare i contenuti del blog arrivano le prime avvisaglie. Si parte in genere con quelli gratuiti, facili da caricare e da personalizzare. Si monta il tutto su una qualsiasi piattaforma di Content Management, si pubblica il primo post “Hello World” e si lascia a decantare. Passano i giorni, tutto sembra tranquillo. La vita continua.

Quando arriva il momento di stilare la ricetta per la prossima cotta, pensiamo: perché non ragionare sugli ingredienti direttamente sul blog? Scriviamo il nostro primo post di contenuto, rilassati. Lo pubblichiamo, ma rileggendolo scopriamo che il template standard e gratuito non ci convince affatto. Torniamo sul sito con i template e ci mettiamo nuovamente alla ricerca. Quattro ore dopo, mettiamo nel carrello un template professionale da 40$ (al 99% NewsMag). Lo carichiamo sul nostro blog e iniziamo a navigare nel menù di personalizzazione. Un mese dopo abbiamo registrato il marchio con il nome del birrificio casalingo, pagato un amico in birra per farci un logo, scelto un font a pagamento, aperto un profilo del birrificio casalingo su almeno tre social. Leggiamo una decina di articoli al giorno su stili birrari, tecniche di produzione, viaggi birrari. Abbiamo un news feed con almeno 50 fonti che vanno dal piccolo chimico alla metallurgia spinta. Ci sentiamo in dovere di dire la nostra su tutto ciò che riguarda la birra, a ogni ora del giorno e della notte. Sul blog pubblichiamo almeno tre post a settimana, poi la foto giornaliera della birra strana su Instagram (a proposito, abbiamo comprato nel frattempo una Reflex digitale e una serie di faretti per fare foto professionali); compiliamo la scheda BJCP quotidiana per diventare il miglior giudice dell’universo, seguiamo con attenzione le tredici chat WhatsApp e le venti su Telegram per rimanere al passo con i tempi. E i podcast? O cavolo, non abbiamo ancora aperto un podcast, aspetta un attimo devo capire quale microfono ordinare, così poi…

L'autore: Francesco Antonelli

Francesco Antonelli
Ingegnere elettronico prestato al marketing, da sempre appassionato di pub e di birre (in questo ordine). Tra i fondatori del blog Brewing Bad, produce birra in casa a ciclo continuo. Insegna tecniche di degustazione e produzione casalinga. Divoratore di libri di storia e cultura birraria. Da febbraio 2014 è Degustatore Professionista dell'Associazione Degustatori di Birra.

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5 Commenti

  1. Avatar

    Francesco Antonelli nr.1 .

  2. Avatar

    sempre esilarante!!,ma pur sempre con un fondo di verità. p.s. io comincio a fare far della prima deriva con la damigiana, maledizione!!!

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